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ULTIMA EDIZIONE DISPONIBILE DE "L'OSSERVATORE ROMANO"
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L'OSSERVATORE ROMANO Edizione quotidiana
L'arcivescovo Fisichella sulle prospettive della nuova evangelizzazione nell'Anno della fede
Da 12 a 72 le città europee in missione come i discepoli
di GIANLUCA BICCINI
Sarà Benedetto XVI ad aprire l'Anno della fede il prossimo 11 ottobre, cinquantesimo anniversario dell'inizio del concilio Vaticano II, con una celebrazione alla presenza dei padri sinodali impegnati nella XIII assemblea generale - in programma dal 7 al 28 ottobre - sul tema "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana". Lo riferisce l'arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, in questa intervista al nostro giornale. Il presule anticipa anche che la "missione metropoli" sarà estesa da dodici a ben settantadue città europee. Cifre dall'evidente valore simbolico: si passa infatti dal numero ristretto degli apostoli a quello più ampio dei primi discepoli inviati di Cristo.
Il 9 gennaio si è svolto in Vaticano il secondo incontro dei responsabili di "missione metropoli", progetto pastorale cui hanno aderito dodici grandi città del vecchio continente. Com'è andata?
Sin dalla prima riunione, tenutasi nel luglio dello scorso anno, c'è stato un grande entusiasmo, insperato, da parte delle dodici città impegnate in questo segno di evangelizzazione comune e partecipato. Una vitalità testimoniata da tutte le metropoli presenti, che vedono la missione come una reale possibilità di azione pastorale, capace di incidere nel vissuto quotidiano delle persone. La Quaresima è stata vista come una felice opportunità, perché la lettura della Parola di Dio, le catechesi del vescovo, la celebrazione del sacramento della riconciliazione, unite al segno di carità, possono essere ancora un segno evidente dell'impegno dei cristiani nell'annunciare il Vangelo di Gesù ai nostri giorni. E colpisce positivamente come abbia ricevuto un'approvazione unanime la mia proposta di estendere nel 2013 quest'esperienza a 72 grandi città d'Europa. E non è cosa da poco.
Lei prima di Natale ha celebrato la messa in uno dei più grandi centri commerciali di Roma. Come spiega questa singolare iniziativa?
Ci sono già in diverse parti del mondo esperienze di nuova evangelizzazione. Aver celebrato la Santa Eucaristia all'interno di uno dei più grandi centri commerciali d'Europa significa immettersi in un processo di nuova evangelizzazione che già trova coinvolte molte parrocchie del territorio e altrettanti movimenti, che hanno individuato i nuovi luoghi di aggregazione delle persone. Ed è significativo che monsignor Nosiglia, l'arcivescovo di Torino - che partecipa alla missione metropoli - abbia parlato dei centri commerciali come di nuovi oratori. Essi sono infatti realmente luoghi di aggregazione, studiati e realizzati per diventare le nuove piazze non solo delle nuove città, ma anche di quelle più antiche. Certo, fanno allontanare dalla bellezza dei centri storici per attrarre con il luccichìo delle insegne dei negozi, ma hanno anche il merito di far incontrare le persone più disparate: uomini e donne di ogni età - giovani, ragazzi, adulti, anziani, famiglie - e stato sociale; ciò significa che sono diventati uno spazio in cui non può mancare la presenza dei cristiani. Questi ultimi infatti sono chiamati a provocare, ricordando al mondo che l'uomo vale più di quello che consuma o di quello che acquista, perché deve rispondere alla domanda sul senso dell'esistenza.
Le Indicazioni pastorali diffuse dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 6 gennaio scorso interpellano direttamente il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, stabilendo l'istituzione - presso il dicastero - di un'apposita segreteria per coordinare le diverse iniziative riguardanti l'Anno della fede. A che punto siete?
Siamo a un buon punto, considerato che non c'è molto tempo: stiamo impiantando la segreteria, che dovrà essere un po' l'anima di tutte le iniziative. Esse - come dice la nota - si svolgeranno soprattutto a livello di Chiesa universale, in modo particolare qui a Roma con la presenza del Papa. Inoltre ci saranno comunicazione e partecipazione tra quanto avverrà nelle diverse Chiese locali o a livello di associazioni e movimenti. Abbiamo già in programma una prima riunione con i capi dicastero più direttamente coinvolti nell'Anno della fede, per poter comporre un calendario di massima. Il tempo stringe, ma l'entusiasmo che sta contagiando tante Chiese sparse per il mondo ci obbliga a guardare al prossimo anno con l'intento di una preparazione davvero adeguata alla portata dell'avvenimento. Perché prima di qualunque iniziativa deve esserci la consapevolezza del popolo di Dio di vivificare la propria fede, di conoscere e di sperimentare di più l'incontro con Gesù, per vivere sempre più con il desiderio di conoscere in maggior profondità i contenuti del cristianesimo.
Nel documento si legge anche che la Segreteria dovrà aprire un apposito sito internet. Come state procedendo?
Stiamo lavorando a una pagina web in grado di offrire ogni informazione utile per vivere in modo efficace l'Anno della fede e per mettere in comunicazione le diverse realtà coinvolte. Lunedì 16 gennaio abbiamo iniziato lo studio con alcuni esperti di comunicazione in modo da approntare nel momento opportuno il portale. D'altra parte prima delle questioni tecniche devono essere comprese le necessità. Quindi sulla base delle esigenze che l'Anno della fede richiede si dà poi una risposta effettiva. Sono convinto che verrà attivato in tempi brevi, mi auguro che possa vedere la luce già entro Pasqua. Stiamo camminando a marce forzate, perché l'efficacia e la buona riuscita dell'Anno della fede dipendono dalla capacità di poterlo preparare nella maniera più coerente e anche agevolando la conoscenza delle iniziative. E prima di tutto facendo riflettere sulla Lettera apostolica di Benedetto XVI Porta fidei, che è una meditazione profonda e significativa di quanto è richiesto per vivere con coerenza l'Anno della fede.
