«Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (Gv 15,7)

Il discorso d'addio, dopo l'ultima Cena, è ricchissimo di insegnamenti e di raccomandazioni che, con cuore di fratello e di padre, Gesù dona ai suoi di tutti i secoli. Se tutte le sue parole sono divine, queste hanno accenti particolari, essendo quelle in cui il Maestro e Signore condensa la sua dottrina di vita in un testamento che sarà poi la magna charta delle comunità cristiane. Accostiamoci dunque a questa Parola di vita, che fa parte appunto del testamento di Gesù, con il desiderio di scoprirne il senso profondo e nascosto, per poterne informare tutta la nostra vita.

Leggendo questo capitolo di Giovanni, la prima cosa che balza agli occhi, è l'immagine della vite e dei tralci, così familiare a un popolo che da secoli pianta vigne e coltiva viti da uva. E sa bene che solo il tralcio bene innestato nel tronco può diventare verde di foglie e ricco di grappoli. Mentre quello tagliato, avvizzisce e muore. Non c'era un'immagine più forte per dire quale è la natura del nostro legame con Cristo. Ma c'è anche una parola che risuona con insistenza in questa pagina di Vangelo: “rimanere”, nel senso di essere saldamente legati e intimamente inseriti in lui, quale condizione per ricevere la linfa vitale che ci fa vivere della sua stessa vita. “Rimanete in me e io in voi”, “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto”. “Chi non rimane in me viene gettato via”. Quindi questo verbo “rimanere” deve avere un significato e un valore essenziali per la vita cristiana.

“Se”. Questo “se” indica una condizione che sarebbe impossibile ad ogni persona di osservare, se per primo Dio non le si fosse fatto incontro. Anzi, di più: se non si fosse a tal punto calato nell'umanità da farsi una sola cosa con essa. E' lui che per primo si innesta, per così dire, nella nostra carne con il Battesimo e la vivifica con la sua grazia. Sta poi a noi realizzare nella nostra vita ciò che il Battesimo ha operato e scoprire le inesauribili ricchezze che vi ha deposto. Come? Vivendo la Parola, facendola fruttare, dandole stabile dimora nella nostra esistenza. Rimanere in lui significa far sì che le sue parole rimangano in noi, non come pietre in fondo a un pozzo, ma come semi nella terra, perché a suo tempo germoglino e diano frutto. Ma rimanere in lui significa soprattutto – come Gesù stesso spiega in questo passo del Vangelo – rimanere nel suo Amore. E' questa la linfa vitale che sale dalle radici, al tronco e fin nei tralci più distanti. E' l'amore che ci lega a Gesù, che ci fa un tutt'uno con lui, come membra – diremmo oggi – “trapiantate” nel suo corpo; e l'amore consiste nel vivere i suoi comandamenti che si riassumono tutti in quel grande e nuovo comandamento dell'amore reciproco. E quasi per darci una conferma, perché possiamo avere la riprova che siamo innestati in lui, ci promette che ogni nostra preghiera sarà esaudita.

Se è lui stesso a chiedere non può non ottenere. E se noi siamo un tutt'uno con lui, sarà lui stesso a chiedere in noi. Se dunque ci mettiamo a pregare, e a domandare qualcosa a Dio, chiediamoci prima “se” abbiamo vissuto la Parola, se siamo rimasti sempre nell'amore. Chiediamoci se siamo sue parole vive, e un segno concreto del suo amore per tutti e per ciascuno di quelli che incontriamo. Può essere pure che si chiedano grazie, ma senza avere nessuna intenzione di adeguare la nostra vita a quanto Dio domanda. Sarebbe giusto allora che lui ci esaudisca? E questa preghiera non sarebbe forse diversa, se sbocciasse dalla nostra unione con Gesù, e se fosse lui stesso in noi a suggerire le richieste al Padre suo? Quindi chiediamo pure qualsiasi cosa, ma preoccupiamoci prima di tutto di vivere la sua volontà, le sue parole, affinché non siamo più noi a vivere, ma lui a vivere in noi.

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