LA STORIA DI MOSE’ (Esodo – Levitico – Numeri – Deuteronomio) – Parte 4

I dieci comandamenti

Jahvè pronuncia sul Sinai parole che rimangono scolpite nella mente di Mosè. La Bibbia, con un linguaggio simbolico, riferisce che Dio stesso scolpisce queste parole sulla pietra. Ma è probabilmente Mosè che, durante la sua permanenza sul Sinai, trasferisce le parole di Jahvè su due grandi lastre di pietra. Queste sono «le dieci parole» di Jahvè.

– Io sono Jahvè, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù. Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, Jahvè, sono il tuo Dio, un Dio geloso.
– Non pronuncerai invano il nome di Jahvè, tuo Dio.
– Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni faticherai e farai il tuo lavoro. Ma il settimo giorno è il sabato in onore di Jahvè.
– Onora tuo padre e tua madre.
– Non uccidere.
– Non commettere adulterio.
– Non rubare.
– Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
– Non desiderare la casa del tuo prossimo.
– Non desiderare la moglie del tuo prossimo. 

Mentre Jahvè parla al suo servo dentro la nube oscura, il popolo percepisce i tuoni e i lampi e il vento fra le gole come il suono di un corno e vede il Sinai fumare come un vulcano.

La prima trasgressione di Israele

Il trattato fra Jahvè e il popolo eletto si conclude con un rito. Mosè fa erigere un altare in mezzo a dodici stele che rappresentano le dodici tribù di Israele, cioè i dodici gruppi che discendevano dai figli di Giacobbe. Sull’altare vengono offerti animali in olocausto (completamente bruciati) e altri in sacrificio di comunione (consumati dai presenti). Il sangue delle vittime viene cosparso sull’altare e asperso sopra il popolo a significare che, da questo momento, Jahvè e Israele divengono consanguinei. Poi Dio richiama Mosè sopra il monte e detta altre prescrizioni che riguardano il culto. Jahvè ordina a Mosè di costruirgli un santuario mobile. Jahvè vuole abitare in mezzo al suo popolo, vuole una tenda come segno della sua presenza fra coloro che ama. Jahvè ordina al suo servo di costruire anche un’Arca nella quale dovevano essere conservate le tavole della legge. Poi Jahvè stabilisce che Aronne e i suoi figli, appartenenti alla tribù di Levi, siano destinati a svolgere la funzione di sacerdoti. Tutte queste leggi e prescrizioni sono raccolte nei libri dei Numeri, del Levitico e del Deuteronomio che assieme al Genesi e all’Esodo formano il Pentateuco. Questa raccolta di cinque libri prende perciò anche il nome di Legge (in ebraico Toràh). Mentre Mosè parla faccia a faccia con Dio, Israele è attendato ai piedi del Sinai. Mosè tarda a discendere. Israele allora chiede ad Aronne di costruire un basamento che doveva rappresentare il trono di Jahvè. Aronne, in buona fede, pensando di fare cosa gradita a Jahvè, a Mosè e al popolo, fa fondere tutto l’oro che Israele aveva portato dall’Egitto e fa costruire un trono in forma di vitello. Il vitello d’oro, nelle intenzioni di Israele, non voleva raffigurare una divinità, un idolo. E tuttavia assomigliava agli idoli dei popoli pagani. Mosè, disceso dal monte, non accetta questo trono temendo che Israele ne faccia poi un idolo da adorare. Adirato, frantuma le tavole della legge, fa distruggere il vitello d’oro e punisce i trasgressori. Mosè, infine, rivolge al Dio di Israele, un Dio geloso, questa preghiera: – Non adirarti, o Signore, contro il tuo popolo. Ricordati di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e perdona il tuo popolo. E Dio, nella sua infinita pazienza, ascolta la preghiera di Mosè. Non punisce il popolo che ha trasgredito il comandamento principale dell’alleanza.

In viaggio verso Canaan

Durante il viaggio di avvicinamento verso l’oasi di Kades, a sud di Canaan, Israele sperimenta nel deserto la protezione di Jahvè. I popoli che abitano quelle terre si oppongono spesso alla marcia di Israele, ma sempre Jahvè, secondo i patti, aiuta Israele a superare quelle resistenze. Le lamentele di Israele però non si placano. Il viaggio si sta prolungando oltre il previsto. La fame e la sete mettono a dura prova Israele. Il popolo si rivolta con il solito ritornello contro Dio e contro Mosè: – Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Qui non c’è né pane, né acqua e siamo nauseati di mangiare questa manna. È un cibo insipido e troppo leggero. Questa volta Jahvè punisce duramente Israele. Serpenti velenosi mordono numerosi israeliti che muoiono. Mosè interviene ancora a favore del popolo e prega Jahvè di allontanare quell’insidioso pericolo. Jahvè allora ordina a Mosè di costruire un serpente di rame e di porlo sopra un’asta. Chiunque, dopo essere stato morso, avesse guardato il serpente di rame, sarebbe rimasto in vita. E così avviene. Anche questo episodio ha un significato simbolico. Il serpente di rame è una rappresentazione della potenza e della provvidenza di Dio. Dio dal male stesso sa ricavare il bene. Chi fissa lo sguardo in Dio, non corre alcun pericolo. Gesù, nel nuovo testamento, si paragonerà al serpente di rame. Chiunque si fida di Gesù e fissa lo sguardo sopra di lui, innalzato sulla croce, sarà salvo. Israele prosegue nel suo viaggio. Ancora altri ostacoli e altre prove. Israele finalmente giunge all’oasi di Kades. Mosè invia alcuni esploratori verso Canaan. Essi tornano entusiasti e descrivono Canaan come una terra dove «scorre latte e miele». Poi Israele si attenda a oriente del fiume Giordano, nel territorio della Transgiordania.

La morte di Mosè

Il re di quel territorio, rendendosi conto che non può fermare Israele con la forza, tenta di farlo con la magia. Invia contro Israele il suo mago più potente, di nome Balaam, perché maledica solennemente il popolo ebreo. Ma anche Balaam è piegato dalla potenza di Jahvè. Invece di maledire Israele, Balaam lo benedice con queste parole: Oracolo di Balaam, figlio di Beor, e oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante. Come sono belle le tue tende, o Israele. Chi ti benedice sia benedetto e chi ti maledice sia maledetto! La terra promessa ora è a due passi. Basta attraversare il fiume Giordano. Ma ormai è giunto per Mosè il momento di ricongiungersi con i suoi padri, con Abramo, con Isacco e con Giacobbe. Dopo aver scelto come suo successore Giosuè, il vecchio e stanco condottiero di Israele sale su una montagna per contemplare la terra promessa. Dall’alto del monte Nebo, oltre il Giordano, Mosè abbraccia con gli occhi la patria per lunghi anni sognata. Mosè, per l’ultima volta, ode la voce ferma e dolcissima del suo Dio: – Questo è il paese – dice la voce – per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe. Io lo darò alla tua discendenza. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai. Con questa visione di Canaan negli occhi e con la certezza nel cuore che le promesse di Jahvè si avvereranno, Mosè si addormenta nel Signore. Muore così il più grande profeta d’Israele, il condottiero, il liberatore, il legislatore. Colui che parlava faccia a faccia con Dio.