LA STORIA DEI PATRIARCHI (Genesi 12-50) – Parte 1

Il clan dei semiti

Abramo è un discendente di Sem, uno dei figli di Noè, perciò è di stirpe semita. I semiti non vivono nelle città, ma sono pastori seminomadi. Si spostano stagionalmente con i loro greggi di pecore e di capre. Quando le piogge fanno crescere l’erba nelle steppe, i pastori semíti vi portano le greggi per poi tornare, durante i mesi di siccità, nei luoghi dove vivono abitualmente. Quando non sono ai pascoli piantano le tende lungo le rive del fiume Eufrate. I semiti non partecipano alla vita delle grandi città come Babilonia. Sono liberi e sono organizzati in famiglie molto numerose. Il capostipite governa la famiglia e di solito è un vecchio saggio, un patriarca, un capo al quale i figli con le mogli e i figli dei figli obbediscono ciecamente. Queste famiglie o clan possono comprendere decine e decine di membri senza contare la servitù. I clan semiti, in circostanze particolari, si riuniscono: per affrontare, ad esempio, viaggi lunghi o difficili o per difendersi contro nemici comuni. Nel clan vigono leggi molto rigorose. Il patriarca è l’autorità suprema: egli è padre, giudice e sacerdote al tempo stesso. Prima di morire, il patriarca trasmette al figlio primogenito la propria autorità. Assieme all’autorità vengono trasferite tutte le ricchezze. Inoltre il patriarca impartisce al figlio una benedizione personale con la garanzia di prosperità futura.

Il clan di Abramo

A capo del clan di Abramo c’è il vecchio e saggio Terach. Egli ha tre figli: Abramo, il primogenito, e poi Nacor ed Aran. Terach e i membri del suo clan non conoscono il vero Dio. Onorano divinità domestiche che vengono raffigurate come piccole figure umane plasmate con l’argilla. Quando il clan si sposta con le greggi si porta dietro anche queste divinità protettrici. Verso l’anno 1750 avanti Cristo, l’imperatore babilonese Hammurabi tenta la creazione di un potente e unificato impero. Egli cerca di sottomettere tutte le popolazioni della regione, compresi i clan dei pastori semiti. Il clan di Terach che è attendato presso la città di Ur a sud di Babilonia, geloso delle proprie tradizioni e della propria libertà, decide allora di spostarsi più a nord. La migrazione avviene lungo la «mezzaluna fertile», una striscia di terra che dalla Mesopotamia, descrivendo un ampio arco, arriva sino alle foci del Nilo. Un giorno, dunque, il vecchio Terach, con i figli e i figli dei suoi figli e i servi e le greggi, leva le tende e si porta verso nord. Dopo molti giorni di cammino il clan raggiunge la città di Harran e si attenda nei paraggi. Abramo, il primogenito, è sposato come i fratelli, ma a differenza di questi non ha figli. Abramo non è più tanto giovane. Anche Sara, la sua sposa, è anziana e ormai non può avere bambini. Abramo non potrà quindi ereditare l’autorità del padre, non riceverà le ricchezze, non avrà la benedizione. Abramo è senza discendenza e quindi senza avvenire. Ma proprio perché egli è senza futuro, viene eletto da Dio per essere il capostipite della nuova umanità, il fondatore di un popolo dal quale sarebbe sorto il salvatore. Scegliendo Abramo, Dio vuole dimostrare che la salvezza non viene attraverso mezzi umani, ma solo per la sua potenza e la sua misericordia.