Quali altri appuntamenti attendono il Pontificio Consiglio nel 2012?
Anzitutto possiamo anticipare che l'inizio dell'Anno della fede coinciderà con la solenne celebrazione del Santo Padre in cui si ricorderà il cinquantesimo dell'apertura del concilio Vaticano II. Questo è un momento altamente significativo visto che il Papa ha firmato la Lettera Apostolica l'11 ottobre 2011 quasi a voler ricordare che le scadenze sono talmente importanti che meritano non soltanto di essere ricordate, ma anche di essere celebrate. È il modo migliore per fare memoria di questo avvenimento che ha caratterizzato certamente il ventesimo secolo della storia della Chiesa, e perciò merita una celebrazione del tutto peculiare, considerando che saranno presenti anche tutti i padri sinodali impegnati nell'assise su nuova evangelizzazione e trasmissione della fede. Quindi assisteremo a una coincidenza di tematiche e di avvenimenti che possono provocare la nostra vita a una lungimiranza di impegno nei confronti di un'azione pastorale di evangelizzazione a cui il Papa ci ha richiamato nel discorso alla Curia per gli auguri di Natale come un impegno che toccherà la Chiesa nei prossimi anni.
Nell'ottobre scorso si è svolto il primo incontro internazionale organizzato dal Pontificio Consiglio, conclusosi con l'udienza di Benedetto XVI. Può tracciare un bilancio dell'avvenimento?
Da quell'incontro sono scaturiti impegni che erano imprevisti. Assistiamo a una vivacità di esperienze di nuova evangelizzazione, che nel momento in cui viene sostenuta e soprattutto orientata verso una visione unitaria e comune - pur nel riconoscimento della complementarità delle diverse iniziative ed esperienze - può portare realmente a gustarne i frutti. C'è la richiesta costante, quotidiana, di voler partecipare all'azione di nuova evangelizzazione della Chiesa e c'è anche un sostegno che proviene da tutte le diverse realtà ecclesiali. Per esempio sto avvicinando realtà della vita consacrata e ho in calendario incontri con i responsabili degli ordini religiosi mendicanti, e di diocesi: venerdì scorso sono stato ad Assisi, sabato a Udine, questa settimana ho appuntamenti a Francoforte, poi in Spagna. C'è una realtà complessa talmente attiva che quasi a stento riusciamo a corrispondere a tutte le richieste che ci vengono fatte. Pensi che qualche giorno fa a Lisieux si sono riuniti oltre cento responsabili dei santuari francesi per parlare di nuova evangelizzazione e il nostro dicastero era presente con un rappresentante. Dall'Europa all'America Latina, dagli Stati Uniti all'Australia, dove ad agosto incontrerò la Conferenza episcopale, c'è l'esigenza di conoscere la nuova evangelizzazione per farla diventare vita quotidiana.
(©L'Osservatore Romano 3 febbraio 2012)
In un'iniziativa della Conferenza episcopale italiana
Gesù nostro contemporaneo
di CAMILLO RUINI Cardinale del titolo di Sant'Agnese fuori le mura Presidente del Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana
L'evento "Gesù nostro contemporaneo", che si svolge a Roma dal 9 all'11 febbraio, si tiene a poco più di due anni di distanza dall'altro, "Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto". I temi delle due iniziative, promosse dal Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, sono strettamente collegati perché il Dio in cui crediamo, o non crediamo, di cui discutiamo, in Italia, in occidente e in gran parte del mondo (ad esempio, in Russia o America Latina) è il Dio propostoci da Gesù Cristo. Reciprocamente, Gesù di Nazaret è importante per tanti uomini e donne perché sono convinti che abbia un rapporto unico con Dio.
Su di lui da due secoli e mezzo si conduce una gigantesca ricerca storico-critica e si sviluppa un dibattito storico, filosofico e teologico - culturale nel senso forte del termine - che in ultima analisi ruota intorno alla questione se egli abbia o non abbia questa relazione unica con Dio. Le questioni di Dio e di Gesù Cristo sono dunque, di fatto, inseparabili. Ci troviamo pertanto, ora come due anni fa, al cuore del rapporto tra la fede e la cultura di oggi, quindi del compito del Progetto culturale e molto più ampiamente della missione della Chiesa.
Per quale motivo, per parlare di Gesù, è stato scelto questo titolo? Non soltanto per sottolineare l'attualità dell'argomento e rivendicarla di fronte a chi ritiene Gesù ormai confinato nel passato, ma per una ragione più sostanziale. Parliamo infatti di Gesù nostro contemporaneo, e potremmo aggiungere contemporaneo di ogni uomo e donna del futuro come del passato, intendendo che è contemporaneo proprio il Gesù vissuto duemila anni fa in Palestina: lo è nella sua vicenda umana unica e irripetibile, e non semplicemente in quanto reso attuale dal nostro ricordo, o anche dal nostro tentativo di essergli fedeli, di ispirarci a lui nel nostro modo di vivere.
