LA STORIA DELLE ORIGINI (Genesi 1-11) – Parte 3

La dipendenza dal Creatore

Tuttavia l’uomo non può considerarsi il padrone assoluto del creato e neppure il padrone assoluto di se stesso. L’uomo è pur sempre una creatura limitata, bisognosa di tante cose, una creatura che dipende, come tutte le altre, dal Creatore. Ma diversamente dagli altri esseri viventi, che seguono necessariamente le leggi della natura, l’uomo è libero. Dio ha voluto l’uomo responsabile dei suoi atti. L’uomo può scegliere di fare il bene o di fare il male. Scegliere il bene significa fare ciò che Dio ha stabilito per la felicità dello stesso uomo. L’uomo sceglie la felicità quando segue liberamente le leggi che Dio ha posto nel suo cuore. L’uomo non deve uccidere i propri simili, l’uomo non deve odiare, non deve danneggiare in nessun modo gli altri. L’uomo soprattutto deve rispettare Dio e riconoscerlo come suo Creatore. Non come uno schiavo che obbedisce ad un padrone, ma come un figlio che ama il padre. Solo obbedendo volontariamente a Dio l’uomo può realizzarsi pienamente, può essere felice.

La conoscenza del bene e del male

La Bibbia per descrivere la condizione dei primi uomini e la loro dipendenza dal Creatore, adopera ancora un linguaggio simbolico. Dio – dice la Bibbia – pone l’uomo in un giardino perché lo coltivi e lo custodisca. Poi Dio dà all’uomo questo comando: – Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. Con questa proibizione Dio vuol far capire all’uomo che non deve ritenersi il padrone assoluto di tutto. L’uomo deve riconoscere i propri limiti, deve accettare la dipendenza dal suo Creatore. La pianta che la Bibbia chiama «della conoscenza del bene e del male» raffigura il limite invalicabile della libertà dell’uomo. L’uomo non è libero di decidere ciò che è bene e ciò che è male. Questa decisione spetta solo a Dio. Solo Dio infatti può sapere ciò che è bene e ciò che è male per l’uomo. Dio è il creatore dell’uomo e solo lui conosce ciò che può giovare alla sua creatura e ciò che può nuocerle. Mangiare i frutti della pianta della conoscenza del bene e del male significa comportarsi senza tener conto della volontà espressa di Dio. Un bambino non può decidere da solo ciò che gli farà bene o ciò che lo danneggerà. Dio chiede all’uomo non che rimanga un bambino, ma che si fidi di lui come un bambino si fida della propria madre e del proprio padre.

La disobbedienza dell’uomo

L’uomo ha coscienza dei propri limiti. Capisce che non può essere arbitro di se stesso, né giudice degli altri. L’uomo non può fare il male e poi assolversi da solo. Non può sempre giustificarsi. Tuttavia l’uomo non accetta questi condizionamenti. Non tiene conto del divieto di Dio di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. L’uomo non vuole dipendere da Dio, vuole progettarsi in proprio. Intende la protezione di Dio come un’umiliazione. Prima di ribellarsi a Dio, l’uomo lotta dentro di sé. Il fare a meno di Dio per certi aspetti lo spaventa, per altri lo affascina. Ribellarsi a Dio… diventare come lui… poter decidere da soli senza leggi da rispettare o limiti da ammettere… La tentazione di mangiare i frutti proibiti, di diventare arbitro delle proprie azioni, di stabilire da solo ciò che è bene e ciò che è male, è sempre più forte… È come se qualcuno dentro l’uomo gli suggerisca con voce suadente: – Cogli quel frutto… mangialo… diventerai come Dio… i tuoi occhi finalmente si apriranno… Queste tentazioni che sono dentro il cuore dell’uomo, vengono ancora descritte nella Bibbia con un linguaggio simbolico. Le tentazioni vengono proposte all’uomo da un animale che ha suscitato sempre nell’uomo un certo ribrezzo: il serpente. Il serpente, viscido e sinuoso, adorato presso alcuni popoli antichi come una divinità, rappresenta per la Bibbia lo spirito del male, tutto ciò che si oppone in qualche modo a Dio. Alla scena della ribellione partecipano dunque il serpente, la donna e l’uomo. Ognuno dei tre protagonisti ha una parte di responsabilità in questo peccato delle origini. Il serpente suggerisce alla donna di mangiare il frutto proibito. La donna prima prospetta al tentatore la proibizione di Dio, poi si lascia convincere e morde il frutto. In seguito anche Adamo è trascinato nel peccato. Ma la prospettiva presentata dal serpente è un inganno. I primi uomini si rendono subito conto che senza Dio si sta male. Senza Dio si hanno le idee confuse, si diventa nemici degli altri uomini. Il peccato è come un tornare indietro, un ripiombare nel caos, nel disordine. L’uomo è assalito dal rimorso. Il peccato gli pesa sul cuore. La voce della sua coscienza lo condanna.