LA STORIA DI MOSÈ (Esodo - Levitico - Numeri - Deuteronomio)

Parte 3:
L'uscita dall'Egitto - II passaggio del Mar Rosso - Nel deserto verso il Sinai - L'alleanza del Sinai

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Capoverso 'uscita dall'Egitto

Gli israeliti eseguono fedelmente le indicazioni di Mosè. Durante la notte ogni primogenito delle famiglie egiziane muore. Il faraone questa volta si convince che il Dio di Mosè e di Aronne è ben più potente dei suoi dèi. Nel cuore di quella stessa notte egli convoca in tutta fretta a palazzo Mosè e Aronne e, in tono mansueto e ossequioso, dice loro: - Partite pure, voi e il vostro popolo, e andate a servire il vostro Dio. Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi e partite! E... benedite anche me! Sul far del giorno tutto il popolo d'Israele, calcolato in circa 60.000 persone, lascia finalmente l'Egitto dirigendosi verso Canaan, la terra promessa. Per andare verso Canaan gli israeliti potevano scegliere tre carovaniere. La più battuta era la strada del nord o via dei Filistei che, costeggiando il Mediterraneo, arrivava a Gaza sulla costa della Palestina come era denominata anche la terra di Canaan. La seconda strada, chiamata delle Carovane, passava per il centro della penisola del Sinai e giungeva presso il porto di Elat sulla punta nord del golfo di Aqaba. La terza, infine, era la strada occidentale che scendeva lungo la costa est del Mar Rosso, giungeva al massiccio del Sinai e poi risaliva fino all'oasi di Kades ai confini meridionali della terra di Canaan. Mosè sceglie quest'ultimo itinerario, non solo perché ritenuto più sicuro, ma soprattutto perché intende rivisitare il monte Sinai dove Jahvè gli aveva affidato la missione di liberare Israele. Quasi per dimostrare a Dio che la missione era stata compiuta. Ma per prendere la strada occidentale bisognava prima attraversare il Mar Rosso. L'acqua, nel punto dove Mosè decide di passare, è bassa. Più che altro si tratta di attraversare le paludi di acqua salmastra soggette alla marea. Quelle paludi si chiamano Laghi Amari.


Capoverso l passaggio del Mar Rosso

Quando Israele è ormai presso la sponda occidentale dei Laghi Amari, il faraone ancora una volta si pente di aver ceduto alla richiesta di Mosè. - Ho fatto male a lasciarli partire questi schiavi! - dice il faraone ai suoi ministri -. Così non potranno più servirci. Fa attaccare allora i cavalli al suo cocchio di guerra e prende con sé il fior fiore dell'esercito: seicento carri con altrettanti cavalieri armati di archi e di lance. L'esercito egiziano, sollevando una nuvola di polvere, insegue e raggiunge gli ebrei. Quando gli israeliti vedono avvicinarsi quella nuvola di polvere, si rivolgono a Mosè e gli dicono con un certo sarcasmo misto a sgomento: - Forse non c'erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Mosè risponde: - Non abbiate paura. Siate forti perché Jahvè è con noi. Gli egiziani che vedete non li rivedrete mai più. Jahvè combatterà per voi. Egli è il Dio degli eserciti. Poi Mosè si alza in tutta la sua imponente statura e stende il braccio destro sulle paludi salate. Un forte vento d'oriente soffia per tutta la notte e, in concomitanza con la bassa marea, risospinge le acque dei Laghi Amari. Appare una lingua di terra melmosa ma percorribile. Israele attraversa così il Mar Rosso «a piedi asciutti». L'esercito egiziano che insegue da vicino i fuggiaschi, si precipita nel varco che il vento e la bassa marea hanno creato attraverso il mare. Ma i pesanti carri da guerra dell'esercito del faraone sprofondano nella sabbia molle e nella melma. Poi all'improvviso il vento d'oriente cessa di soffiare e la marea riprende a salire. Le acque del Mar Rosso si sollevano e sommergono, fra le urla di vittoria degli israeliti e quelle di panico degli egiziani, il fior fiore dell'esercito del faraone. Il passaggio del Mar Rosso è stato sempre interpretato da Israele come il più straordinario intervento di Jahvè a favore del suo popolo. Per Israele il Mar Rosso non è semplicemente un confine geografico fra la terra della schiavitù e il deserto, terra della libertà. Le acque che salvano gli ebrei e sommergono gli egiziani sono l'immagine stessa di Dio che salva chi confida in lui, mentre abbandona al proprio destino chi lo rifiuta. Il passaggio del Mar Rosso resterà per Israele la prova più importante e prodigiosa della potenza di Dio, Signore degli eserciti. Giunto sulla sponda orientale del mare, Israele esprime con un canto intonato da Maria, sorella di Mosè e di Aronne, i propri sentimenti di gratitudine a jahvè: Voglio cantare in onore di jahvè: perché ha mirabilmente trionfato, ha gettato in mare cavallo e cavaliere. Jahvè è prode in guerra, il suo nome è Jahvè. I carri del faraone e il suo esercito ha gettato nel mare e i suoi combattenti scelti furono sommersi nel Mare Rosso. Gli abissi li ricoprirono, sprofondarono come pietra.