Inteso così, questo titolo è tutt'altro che scontato, contiene una provocazione forte che chiama in causa sia la fede sia la storia. Già nel 1777 infatti il grande illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing aveva affermato che verità storiche non possono diventare una prova di verità eterne e che la distanza storica che continuamente si allarga tra Gesù e noi comporta una diminuzione inevitabile della sua rilevanza per noi.
Da allora la tendenza a relegare Gesù nel passato si è diffusa fino a diventare per gran parte della cultura di oggi quasi un'evidenza, anche quando si riconosce il valore e l'attualità del suo esempio di vita e di alcuni suoi insegnamenti. Per chi crede in Cristo e si rivolge a lui come al Signore che è vivo e presente, ci ascolta e ci sostiene - anzi, come dice san Paolo ai Galati (2, 20), vive in noi - relegare Gesù nel passato è però impossibile, ed equivarrebbe a tagliare il legame che unisce la nostra esistenza alla sua. Già Kierkegaard ha dato perciò a Lessing una risposta secca, quella del salto della fede che supera il tempo e ci rende contemporanei di Gesù.
Non è questo, però, il tipo di risposta intorno al quale è stato costruito l'evento, o almeno, non è il tutto della risposta che esso intende proporci. Le quattro mezze giornate di relazioni, testimonianze, dibattiti, proiezioni, mostre cinematografiche ruotano infatti intorno all'idea che è possibile tenere insieme la fede in Gesù vivente e nostro contemporaneo con il suo preciso collocamento nella storia, in ciò che è accaduto in Palestina duemila anni fa.
Dall'iniziativa dovrebbe emergere cioè quella svolta che si sta verificando proprio in questi anni negli studi storico-critici su Gesù di Nazaret, svolta della quale i due libri su Gesù di Benedetto XVI sono, per così dire, il segnale e il distillato teologico ed esegetico. In base a essa le tradizioni su Gesù conservateci nei vangeli sono da prendere molto più sul serio di quel che tanti studiosi hanno ritenuto, per ragioni diverse, durante più di un secolo. Così però la figura storica di Gesù di Nazaret riacquista il suo spessore e la sua concretezza, in maniera nuova e criticamente consapevole.
Questo vale non solo per le sue parole ma anche per le sue opere, cioè per i segni della potenza di Dio che operava in lui; vale per la coscienza che egli aveva del suo rapporto filiale con Dio, della missione che il Padre gli aveva affidato e del destino che lo attendeva, di morte ma anche di salvezza. Anzi, perfino la fede nella sua risurrezione dai morti, che è il punto decisivo del credo e della testimonianza della Chiesa delle origini, ma che è stata anche oggetto del più forte scetticismo storico, adesso è di nuovo considerata difficilmente comprensibile senza un solido aggancio nella storia.
Tutto ciò rappresenta una faccia. L'altra è l'attualità di Gesù, non solo come è richiesta dalla fede in lui, ma come emerge da quella "storia efficace" che da lui è giunta fino a noi, mantenendo e rinnovando continuamente quel carattere paradossale che è espresso dal binomio croce e risurrezione. Questa attualità e contemporaneità di Gesù sarà approfondita a Roma sotto il profilo filosofico e teologico, ma sarà anche attestata e resa quasi tangibile attraverso varie forme di esperienza: quella delle opere di fraternità che scaturiscono anche oggi dal rapporto con lui; quella, forse ancora più intima e diretta, del rapporto personale e vivificante che si stabilisce tra lui e chi sceglie di trascorrere, mediante il silenzio e la preghiera, la vita in sua compagnia; quella, suprema, di chi muore martire per la fede in lui.
Questo evento è dunque una proposta audace, che però viene fatta rispettosamente, dando spazio, al suo interno, anche a coloro che si muovono secondo logiche diverse. Anche a loro e a ciascuno di noi, comunque, Gesù di Nazaret rivolge la domanda con la quale interpellò i suoi primi discepoli: "Voi chi dite che io sia?".
(©L'Osservatore Romano 3 febbraio 2012)
Riflessioni sul messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali
Anche Dio tace
di GIANFRANCO RAVASI
Lo scorso 24 gennaio, quando la liturgia celebrava san Francesco di Sales, scrittore e comunicatore, patrono dei giornalisti, Benedetto XVI anticipava la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali - che si celebrerà il 20 maggio - con un messaggio di forte intensità spirituale dedicato alla Parola e al silenzio. E concludeva con questa considerazione: "Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell'evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell'agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo".
Sulla scia delle suggestioni di quel documento, abbiamo così pensato di affrontare il tema del silenzio, un argomento alto e denso, nonostante sia privo di parole. Lo affronteremo da un'altra angolatura. Cantava padre David Maria Turoldo (di cui in questo mese celebriamo il ventesimo dalla morte): "Un chiostro è il mio cuore / ove Tu scendi a sera / io e Te soli / a prolungare il colloquio". Si intuisce in questi versi che il dialogo con Dio non ha solo parole ma soprattutto silenzi: non per nulla nella tradizione giudaica il nome di Dio - elemento fondamentale in ogni religione - non lo si deve dire ma solo tacere.
Questo silenzio è lo stesso del "mistero", parola greca che rimanda al verbo myein che esige il chiudere le labbra nel tacere, perché il mistero custodisce il divino che è infinito, eterno e ineffabile, ma che è anche efficace, potente, salvifico. Noi, perciò, ci interesseremo ora proprio del silenzio di Dio, non tanto di quello dell'uomo, pur importante perché Qohelet ci ricorda che "c'è un tempo per parlare e un tempo per tacere" (3, 7). Il tacere divino - ben diverso da quello degli idoli che è mutismo perché oggetti inerti ("sono come uno spauracchio in un campo di cetrioli: non sanno parlare", ironizzerà Geremia) - ha due volti, l'uno di rivelazione e di grazia, l'altro di giudizio e di ira.
