LA STORIA DEI PATRIARCHI (Genesi 12-50) – Parte 2

Il figlio della promessa

Dopo l’alleanza passa un po’ di tempo. Abramo continua fermamente a credere che Dio gli darà finalmente un erede. Ma Sara, sua moglie, non riesce a concepire. Umiliata per la sua sterilità, fa allora al marito una proposta: – Ecco, il Signore mi impedisce di avere prole. Unisciti alla mia schiava Agar. Da lei potrai avere un figlio. Forse questo è il senso della promessa che Dio ti ha fatto. Abramo ascolta il suggerimento di Sara. Agar partorisce un figlio, Ismaele, che significa «Dio ascolta». Ma non è questo il senso della promessa fatta da Dio. Il popolo che Dio vuole non può discendere da una schiava. Una sera Abramo se ne sta seduto all’ingresso della sua tenda piantata presso alcune querce nella località di Mamre. Ed ecco tre uomini avvicinarsi a lui. Subito Abramo va loro incontro: – Accomodatevi sotto queste querce – dice loro pieno di sollecitudine -. Permettete che vada a prendere un boccone di pane. Riposatevi, sarete stanchi. Dopo potrete proseguire. Abramo entra in fretta nella tenda e dice a Sara: – Presto, impasta un po’ di farina e fa’ delle focacce. Poi corre all’armento, prende un vitello tenero e buono e lo consegna ad un servo perché lo prepari per un banchetto. Infine porge delle ciotole di latte fresco ai tre ospiti misteriosi. I tre si ristorano, poi quello che sembra il più autorevole chiede ad Abramo: – Dov’è Sara, tua moglie? Abramo risponde: – Dentro la tenda. Allora quell’uomo misterioso e autorevole dice ad Abramo: – Tra un anno ritornerò da te e allora Sara avrà un figlio. Sara nella tenda sente quelle parole e subito scoppia incredula in una risata. E l’uomo dice: – Perché Sara ha riso? C’è forse qualcosa di impossibile per il Signore? E la sua voce è ferma e dolcissima. La stessa voce che aveva già parlato ad Abramo presso la città di Harran, presso la località di Sichem e presso la località di Betel. Poi i tre si alzano e si avviano verso le città di Sodoma e Gomorra. Abramo li accompagna, secondo i doveri dell’ospitalità, per un tratto di strada.

La distruzione di Sodoma e Gomorra

Mentre Abramo e i suoi ospiti camminano verso Sodoma, il più autorevole dei tre dice: – Sto per distruggere Sodoma e Gomorra perché grande è la corruzione di quelle due città. E la sua voce, ferma e dolcissima, ora è velata di tristezza. Abramo dice: – Davvero sterminerai il giusto assieme all’empio? Se vi fossero cinquanta giusti nella città, davvero li vuoi sopprimere? – Se a Sodoma troverò cinquanta giusti, – dice l’ospite – per riguardo a loro perdonerò a tutta la città. Abramo riprende a parlare e dice: – Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque. Per questi cinque distruggerai tutta la città? – Non lo farò – risponde l’ospite – se troverò solo quarantacinque giusti. – Vedi come io ardisco parlarti, – riprende Abramo – io che sono polvere e cenere… Forse là se ne troveranno quaranta… – Non lo farò se ne troverò quaranta – risponde l’ospite. E la sua voce è ora velata di infinita pazienza. Abramo intercede ancora per le due città corrotte. Ma neppure dieci giusti abitano dentro le mura di Sodoma. A Sodoma si era stabilito anche Lot, nipote di Abramo, con la sua famiglia. I tre misteriosi personaggi giungono alla città, mentre Abramo ritorna alla propria tenda. Lot, sua moglie e i suoi figli sono persone rette e non hanno mai approvato la corruzione degli abitanti di Sodoma. Perciò i tre personaggi dicono a Lot: – Stiamo per distruggere questo luogo. Ma tu, con la tua famiglia, esci dalla città perché non vogliamo travolgervi nel castigo. Non guardate indietro, però, e non fermatevi fino a quando non sarete lontani, al sicuro. Lot con la sua famiglia esegue il consiglio dei tre e si allontana velocemente da Sodoma. Il sole è appena spuntato sull’orizzonte, quando il Signore fa piovere dal cielo sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco. Il Signore distrugge le città e la valle con tutti gli abitanti e la vegetazione del suolo. La moglie di Lot che, al bagliore del fuoco, si volta indietro, rimane folgorata. Abramo di buon mattino si reca sul luogo della distruzione e contempla dall’alto la distesa della valle. Vede il fumo che sale dalla terra ed è come il fumo di una fornace. Abramo capisce che il Dio della promessa è anche un Dio terribile, un Dio che non sopporta il male. Abramo capisce che Dio, se castiga gli uomini, lo fa per strapparli dal male. Il castigo sembra l’unico modo che rimane a Dio per far capire agli uomini che devono rifiutare il male e scegliere il bene. Abramo capisce che quando Dio castiga ha il cuore colmo di tristezza.

