LA STORIA DI GIOSUÈ E DEI GIUDICI (Giosuè - Giudici - Rut)

Parte 3:
Israele oppresso dai madianiti - Gedeone sconfigge i madianiti - Sansone: la forza al servizio di Dio - Rut, la moabita

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Capoverso sraele oppresso dai madianiti

Nella terra di Madian, dove Mosè si era rifugiato fuggendo dall'Egitto e dove abitavano popolazioni semite, vivevano anche pastori non semiti dediti alla razzia. Questi madianiti un giorno penetrano nella terra di Canaan dove ormai Israele si è stabilito. I madianiti durante le loro scorribande distruggono, come un nugolo di cavallette, i prodotti del paese. Non lasciano a Israele mezzi di sussistenza: né pecore, né buoi, né asini, né frutti del suolo. Israele è ridotto in miseria a causa dei madianiti. Gli israeliti gridano al Signore per essere salvati da quei nemici spietati. Jahvè allora suscita in Israele un uomo forte e valoroso perché liberi il popolo eletto dal pericolo dei madianiti: quest'uomo è il giudice Gedeone, figlio di Ioas, della tribù di Manasse.


Capoverso edeone sconfigge i madianiti

I madianiti sono accampati nella terra di Cancan presso il fiume Giordano. Gedeone convoca i migliori combattenti delle tribù di Israele. Arrivano guerrieri delle tribù di Manasse, di Aser, di Zabulon, di Neftali. Con questo esercito, composto di trentaduemila uomini, Gedeone si accampa a sud delle postazioni dei madianiti e si prepara all'attacco. Mentre l'esercito d'Israele attende il segnale della battaglia, Jahvè così parla al giudice Gedeone: - La gente che è con te è troppo numerosa. Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: La mia mano mi ha salvato. Ora tu annunzia davanti a tutti: Chiunque ha paura e trema, torni indietro. Gedeone mette i suoi guerrieri alla prova secondo il comando di Jahvè. Tornano indietro ventiduemila uomini e ne restano diecimila. Jahvè dice a Gedeone: - La gente è ancora troppo numerosa. Falli scendere al fiume e quanti lambiranno l'acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da parte. E quanti per bere si porteranno l'acqua alla bocca con la mano, quelli sceglierai. Gedeone fa come Jahvè gli ha comandato, e gli uomini che bevono portandosi l'acqua alla bocca con la mano sono trecento. Allora Jahvè dice a Gedeone: - Con questi trecento uomini io vi salverò e metterò i madianiti nelle tue mani. Gedeone divide i trecento uomini in tre schiere, consegna a tutti trombe e fiaccole, poi impartisce loro queste istruzioni: - Quando io suonerò la tromba, anche voi suonerete le vostre trombe e griderete. Poi piomberemo con le fiaccole accese in mano nel campo di Madian. Quando i trecento uomini, nella notte, si avventano contro le tende dei madianiti, questi, atterriti da quel frastuono e dalle torce vaganti nel buio, fuggono alla rinfusa tremando e gridando e si disperdono. Scappano i madianiti come un nugolo di cavallette di fronte al fuoco. I madianiti abbandonano per sempre la terra di Canaan. Israele, ancora una volta, è salvo perché Jahvè ha combattuto al suo fianco con «mano potente e braccio disteso».


Capoverso ansone: la forza al servizio di Dio

Passano gli anni. Israele trascorre periodi di relativa tranquillità alternati a periodi di sconforto e di lotta. Ogni tanto il popolo eletto si lascia sedurre dalle divinità straniere e allora Dio lo punisce mettendolo nelle mani dei suoi nemici. Israele si pente e grida al Signore e il Signore invia un giudice perché liberi il popolo. L'ultimo dei grandi giudici di Israele è Sansone, il cui nome significa «uomo del sole». Sansone deve affrontare nemici molto valorosi e formidabilmente armati: i filistei che abitano lungo la costa del Mediterraneo nei pressi di Gaza. I filistei sanno forgiare il ferro, mentre Israele usa ancora spade e lance di bronzo. Sansone fin da fanciullo si è consacrato al Signore con il voto del nazireato che consiste nel non radersi barba e capelli e nell'astenersi da bevande inebrianti. Sansone, che è dotato di muscoli possenti, in molte circostanze disturba e beffa i filistei. Un giorno però il giudice consacrato a Jahvè si innamora di una donna filistea: Dalila. Con moine e carezze la donna riesce a carpire il segreto della forza di Sansone. Una forza che non deriva al giudice dalla possente muscolatura, ma dalla sua consacrazione a Dio. Una notte, mentre Sansone è immerso nel sonno, Dalila gli fa radere i capelli e lo lega saldamente. La forza di Sansone svanisce all'istante. Non perché sia legata alla sua chioma, ma perché egli, rivelando a Dalila il suo segreto, ha tradito il voto e Jahvè quindi lo abbandona a se stesso. I filistei catturano facilmente Sansone, gli cavano gli occhi e lo incatenano a una macina da mulino. Dopo qualche tempo però Sansone si ravvede del suo peccato. Capisce che non può fidarsi dei propri muscoli, ma soltanto dell'aiuto del Signore. Rinnova il suo voto e, mentre i suoi capelli ricrescono, il Signore gli ridona forza e coraggio. Un giorno i filistei conducono il prigioniero al loro tempio per divertirsi alle sue spalle. Nel tempio sono radunati tutti i capi dei filistei. Sansone dice al fanciullo che lo tiene per mano: - Fammi toccare le colonne su cui poggia la casa, così che possa appoggiarmi ad esse. Sansone palpa le due colonne di mezzo; poi, dopo aver invocato il Signore, si curva con tutta la forza spingendo una colonna con la destra e l'altra con la sinistra. La casa rovina addosso ai capi e a tutto il popolo che vi è dentro. Con la sua morte Sansone fa perire più nemici di quanti ne abbia ucciso durante la sua vita. Ancora una volta Israele è salvo perché Jahvè lo ha soccorso «con mano potente e braccio disteso». Con le imprese di Sansone si chiude il libro dei Giudici. Un libro che è un inno alla pazienza di Jahvè nei confronti di Israele. Dopo la morte di Gíosuè il popolo eletto ha iniziato a percorrere una china che lo porta a infedeltà sempre più gravi. Israele ha la memoria corta e il cervello duro. Dimentica presto i benefici di Dio e si fida solo delle proprie forze. L'antico peccato di Adamo riaffiora. Ma Dio è sempre più forte del peccato dell'uomo. Nonostante la testardaggine di Israele, il Signore con pazienza inesauribile e misericordia infinita, porta avanti il suo progetto di salvezza.