La più affascinante rappresentazione del silenzio "bianco" divino - sintesi di ogni rivelazione proprio come accade a questo colore che riunisce in sé tutta la gamma cromatica (non per nulla è il colore dell'ambito divino nell'Apocalisse) - è nelle tre parole ebraiche che descrivono l'epifania del Signore davanti al profeta fuggiasco e scoraggiato, Elia, giunto alla vetta dell'Horeb-Sinai: qôl demamah daqqah, una "voce di silenzio sottile" (1 Re, 19, 12). Il profeta "focoso" (egli era "come fuoco e la sua parola bruciava come fiaccola", si legge in Siracide 48, 1) aveva atteso Dio negli altri segni teofanici sinaitici, clamorosi e rumorosi: il "vento gagliardo e potente", il terremoto, la folgore. Ma il Signore non era lì, bensì nel silenzio che era segno non di assenza ma di presenza efficace, pronta a rimettere di nuovo Elia sulla strada della sua missione.
Altre versioni, come quella della Conferenza Episcopale Italiana, optano per una resa pure possibile, anche se meno legata al testo ebraico così come suona: "voce di brezza leggera" (in questa linea anche l'antica traduzione greca dei Settanta). Ci si mette, quindi, nella sequenza dei fenomeni atmosferici precedenti, sostituendo alla violenza di un temporale il sussurro lieve di una brezza. Ma l'originale ebraico, confermato anche da alcuni testi di Qumran, ci riporta a un silenzio simile a quello che si allarga nel cielo dell'Apocalisse all'apertura del settimo sigillo, quando "si fece silenzio in cielo per circa mezz'ora" (8, 1).
Una rivelazione silenziosa (l'esegeta Hermann Gunkel parla di una "musica silenziosa") domina anche il Salmo 19: il creato trasmette il messaggio del suo Creatore senza suoni udibili: "I cieli narrano la gloria di Dio, l'opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio" (2-5). È una sorta di Tôrah cosmica silenziosa a cui subentra poi la Tôrah scritta, che è cantata nella seconda parte del Salmo.
È suggestivo il commento che André Neher ci ha lasciato nel suo saggio L'esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz (Marietti 1983): "Se la Bibbia sa identificare l'infinito cosmico col silenzio, sa anche che tale infinito non è che il velo di un altro Infinito, quello del Creatore, la cui Parola trascorre attraverso l'immensità per raggiungere l'uomo, ma il cui Essere intimo non può identificarsi anch'esso se non con il silenzio".
Continuiamo, però, la nostra ricerca sul silenzio positivo divino penetrando anche nel Nuovo Testamento con la figura di Cristo.
Pensiamo ai momenti di solitudine che ripetutamente Gesù cerca, allontanandosi dalla folla per incontrare il Padre nella preghiera (un esempio per tutti in Marco 1, 35). Ma mi sembrano significativi in questo senso e positivi nel loro risultato anche i silenzi che Cristo impone ai segni del male, generando così la salvezza: ai demoni (Marco 1, 25), alla tempesta, emblema del caos (Marco 4, 39), agli avversari che lo vogliono far cadere (Matteo 22, 34), agli stessi discepoli che non comprendono il significato della sua sofferenza e della sua gloria (Marco 8, 30; 9, 9), ai malati guariti perché non si equivochi sul valore dei miracoli (Marco 1, 44).
Altre volte è il silenzio di Gesù stesso che si rivela in realtà come una lezione o un monito o un giudizio sul suo interlocutore: di fronte all'adultera e ai suoi accusatori (Giovanni, 8, 6. 8), davanti al Sinedrio che lo interroga (Marco, 14, 60-61), a Pilato (Marco, 15, 4-5), a Erode (Luca, 23, 9). Quando entra nel sentiero oscuro della passione il suo è un silenzio eloquente, che si modella su quello del Servo sofferente cantato da Isaia: "Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì bocca: era (...) come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca" (53, 7). C'è, quindi, un silenzio sacrificale che diventa principio di salvezza per l'umanità peccatrice.
Tutto questo fa parte di un disegno divino misterioso che è rivelato, ossia un messaggio taciuto che viene svelato, ed è proprio san Paolo a connettere al tema del silenzio questo piano salvifico che egli chiama appunto "mistero", il cui valore etimologico abbiamo già illustrato sopra. L'Apostolo, nella "dossologia" (inno di gloria) che suggella la Lettera ai Romani, canta "la rivelazione del mistero avvolto nel silenzio [si usa il verbo greco sigào, presente dieci volte nel Nuovo Testamento] per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le Scritture dei profeti, per ordine dell'eterno Dio, annunciato a tutte le genti" (16, 25). Fin qui il silenzio luminoso di Dio.
Ma c'è anche un suo tacere che genera paura e amarezza. Il fedele sente quasi come un incubo quel mutismo che ha il tono dell'assenza e dell'indifferenza e persino dell'abbandono. Per questo, l'orante del Salterio spesso grida a Dio: "Signore, tu hai visto, non tacere! Non stare da me lontano! (...) Non essere sordo alle mie lacrime! (...) A te grido, Signore, mia roccia, con me non tacere perché, se tu non parli, sono come chi scende nella fossa infernale!" (Salmi , 35, 22; 39, 13; 28, 1). Il "perché?", il "fino a quando?" che viene spesso lanciato verso l'alto dagli oranti sofferenti vorrebbe scuotere questo Dio muto, persino addormentato (44, 24).