La nascita e il sacrificio di Isacco

Prima che scada l’anno, secondo la promessa dell’ospite di Abramo presso le querce di Mamre, Sara partorisce un figlio. Abramo chiama Isacco il figlio della promessa. Poi lo circoncide come Dio gli aveva comandato e intanto diceva tra sé: «Chi avrebbe mai detto ad Abramo: Sara deve allattare figli! Eppure essa ha partorito un figlio nella sua vecchiaia! ». Ben presto tra la schiava Agar che aveva dato ad Abramo un figlio, Ismaele, e Sara che ora ha anch’essa un figlio, sorgono rivalità. Abramo allora è costretto ad allontanare Agar e Ismaele dalla propria tenda. Ma Dio non abbandona la schiava e il suo figlioletto e da Ismaele farà discendere il grande e nobile popolo degli arabi. Isacco intanto cresce bello e robusto sotto lo sguardo compiaciuto dei suoi vecchi genitori. Ma le prove per Abramo non sono terminate. Dio vuole rinforzare la fede e l’obbedienza di colui che doveva diventare il capostipite del popolo eletto. Un giorno Abramo sente ancora la voce misteriosa, ferma e dolcissima, che lo chiama: – Abramo, Abramo! – Eccomi – risponde prontamente il vecchio patriarca. La voce riprende: – Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò. L’olocausto consisteva nel sacrificare la vittima sgozzandola, dissanguandola e poi bruciandola completamente sopra l’altare. Abramo nell’udire questo comando del Signore si sente smarrito. Non gli aveva promesso quel Dio dolce e terribile che da Isacco sarebbe sorto un popolo numeroso come le stelle? E ora quello stesso Dio, contraddicendosi, gli ordina di uccidere il figlio della promessa! Ma Abramo, nella sua fede incrollabile, non fa obiezioni. Obbedisce al Signore anche se il comando è contro la logica, contro la ragione, contro la voce stessa del sangue. Abramo si alza di buon mattino, sella l’asino, raccoglie la legna e poi si avvia con il figlio Isacco verso il luogo che Dio gli ha indicato. Durante il viaggio Isacco chiede al padre: – Padre, ecco qui la legna per il fuoco, ma dov’è l’agnello per l’olocausto? Abramo con il cuore che gli batte forte, vincendo l’emozione, risponde: – Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio. Arrivati sul monte e preparato l’altare, Abramo senza esitazione sta per immergere il lungo coltello nella gola di Isacco, quando la voce misteriosa, ferma e dolcissima, gli dice: – Abramo, Abramo, non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male. Ora so che temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio. Allora Abramo, con il cuore sollevato da quella angoscia mortale che lo aveva accompagnato durante tutto il viaggio, alza lo sguardo. Impigliato con le corna in un cespuglio, vede un ariete che si divincola. Capisce che quella è la vittima che il Signore vuole in olocausto. E la voce dice ad Abramo: – Poiché tu non mi hai rifiutato tuo figlio, io ti benedirò con ogni benedizione e renderò la tua discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare.

Il matrimonio di Isacco

Isacco cresce bello e vigoroso accanto ai vecchi genitori. Anch’egli come il padre e il padre di suo padre fa il pastore. Conduce i greggi e gli armenti lungo le dolci colline della terra di Canaan. Il fratello di Abramo, Nacor, era rimasto presso la città di Harran dove era la tomba del padre Terach. Nacor aveva avuto figli e figli dai figli. Il suo ultimo figlio, Betuèl, aveva una figlia di nome Rebecca della stessa età circa di Isacco. Rebecca è una splendida ragazza, bruna e slanciata. Abramo è vecchissimo e presto scenderà nella tomba come suo padre e il padre di suo padre. Sara è già morta e Abramo per seppellirla degnamente ha acquistato un piccolo pezzo di terra presso la grotta di Macpela. Quella terra comprata da Abramo è la prima proprietà del vecchio patriarca. Fino ad allora egli era vissuto senza possedere neppure una zolla di quella terra promessa alla sua discendenza. Abramo dunque un giorno, sentendosi prossimo alla morte, desidera far sposare suo figlio Isacco per assicurarsi la discendenza promessa da Dio. Secondo le consuetudini dei pastori ebrei, i matrimoni dovevano avvenire tra i componenti di uno stesso clan. Abramo aveva saputo che suo fratello Nacor aveva figli e nipoti. Perciò invia un servo nella città di Harran perché scelga tra i discendenti di Nacor una moglie per suo figlio Isacco. Il servo parte e giunge presso la città. Si ferma accanto ad un pozzo per abbeverare i suoi cammelli. Ed ecco uscire dalla città un gruppo di giovanette che vengono al pozzo per attingere acqua. Il servo dice tra sé: «Colei che darà da bere a me e ai miei cammelli, sarà la sposa che il Signore ha scelto per Isacco». Appena una delle fanciulle, una splendida ragazza bruna e slanciata, ha riempito l’anfora, il servo le chiede da bere: – Bevi, mio signore – risponde la fanciulla -. Anzi io attingerò l’acqua anche per i tuoi cammelli. Il servo le domanda: – Chi sei? Di chi sei figlia? – Sono Rebecca, figlia di Betuèl, figlio di Nacor – risponde la ragazza. Il servo capisce che quella è la sposa che Dio ha scelto per Isacco e accompagna la fanciulla da Abramo. Isacco e Rebecca si sposano. Abramo benedice il figlio e lo lascia erede delle promesse di Dio. Dopo poco tempo muore. Isacco lo seppellisce nella grotta di Macpela, accanto alla moglie Sara.