Capoverso ut, la moabita

Durante il periodo dei Giudici, fra tante battaglie e gesta eroiche, la Bibbia narra un episodio pieno di dolcezza e di poesia. È la vicenda di Rut, una giovane straniera, una moabita. La terra di Moab è ad est del Mar Morto. Il racconto di Rut occupa un intero libro, anche se brevissimo, della Bibbia. Al tempo dei Giudici, dunque, una famiglia ebrea emigra nel paese di Moab perché una carestia ha colpito la terra di Canaan. Il giovane Maclon, appartenente a questa famiglia ebrea, sposa Rut, una moabita bellissima e dagli occhi dolcissimi, grandi e vellutati come quelli di una cerva. Purtroppo, però, Maclon muore e Rut rimane vedova ancora giovanissima. La madre di Maclon e suocera di Rut, la vecchia Noemi, decide di ritornare in patria a Israele. Noemi dice a Rut: - È meglio che tu rimanga nella tua terra perché nel mio paese saresti considerata una nemica e una straniera. Ma Rut, con voce ferma, risponde alla suocera: - Dove andrai tu, andrò anch'io; dove ti fermerai, mi fermerò. Il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch'io e vi sarò sepolta. Solo la morte mi separerà da te. Per non abbandonare la vecchia Noemi, Rut lascia dunque la terra dei suoi padri, lascia la propria lingua e i propri cari, lascia le sue divinità e si affida allo sconosciuto Dio di Israele. Noemi e Rut, mano nella mano, giungono dopo molti giorni di viaggio nella terra di Canaan. Noemi ritrova le proprie amiche, ma Rut non conosce nessuno. Per aiutare la vecchia suocera che è molto povera, Rut va a spigolare l'orzo nei campi di Booz, un giovane ebreo ricco e gentile. Ogni giorno Rut cammina dietro ai mietitori di Booz e raccoglie dentro il grembiule gli avanzi delle spighe. Una mattina Booz arriva nel campo dove Rut sta spigolando e chiede al suo servo: - Chi è questa giovane? Il servo risponde: - E’ una moabita. Quella che è tornata con Noemi dalla campagna di Moab. Booz dice a Rut: - Non andare a spigolare in un altro campo, ma rimani qui. Quando hai sete, va' a bere agli orci dei miei mietitori. Rut, rossa in volto per l'emozione, si prostra con la faccia a terra e dice a Booz: - Per quale motivo ho trovato grazia davanti ai tuoi occhi, io che sono una straniera? Booz risponde: - Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito e come tu hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso un popolo che prima tu non conoscevi. Il Signore, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti, ti ripaghi di quanto hai fatto. Poi, al momento del pasto, Booz le dice: - Vieni a mangiare assieme a me - e le porge del grano abbrustolito. Rut ne mangia a sazietà e ne mette da parte un po' per portarlo a Noemi. Booz dice ai suoi mietitori: - Lasciate cadere apposta per lei delle spighe di orzo quando fate la mietitura. Abbandonatele, perché essa le raccolga. Quella sera Rut torna dalla vecchia Noemi e consegna come il solito tutto il raccolto senza tenere un chicco di orzo per sé. Consegna a Noemi anche il fagottino con gli avanzi del pasto. Questo suo attaccamento alla suocera, questo suo altruismo, vengono premiati da Dio. Il giovane Booz si innamora di Rut e la sposa. Così la giovane moabita, arrivata a Canaan poverissima e ricca solo del suo grande cuore, diventa una delle donne più invidiate del paese. La storia di Rut dimostra che l'amore non è mai inutile e alla fine premia chi lo esercita con delicatezza, con umiltà, con dedizione, con schiettezza, con semplicità. Sono queste, infatti, le qualità che Dio richiede a qualunque uomo per assicurargli la sua protezione e la sua benevolenza.


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