La storia senza la parola di Dio o quella dei suoi profeti diventa incomprensibile e insopportabile, ma la stessa fede cade in un dramma: l'inazione divina diviene un argomento dei negatori di Dio che possono ripetere il motteggio sarcastico evocato dall'autore del Salmo 42, "Dov'è il tuo Dio?". Altre volte, però, il silenzio di Dio è il segno esplicito del suo giudizio sul peccato del popolo: "grideranno al Signore, ma egli non risponderà, nasconderà loro la faccia, perché hanno compiuto azioni malvagie", minaccia il profeta Michea (3, 4).
Emblematico a questo proposito è uno dei tanti atti simbolici che Ezechiele compie. Il Signore, infatti, gli annuncia: "Farò aderire la tua lingua al palato e resterai muto; così non sarai più per loro uno che li rimprovera, perché sono una genia di ribelli" (3, 26). Il messaggio è chiaro: il profeta incarna la scelta divina di non ammonire più il suo popolo, lasciandolo immerso nel suo male fino ad affogare. Ancora una volta il silenzio del Signore - incarnato nel profeta muto, voce di Dio spenta - è segno di giudizio. Quando la bocca di Ezechiele lancerà ancora suoni (24, 27; 33, 22), sarà indizio del ritorno della misericordia divina, del perdono e della conversione di Israele.
Nel Nuovo Testamento la rappresentazione negativa più alta e drammatica del silenzio divino la si ha sulla croce di Cristo, quando egli sperimenta l'abbandono del Padre attraverso il suo silenzio: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Marco, 15, 34). Eppure quel vuoto, che rende Cristo veramente e pienamente nostro fratello non solo nel dolore e nella morte, ma anche nell'assenza di Dio, non sfocerà nella definitiva lontananza e nella solitudine. Incombe, infatti, l'alba della Pasqua quando il Padre risponderà efficacemente all'invocazione del Figlio attraverso la risurrezione.
Commentava Heinrich Schlier (1900-1978), famoso teologo ed esegeta tedesco: "Proprio nel momento in cui Dio gli fa provare l'essere senza Dio, il patire, il morire senza Dio, Gesù si rivolge a Dio col Salmo dei pii dell'antica Alleanza. Non grida nel vuoto, ma a Lui, verso di Lui! Si rivolge a Dio, senza Dio! Depone ai piedi del Dio che l'ha abbandonato anche l'angoscia del morire senza Dio. Proprio attraverso questa esperienza, Gesù alla fine diventa per tutti il vincitore del morire abbandonati da Dio, il vincitore della morte senza Dio!".
(©L'Osservatore Romano 3 febbraio 2012)
I maestri della Cappella Musicale Pontificia
Un soprano al comando
Nel 1878 Domenico Mustafà è nominato direttore della Sistina
di MARCELLO FILOTEI
Leone XIII non era tipo da derogare dalle regole imposte dai suoi predecessori. Anche per questo qualche anno dopo essere stato eletto dispose che fosse rimosso dall'incarico il cantore ammogliato Giuseppe Brucchietti. Le norme vanno rispettate, ma è prerogativa dei Pontefici modificarle. E proprio quel licenziamento può essere visto come il segnale che qualche cosa andava cambiato alla Cappella Musicale Pontificia.
L'incaricato della riforma fu Domenico Mustafà, uno degli ultimi cantori evirati, che in realtà era stato nominato direttore perpetuo della Sistina da Pio IX, ma svolse il suo mandato sotto Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, che avrebbe regnato fino al 1903. Leone XIII aveva le idee chiare e la voglia di dare impulso sia alle esecuzioni, sia alle riforme, ma entrambe le attività non procedettero senza intoppi.
Uno dei punti deboli della Cappella è stato storicamente la poca abitudine alle prove. Nel lungo periodo di interregno tra la morte di Giuseppe Baini, nel 1844, e la formalizzazione dell'incarico al suo successore, nel 1878, le cose non potevano migliorare. Inoltre la nomina di Mustafà non fu accettata tra i cantori senza qualche mal di pancia. Il nuovo maestro, pur apprezzato da molti, non era unanimemente riconosciuto come un direttore all'altezza del suo predecessore. Inoltre la sua nomina rappresentava uno strappo alla regola. Baini, era un basso, e sembrava quindi naturale che salisse sul podio, visto che per tradizione l'attacco veniva dato proprio dal più anziano dei bassi. Mustafà, invece, era una sopranista, ruolo generalmente ricoperto da cantori più attenti ai propri virtuosismi che all'andamento d'insieme.
Ma le consuetudini, come le regole, sono fatte per essere infrante e, a nomina fatta, il nuovo maestro cominciò a riorganizzare la Cappella. Tanto più che Leone XIII amava ascoltare la Sistina anche in privato, e non sembra fosse tenero nei giudizi se sentiva qualcosa che non lo soddisfaceva.