Capoverso el deserto verso il Sinai

Dopo la traversata a piedi asciutti del Mar Rosso, Israele si trova finalmente libero nel deserto. Ma il deserto non rappresenta solo la libertà riacquistata. Il deserto è anche luogo di privazioni e di conflitti. Israele rimarrà nel deserto per quaranta anni, un numero simbolico che indica il passaggio di un'intera generazione. Non gli uomini che sono usciti dall'Egitto entreranno nella terra promessa, ma i loro figli. Neppure Mosè calcherà i piedi sulla terra di Canaan. Vedrà la patria sognata da lontano, la possederà solo con gli occhi. Questo lungo peregrinare di Israele nel deserto è come un test al quale Dio sottopone il suo popolo per convincerlo che solo nell'abbandono in lui si può realizzare. Nel deserto Israele sperimenta che la sopravvivenza di ogni giorno è dono di Dio. Nel deserto non sono ammessi rimpianti per il passato, né programmi per il futuro. Nel deserto si deve vivere alla giornata affidandosi completamente a Dio. Lo stesso insegnamento che un giorno sarà proposto da Gesù. L'uomo non deve rimpiangere il passato, né temere il futuro. Ogni giorno ha la sua pena. L'uomo deve prima cercare le cose di Dio e poi quelle che riguardano il corpo. Così insegnerà Gesù. Nel deserto Israele sperimenta queste verità. Nel deserto Israele purifica la propria fede. Nel deserto incontrerà Dio, diventerà un popolo, prenderà coscienza delle proprie forze sorrette dalla potenza di Jahvè. Al Mar Rosso Dio divide le acque dalla terra asciutta. È la stessa azione che Dio ha compiuto all'alba della creazione. Il deserto è ricominciare tutto da capo. Il deserto è una terra nuova, è come la terra nel primo giorno della creazione. Nel deserto soprattutto Israele è chiamato a premettere le esigenze dello spirito a quelle del corpo. Non sempre però Israele supererà il test del deserto. Nel deserto Israele rimpiange la carne che mangiava in Egitto. Rimpiange le cipolle d'Egitto ora che ha solo sabbia. Ma Dio, ancora una volta, è paziente con quelli che ama. Dice a Mosè: - Ho inteso la mormorazione degli israeliti. Parla loro così: Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane. Israele infatti si nutrirà di quaglie e di manna. Jahvè adopera ancora eventi naturali per manifestare la sua potenza e la sua provvidenza. Le quaglie migrando attraversano la penisola del Sinai e spesso cadono al suolo spossate. La manna è una resina commestibile prodotta dalla pianta del tamarisco che cresce nel deserto. Israele non supera neppure la prova della sete. Si lamenta con Mosè: - Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame? E Jahvè fa scaturire acqua dalla roccia e disseta il suo popolo. Quaglie, manna e acqua che sgorga dalla roccia sono il simbolo della potenza di Dio, ma anche della sua pazienza. Dio mette alla prova Israele e poi ne soddisfa le esigenze. Mosè stesso non supera del tutto il test del deserto. Anch'egli, presso la località di Meriba, dubita per un istante della parola di Dio e percuote due volte la roccia con il bastone perché ne scaturisca l'acqua. Per questo vedrà solo la terra di Canaan senza potervi entrare.


Capoverso 'alleanza del Sinai

Il deserto è soprattutto il luogo dove Israele incontra in maniera solenne e ufficiale il suo Dio. Nel deserto Israele, che prima era un non-popolo, un'accozzaglia di schiavi senza futuro, senza una legislazione, senza un'organizzazione, diventa un popolo. L'incontro fra Israele e Jahvè avviene sulla montagna sacra, su quella montagna dove Jahvè già aveva parlato al suo servo Mosè. Israele scende lungo la penisola del Sinai e giunge alle falde del massiccio montuoso che dà il nome a tutta la penisola. Sembra quasi che Dio lo abbia attirato in quel luogo per un appuntamento importante, per un appuntamento d'amore. Sulle falde, fra le gole e sulle vette di quel massiccio montuoso, Jahvè si rivela maestosamente a Mosè e a tutto il popolo. La manifestazione di Jahvè sul monte Sinai è la più spettacolare fra tutte quelle descritte nella Bibbia. Jahvè si palesa attraverso fenomeni naturali terrificanti. Una nube densa copre la montagna. Poi c'è un violento temporale. Lampi e tuoni scuotono il massiccio. E poi un terremoto e un'eruzione vulcanica. E poi fumo e fuoco e ululare del vento fra le gole del monte. Mentre Israele terrificato sta ai piedi del monte, Mosè sale da solo sulle vette per incontrare faccia a faccia il suo Dio terribile e dolcissimo. Sul monte Jahvè rivela al suo servo i termini di una nuova alleanza. L'alleanza del Sinai è un approfondimento delle alleanze già stipulate da Dio con Noè e con Abramo. Questa volta l'alleanza è fra Jahvè e tutto il popolo. Mosè è solo il mediatore, l'intermediario di tale patto. L'alleanza del Sinai ricalca i trattati di sudditanza che, a quel tempo, i re stabilivano con i propri vassalli. Secondo questi trattati, il re, dopo essersi presentato ed aver enumerato i propri meriti, fissava le norme che i vassalli dovevano osservare. Dal canto suo il re offriva protezione e aiuti a coloro che avessero osservato i suoi patti. Secondo questo schema avviene anche l'alleanza fra Jahvè e Israele. Jahvè si presenta a Mosè come l'unico Dio. Come il Dio che ha fatto uscire Israele dalla condizione di schiavitù. Poi Jahvè fissa le norme che il popolo deve osservare. Sono i dieci comandi, o le dieci parole, che sintetizzano i doveri di Israele verso Dio e verso il prossimo.


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