La vocazione di Abramo

Abramo nelle lunghe notti stellate veglia il gregge del padre nei pressi della città di Harran. Mentre gli animali riposano, il vecchio Abramo riflette sul suo futuro. E’ tanto triste. «Mi sto avvicinando alla tomba – pensa il vecchio Abramo – e non ho figli. La mia vita è stata inutile… ». Abramo guarda le stelle del cielo. Sono numerose come i granelli di sabbia del deserto. Dentro la tenda Sara riposa tranquilla. Ed ecco, nel silenzio della notte, Abramo sente una voce misteriosa, ferma e al tempo stesso dolcissima. Sembra provenire dalla immensità del cielo o forse il vento l’ha portata da quelle dune di sabbia laggiù… o forse viene dal profondo dell’animo di Abramo… La voce dice: – Abramo, vattene da questo paese, dalla casa di tuo padre. Dirigiti verso il paese che io ti indicherò. Io farò di te un popolo grande e ti benedirò. Renderò grande il tuo nome. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò. In te saranno benedette tutte le famiglie della terra. Abramo non comprende subito il senso di queste parole. Ma si fida di quella voce. Su quelle promesse fonderà il proprio futuro. Non avrà altre sicurezze. Ripensando a quelle parole Abramo si convince che esse vengono da Dio. Dal vero e unico Dio. Un essere infinito come il cielo, immenso come il deserto. E tuttavia vicino come un amico e provvido come un padre e tenero come una madre. Abramo crede a questo Dio, al suo Dio. A lui affida, senza fare domande o porre condizioni, la propria esistenza. Ora non è più triste, non ha più paura del futuro, non ha più dubbi. Il mattino seguente Abramo con la moglie Sara e con Lot, figlio di suo fratello Aran, parte da Harran. Sia Abramo che Lot conducono i rispettivi greggi. Si dirigono a sud, verso la terra di Canaan. Abramo ha 75 anni quando lascia la casa di suo padre. Egli sa che le promesse di Dio sono in contrasto con la realtà, con la logica. Eppure egli parte con la certezza nel cuore. Dio, il suo Dio, non lo ingannerà, non lo deluderà. Le promesse si avvereranno perché Dio è fedele. Abramo, dopo molti giorni di viaggio, arriva nel paese di Canaan, o Palestina. Si ferma nella località di Sichem. Qui sente ancora la voce misteriosa, ferma e dolcissima: – Alla tua discendenza – promette Dio – io darò questo paese.

Capoverso ‘alleanza fra Dio e Abramo

Dalla terra di Canaan, Abramo, procedendo lungo la mezzaluna fertile, giunge in Egitto. Egli non può fermarsi in nessun luogo poiché è in terra straniera. Abramo non si preoccupa di sapere quando Dio manterrà le sue promesse. Vive nella provvisorietà, lasciandosi guidare di volta in volta da quella voce misteriosa. Non sa neppure il nome del Dio che gli parla. Abramo lo chiama El, che significa forse «Quello». Un nome generico, ma che racchiude tutto il mistero e la trascendenza della divinità. Di ritorno dall’Egítto, Abramo pianta le sue tende a Betel in Canaan. Lì Abramo si separa da Lot. Il nipote, con una parte delle greggi, si dirige lungo la valle del fiume Giordano verso le città di Sodoma e Gomorra. Abramo invece si stabilisce presso Betel. Ed ecco, ancora una volta, la voce di Dio si fa sentire al vecchio pastore: – Io sono il tuo scudo – dice Dio -. La tua ricompensa sarà molto grande. Risponde Abramo: – Mio Signore, che mi darai? Io me ne vado alla tomba senza figli. A me non hai dato discendenza. E la voce: – Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza. A te darò anche questo paese. E Abramo: – Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso? E la voce: – Prendi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione. Dividili in due e colloca ogni metà di fronte all’altra. Con queste parole Dio propone ad Abramo una specie di giuramento. Questo rito veniva praticato quando i capi di due clan si scambiavano delle promesse, o facevano un’alleanza per affrontare un nemico comune. I capi dei due clan, dopo aver predisposto in fila gli animali divisi, passavano in mezzo ad essi. Questo passaggio stava a significare che se uno dei due contraenti non avesse osservato le promesse di reciproco aiuto, avrebbe subìto la stessa sorte degli animali squartati. Questo stesso giuramento Dio propone ad Abramo, quasi per rassicurarlo che avrebbe mantenuto le promesse di concedergli una discendenza e una terra. Abramo prende dunque gli animali, li squarta e li dispone in fila. Mentre il sole sta per tramontare, un torpore cade su Abramo. Poi si fa buio fitto dopo che il sole è tramontato. Ed ecco un globo di fuoco passa in mezzo agli animali divisi. Quel fuoco rappresenta Dio stesso. Passando fra gli animali Dio giura solennemente ad Abramo di mantenere le promesse. Solo Dio passa, quasi a significare che l’iniziativa di quella alleanza è soltanto sua. Quella alleanza, più che un patto tra due persone di pari dignità, è un dono gratuito che viene dall’amore e dalla benevolenza di Dio. Ad Abramo Dio chiede soltanto fiducia illimitata e obbedienza assoluta. Come segno esterno di queste disposizioni, Dio chiede ad Abramo che tutti i figli maschi della sua futura discendenza siano circoncisi. La circoncisione era una pratica già in uso presso alcuni popoli antichi. Consisteva in una incisione della pelle nel membro virile. Dio impone ad Abramo questa pratica come per ricordargli che ogni figlio era da considerarsi un dono.