Le prove ripresero con una certa costanza nel 1880 e il coro tornò ad approfondire con regolarità il repertorio di tradizione, soprattutto quello eseguito nelle festività solenni. Mustafà si scontrava però con la carenza di voci, divenuta cronica. I cantori non erano in numero sufficiente, né erano distribuiti egualmente tra i vari registri. Si faceva spesso ricorso a ospiti, provenienti principalmente dalla Giulia, e tra i soprani, cominciarono a comparire sempre più frequentemente dei fanciulli. Paradossalmente proprio un sopranista come Mustafà, che in futuro avrebbe dato dimostrazione di non essere d'accordo con l'esclusione degli evirati dal coro, diede inizio di fatto a quel processo che porterà alla sostituzione delle voci acute maschili con quelle di bambini. Il percorso, però, sarà portato a termine, non senza difficoltà, da Lorenzo Perosi.
Il problema degli "aggiunti", come si chiamano oggi, è sempre lo stesso: per quanto siano bravi non possono evitare che un ensemble perda la sua specifica personalità. Il suono è una cosa che si costruisce con il tempo, grazie al lavoro del maestro. La condizione necessaria, ma non sufficiente, è che ci siano sempre le stesse persone a cantare o a suonare, così da creare uno speciale affiatamento che porta a un timbro originale. La Sistina era già in difficoltà, ma da quando fu autorizzata la partecipazione "anche degli estranei per supplire all'attuale deficienza delle voci necessarie per i concerti", nel luglio del 1881, perse anche di riconoscibilità.
Mustafà pare ce la mettesse tutta per ristrutturare la Cappella, ma i risultati non arrivavano. Il metodo che il maestro adottò alla fine dell'Ottocento per farsi ascoltare fu quello di annunciare le dimissioni e di ritirarsi a Montefalco, dove sarebbe morto, ma molti anni dopo nel 1912.
Fino al 1891, in vari modi, il direttore si tenne lontano dal suo incarico per lunghi periodi, tornando di quando in quando per rispondere positivamente agli inviti che giungevano dalle sacre stanze. Una delle occasioni per ascoltarlo dirigere fu la messa del primo gennaio 1888, per il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Un appuntamento al quale non si poteva mancare e che convinse Musfatà a comporre il mottetto Domine salvum me fac. Finita la festa si ritornò alla normalità, che consisteva nell'affidare la direzione ad interim a Innocenzo Pasquali. Qualcuno, come spesso era accaduto, pensò a fare ricorso a un maestro estraneo al mondo Vaticano, ma, come sempre è successo in questi casi, non se ne fece niente. Mustafà rimaneva inamovibile, attendendo la possibilità di realizzare la sua riforma. In caso contrario preferiva rimanere quanto più possibile lontano dal coro.
Finalmente il 7 marzo 1891, con un apposito decreto, la Sistina provò a mettersi al passo con i tempi, o almeno adottò le misure volute dal maestro. Fu promulgato un regolamento che affrontava sia questioni economiche (in sostanza venivano aumentati i compensi) sia questioni artistiche: il numero dei cantori veniva fissato a trentadue, otto per ogni registro vocale. Inoltre venivano aboliti l'obbligo della tonsura e del celibato, ma soprattutto si disponeva l'ammissione di fanciulli cantori. A questo seguiva l'obbligo di una certa regolarità nelle prove. Diritti e doveri, insomma, con attenzione all'arte: per esempio si disponeva che un membro del coro assente andasse sostituito con un cantore dello stesso registro, che potrebbe sembrare scontato, ma pare che nella prassi non lo fosse.
Malgrado tutto fosse stato messo nero su bianco, alle dichiarazioni d'intento stentavano a seguire i fatti. In primo luogo i cantori rimanevano in numero limitato, il che portava continuamente a invitare degli esterni con il conseguente declino del livello artistico. La situazione doveva essere grave se nel giugno del 1892 Mustafà si trovò costretto a comunicare che probabilmente non sarebbero stati garantiti i servizi a San Pietro visto che, a causa dello scarso numero di componenti, la Sistina non poteva assicurare un livello decoroso delle esecuzioni.
Qualche nota positiva però non mancava, in particolare nel 1894 per il trecentesimo anniversario della morte di Palestrina nella sala Clementina si registrò un'esecuzione molto apprezzata. Leone XIII scrisse a Mustafà congratulandosi per il buon esito del tentativo di "rimettere e conservare le insigni tradizioni della Sistina", invitando anche tutti i cantori a continuare nell'impegno in modo che "a giorni migliori possa il vostro Collegio riprendere parte che ebbe sempre sì splendida nel corso delle sacre solennità: si studii intanto di continuare assiduo nella palestra delle consuete esercitazioni". Insomma avete cantato bene, continuate a lavorare.
Le critiche però non mancavano ed erano incentrate sul repertorio antico più che su quello moderno. In pratica la Sistina veniva accusata di affrontare con scarsa cura i brani di Palestrina, mentre i lavori contemporanei erano apprezzati. Nel 1896 in occasione di festeggiamenti in onore di Guido D'Arezzo il periodico milanese "Musica Sacra" criticò aspramente l'esecuzione del Credo dalla Missa Papae Marcelli: "fu cantato tutto d'un pezzo come suol dirsi, ad eccezione dell'Incarnatus, con un forte da sbalordire. Perché in questo capolavoro sbandire la coloritura? Non si poteva rimediare in tal guisa a far risaltare le singole parti col temperare e moderare quelle troppo forti?".
