LA STORIA DI MOSÈ (Esodo - Levitico - Numeri - Deuteronomio)

Parte 2:
Dio rivela il proprio nome - Mosè ritorna in Egitto - Le prime nove piaghe - Il passaggio dello sterminatore

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Capoverso io rivela il proprio nome

Mosè si ferma spaventato. Guarda verso il roveto che continua ad ardere senza consumarsi e dice, quasi parlando a se stesso: - Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli israeliti? Essi mi diranno. Chi ti ha mandato? E io che cosa risponderò loro?
E la voce, ferma e dolcissima, dice: - Io sono Jahvè. Jahvè in ebraico è la terza persona del verbo essere, tanto al tempo presente che al tempo futuro. Jahvè perciò può essere tradotto in due modi: Egli è oppure Egli sarà. Rivelando questo nome Dio si definisce come: Colui che è o Colui che sarà sempre con te (Mosè). O, meglio ancora, il nome potrebbe essere tradotto con un'intera frase: Conoscerai chi sono dalle opere che compirò a favore di Israele. Oppure: Io sono Colui che libererà Israele. Io sono Colui che salverà l'umanità. Nel nome che Dio rivela a Mosè è racchiuso dunque tutto il suo progetto di salvezza. È come se Dio dicesse: Dai fatti che compirò capirete anche la mia natura. Il nome, presso gli ebrei, indica sempre anche la missione di chi lo porta. Nel nome c'è tutta la persona. Rivelando il proprio nome a Mosè, Dio si affida a lui e si affida a tutta l'umanità. Dio dimostra che si fida degli uomini, che li ama. Da questo momento Dio ha un nome proprio. Non sarà più chiamato El, che significa genericamente Dio, ma Jahvè: Colui che è. Mosè, dopo aver ricevuto da Jahvè l'assicurazione del suo aiuto, obietta ancora: - Ma io non sono un buon parlatore. Come potrò convincere il faraone a liberare Israele? E Jahvè risponde: - Chi ha dato una bocca all'uomo? Non sono forse io Jahvè? Tuo fratello Aronne ti aiuterà nella missione e parlerà lui per te.


Capoverso osè ritorna in Egitto

Dopo 400 anni Dio non ha dimenticato le promesse fatte ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe. La schiavitù dell'Egitto è servita a Israele per capire come senza Dio l'uomo non può realizzarsi. Senza Dio si diventa schiavi di altri uomini. Senza Dio non c'è futuro, non c'è libertà, non c'è uguaglianza per gli uomini. I forti opprimono i deboli, la violenza regna. Questa è la triste condizione dalla quale Dio vuole liberare non solo Israele, ma tutta l'umanità. La missione di Mosè anticipa dunque la missione ben più importante e definitiva di Gesù. Mosè libererà Israele dalla schiavitù del faraone; Gesù libererà gli uomini dalla schiavitù del peccato, dell'egoismo, della violenza, dell'odio, della morte. Mosè dunque si fa coraggio e ritorna in Egitto per attuare la missione che Jahvè gli ha affidato. Prima di entrare in Egitto, Mosè incontra il fratello Aronne di qualche anno più vecchio di lui. Insieme si presentano al faraone e chiedono la libertà per Israele. Dopo aver ascoltato la richiesta dei due fratelli, il faraone sghignazzando risponde: - Chi è questo Jahvè perché io debba ascoltare la sua voce? Io non conosco nessun Jahvè. Ho i miei dèi: Amon e Re, personificazione del sole che sorge e tramonta, e poi Osiride e Iside sua sposa e sorella e il loro figlio Horus, di cui io, il faraone Mernepta, sono la reincarnazione. Sono forse io il servo di Jahvè che debbo eseguire i suoi ordini? Da quel giorno il faraone diventa ancora più esigente con gli ebrei; li aggrava di nuovi lavori e rende la sorveglianza ancora più rigida.