I cantori sistini protestarono sostenendo che il giornalista non aveva nemmeno citato correttamente le opere eseguite. Chiesero una rettifica e ottennero una lunga replica, nella quale l'autore dettagliava i motivi dell'insoddisfazione: "non è certo malevolenza che mi fece scrivere in tal maniera, ma l'ardente desiderio che nutro affinché la Cappella Sistina possa nuovamente corrispondere alla fama che meritatamente godette fin ad un secolo fa. Non sono io il solo a lamentare l'indirizzo che ha preso da qualche anno la Cappella in materia di canto. Non parlo degli Offertorii, dei Postcommunio, ed anche degli Introiti martellati ed armonizzati per ottave, quinte e terze, e molto anche di seguito, che certamente non rivelano speciali tradizioni, ma vera imperizia nel canto gregoriano. Di Palestrina poi, in questi ultimi anni, si eseguirono sempre le stesse e ben poche cose". L'ufficio pubbliche relazioni della Sistina non aveva funzionato a dovere. L'esito della protesta fu quello di ingigantire il rilievo della critica. Seguirono nuove proposte di riforma, che però sembravano riportare la Sistina indietro nel tempo. Mustafà ottenne nel 1897 una nuova ordinanza nella quale di fatto si riduceva il numero dei cantori attivi, ma si prevedeva tra l'altro la formazione di due "fanciulli evirati" che avrebbero servito come futuri sopranisti nella Sistina. Non sarebbe stato questo il futuro della Cappella Musicale Pontificia, un futuro che sarebbe cominciato di lì a pochi anni con l'avvento di Perosi.
(©L'Osservatore Romano 3 febbraio 2012)
Un ricordo di Wislawa Szymborska
Antidoti al torpore in forma di poesie
di SILVIA GUIDI
"Strano mestiere cercare parole da cucire l'una all'altra, guardando il muro per ore, sdraiati su un divano"; così Wislawa Szymborska amava prendere in giro se stessa e disinnescare con l'ironia ogni possibile rischio di retorica nel corso di un'intervista, di una lettura poetica o di un discorso ufficiale (incombenza che accettava come un male necessario, soprattutto dopo il premio Nobel del 1996).
La poetessa polacca è morta mercoledì scorso nella sua casa di Cracovia; nata il 2 luglio 1923 a Bnin, nella regione di Poznan, Szymborska aveva studiato e si era laureata in lettere e sociologia presso l'università della città dove ha sempre vissuto, o meglio, dove è diventata "maestra di una disciplina indispensabile e spesso ignorata: l'arte di essere vivi" - come scrive Roberto Calasso sul "Corriere della Sera" del 2 febbraio 2012 - regalando al mondo, grazie alla freschezza del suo sguardo, preziosi antidoti al torpore scolpiti nel cesello levigato di una pagina di versi, capaci di scavalcare agevolmente anche gli inevitabili tradimenti delle traduzioni in altre lingue.
"La Szymborska - continua Calasso sul "Corriere" - penetrava tra lettori di ogni tipo, dai più esigenti a quelli che, in linea di massima, evitano la poesia. I più sorprendenti, per vari motivi, erano questi ultimi; mossi dall'ammirazione e da una singolare forma di affetto, come verso qualcuno che sapesse qualcosa di molto preciso su loro stessi".
Ogni giorno, ripete al lettore Szymborska con i suoi folgoranti aforismi in forma di poesia, abbiamo a disposizione una porzione di realtà che, con il suo flusso continuo di incontri imprevisti e la sua "massiccia dose di inesplicabile e sorprendente molteplicità" ci dovrebbe aiutare a non essere "come chiodi piantati troppo in superficie su un muro", come scrive nella bellissima Disattenzione, tratta dalla raccolta Due punti: "Ieri mi sono comportata male nel cosmo / Ho passato tutto il giorno senza fare domande, / senza stupirmi di niente. / Ho svolto attività quotidiane, / come se ciò fosse tutto il dovuto. / Inspirazione, espirazione, un passo dopo / l'altro, incombenze, / ma senza un pensiero che andasse più in là / dell'uscire di casa e del tornarmene a casa. / Il mondo avrebbe potuto essere preso per / un mondo folle, / e io l'ho preso solo per uso ordinario. / Nessun come e perché - / e da dove è saltato fuori uno così - / e a che gli servono tanti dettagli in movimento. / Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro".
Ben presto anche il popolo della Rete ha scoperto la meticolosa, ironica e colloquiale precisione espressiva della poetessa polacca, diffondendo via mail o via blog versi tratti dalle sue opere, in una sorta di samizdat clandestino nato spontaneamente per aiutarsi nella quotidiana battaglia contro la distrazione, la banalità e il conformismo (e la retorica dell'anticonformismo, travestimento raffinato e post moderno del conformismo stesso).
Non mancano, nell'opera della poetessa di Bnin, spine di pacata disperazione ("quanti vestiti ci lasciamo dietro le spalle nel nostro viaggio dal niente al niente?"; e perché non cedere, di fronte al morso di un dolore, o al vuoto lasciato dalla scomparsa di una persona cara, alla "pietà chimica" di un tranquillante?) in cui l'estraneità dell'uomo alla natura e al suo stesso destino viene descritta in tutta la sua vertigine, ma solitamente prevale un tono più sereno e disteso.
Sarcasmo e talvolta, raffinata perfidia nascono invece da una costante allergia agli slogan e alle frasi fatte (non solo degli altri: Szymborska ha confessato più volte il suo imbarazzo davanti alle sue prime poesie, pubblicate nel 1945, che rispecchiano i canoni estetici del realismo socialista): che significa "essere pronto" per qualcosa, se tutto nella vita è nuovo ad ogni istante? In fondo - riflette l'autrice - anche "alla nascita di un bambino il mondo non è mai pronto".
(©L'Osservatore Romano 3 febbraio 2012)
Tecnologia d'avanguardia per una storia dal sapore antico in "Hugo Cabret" di Martin Scorsese
In eredità agli amanti del cinema
di GAETANO VALLINI
Un rispettoso ritorno alle radici, un omaggio riconoscente a colui che per primo intuì le potenzialità della settima arte, ma anche un invito alla conoscenza, al piacere ingenuo e stupefacente della scoperta. È questo Hugo Cabret, l'ultimo film di Martin Scorsese, che per rappresentare la sua favola sul cinema delle origini e sul suo immaginifico epigono, quel Georges Méliès che per primo rese possibile un Viaggio nella Luna, abbandona il linguaggio classico finora più congeniale alle sue storie per convertirsi al 3D, ovvero alla rinnovata ultima frontiera della tecnica cinematografica. Un passaggio che in altre circostanze non ha avuto l'effetto sperato, perché posticcio e non necessario, ma che in questo caso riesce a offrire alla visione quel di più che fa la differenza. E non si tratta di semplice profondità delle immagini, perché nei primi piani, emergendo dallo schermo, i personaggi si fanno più vicini allo spettatore, costringendolo a un legame più forte, quasi intimo.
Ma non è solo questione di tridimensionalità o di computer grafica, che peraltro non è un limite alle ben note qualità di Scorsese, il quale non rinuncia a inquadrature originali e a lunghi e spettacolari piani sequenza. Qui siamo di fronte a un'opera che, pur intrisa di tecnologia, emana il sapore antico delle storie che affascinano perché in qualche modo sembrano senza tempo. Difficile dire se Hugo Cabret, in uscita nelle sale italiane con il poderoso abbrivio di ben undici candidature agli Oscar, sia il capolavoro di Scorsese, tanto è differente dalle precedenti opere, soprattutto le più recenti in cui rifletteva sul male, sul senso di colpa, sulle contraddizioni della società. Di sicuro è l'opera più personale, nel senso che vi si colgono insieme gli elementi essenziali del suo cinema: invenzione, sperimentazione, suggestione, evocazione, ma anche ricerca e memoria. Qui c'è tutto, tanto da toccare le corde giuste sia dei più giovani che degli adulti ancora capaci di stupore e di commozione. Anche se saranno soprattutto gli appassionati a goderne, persi tra innumerevoli rimandi e più o meno esplicite citazioni (e non solo dei film di Méliès, ma dai fratelli Lumiére ad Harold Lloyd), espressione dell'amore quasi sacrale di Scorsese per questa arte.
In Hugo Cabret si coglie, infatti, la summa di interi pomeriggi trascorsi fin da ragazzo nelle fumose sale cinematografiche di New York a succhiare cinema da ogni pellicola vista. Così come lo sguardo attento del cinefilo appassionato, pronto a cogliere la natura stessa del linguaggio filmico, le sue infinite varianti e sfumature, le sue allusioni, i suoi richiami. Non sarebbe esagerato definire questo film come una sorta di testamento, il lascito di un maestro a quanti amano il cinema.
In tal senso l'ultima opera di Scorsese, adattamento del romanzo di Brian Selznick La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, è molto più che l'avventura di un ragazzo alla ricerca del segreto custodito da un automa lasciatogli dal padre orologiaio; un segreto che lo porterà a realizzare il suo sogno e conoscere il grande Georges Méliès, mago, illusionista, regista visionario e prolifico caduto in un deprimente oblio, e quest'ultimo a ritrovare se stesso, il suo genio e il suo pubblico. È soprattutto un invito a immergersi nella magia del cinema e a lasciarsene risucchiare senza timore di perdersi nei suoi mille ingranaggi.
Ed è ciò che Hugo - il protagonista della storia, un orfano con un talento per la meccanica che si occupa con lo zio ubriacone della manutenzione degli orologi della maestosa stazione di Gare Montparnasse, dove vive di nascosto - accetta di fare, all'inizio con un po' di riluttanza, guidato da una giovane nuova amica, Isabelle, più spigliata e pronta mettersi in gioco. E quando il gioco comincia, dopo un po' di iniziale fatica, non c'è nulla che possa fermarlo, in un vortice che avvolge una Parigi anni Trenta fascinosamente ricostruita grazie alla fotografia satura di Robert Richardson e alle scenografie imponenti di Dante Ferretti.
Il resto lo fa un cast di alto livello, a partire da un ispirato Ben Kingsley nei panni di Méliès, senza dimenticare Sacha Baron Cohen, claudicante e burbero ispettore ferroviario che dà la caccia a ladruncoli e vagabondi nella stazione per consegnarli all'orfanotrofio, Christopher Lee, ieratico libraio, Emily Mortimer, graziosa fioraia, Jude Law, padre del giovane protagonista, e soprattutto i bravi Asa Butterfield, il timido Hugo, e Cloë Grace Moretz, la simpatica Isabel.
Chi prevarrà nella notte degli Oscar tra il vintage The Artist di Michel Hazanavicius, con dieci candidature, e il fantasmagorico Hugo Cabret di Scorsese è difficile prevederlo. Certo è che Hollywood quest'anno è stata stregata da se stessa, dalla sua storia di fabbrica dei sogni. Perché anche se i linguaggi sono differenti - la prima opera va controcorrente e rispolvera nientemeno che il muto per parlare dei film degli anni Venti, la seconda sceglie invece il 3D per celebrare addirittura i pionieri - il tema è identico: il cinema che racconta se stesso. Con passione. E un pizzico di nostalgia.
(©L'Osservatore Romano 3 febbraio 2012)
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