Capoverso e prime nove piaghe

Mosè, per portare a compimento la missione che Jahvè gli ha affidato, deve combattere su due fronti. Da un lato deve convincere il suo popolo e condurlo alla fede in Jahvè; dall'altro deve lottare contro il potere del faraone che non intende rinunciare alla manodopera degli ebrei così a buon mercato. Ma Jahvè, come aveva promesso presso il roveto ardente, è dalla parte di Mosè e di Aronne. Per convincere Israele e il faraone della sua potenza, Jahvè si serve di alcune calamità naturali che si abbattevano normalmente in Egitto, intensificandole e usandole come strumenti di persuasione. Spesso le acque del Nilo diventano fangose e rosse a causa di un'alga che vi cresce a volte in maniera smisurata. Altre volte sono le rane a moltiplicarsi oltre la norma e a distruggere i raccolti. Oppure sono zanzare e mosche ad invadere case e stalle. Anche la peste o il vento che abbatte e dissecca sono eventi del tutto naturali. Ma mentre Mosè insiste presso il faraone perché lasci libero Israele, quelle calamità si fanno più gravi e insistenti. Dopo ognuna di queste calamità naturali, che la Bibbia chiama «piaghe», il faraone sembra sempre sul punto di cedere alla richiesta di Mosè. Ma in seguito, ripensandoci, ritratta e si intestardisce. Il suo cuore diventa sempre più duro. Non vuole cedere. Non vuole arrendersi. Non vuole ammettere che Jahvè, il dio di quegli schiavi ebrei, di quegli straccioni, sia più potente dei suoi dèi Amon e Re, personificazione del sole che sorge e tramonta, Osiride e Iside, sua sposa e sorella, e Horus di cui egli si considera la reincarnazione. «Un dio come io sono - pensa il faraone - non può cedere alle pressioni di un altro dio. Un dio di schiavi e di straccioni». Così pensa l'orgoglioso faraone della terra d'Egitto, Mernepta, signore dell'Alto e del Basso Nilo.


Capoverso l passaggio dello sterminatore

Il popolo d'Israele prima di essere schiavo in Egitto e fin dai tempi di Abramo, aveva conservato un rito legato all'attività pastorizia. All'inizio di ogni primavera i pastori cominciavano a spostarsi con le greggi per andare nella steppa dove le piogge avevano fatto crescere l'erba. Per allontanare dal gregge le malattie che venivano attribuite ad una potenza malefica, prima della partenza per i pascoli, i pastori sacrificavano un agnello e con il suo sangue aspergevano i pioli delle tende. La potenza malefica, o il devastatore o sterminatore come veniva chiamata, portatrice di malattia e di morte, vedendo il sangue sparso sui pioli, avrebbe dovuto passare oltre senza recare danno. Il sangue innocente dell'agnello era considerato un amuleto protettore. L'agnello sacrificato veniva poi mangiato stando in piedi poco prima della partenza verso i pascoli, quando già i pastori erano abbigliati per il viaggio. Con l'agnello si mangiavano per contorno delle erbe amare che crescevano nel deserto. Questo rito antichissimo si chiamava pasqua o passaggio. Ed è proprio questo rito che Jahvè suggerisce a Mosè di riprendere prima di uscire dall'Egitto. Gli israeliti avrebbero dovuto sacrificare, come gli antichi pastori del tempo di Abramo, un agnello e con il suo sangue segnare le porte delle case dove abitavano. Durante la notte lo sterminatore, questa volta rappresentante della potenza di Dio, sarebbe passato per l'Egitto uccidendo tutti i primogeniti delle famiglie egiziane e risparmiando le case ebree. È l'ultima «piaga» che Mosè minaccia al faraone. Ma anche questa volta Mernepta non si spaventa troppo. Non crede alla potenza di Jahvè, il dio degli schiavi e degli straccioni. Spera nella protezione di Amon e Re, di Osiride e Iside, di Horus loro figlio. «Un dio come io sono - pensa il faraone - non ha paura delle minacce di un dio straniero, che forse neppure esiste». Così pensa, e a torto, l'orgoglioso Mernepta, signore della terra d'Egitto, della Valle del Nilo e del Delta.


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