Nota introduttiva

I LIBRI DELL’ANTICO E DEL NUOVO TESTAMENTO

La storia del popolo d’Israele, raccontata nei libri dell’Antico Testamento, riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di oggi. Essi non vanno letti come una vicenda passata, ma vanno vissuti: la grazia propria dell’Antico Testamento, infatti, è quella di rimetterci continuamente in cammino, insegnandoci che le vie lungo le quali Dio ci viene incontro sono misteriose e richiedono una profonda conversione nei giudizi e nei metodi.
I libri antico-testamentari ci presentano, anche nelle pagine di crudeltà, di sofferenza e di peccato, il dinamismo della coscienza umana, l’instancabile amore con cui Dio ha cercato l’uomo fin dal principio, per trattarlo da amico, ha promesso una salvezza dopo il peccato, ha scelto i patriarchi, ha liberato il suo popolo dall’Egitto, lo ha accompagnato nel cammino attraverso il deserto, lo ha introdotto nella terra promessa, segno dei misteriosi beni futuri. Perché l’Antico Testamento è ordinato a preparare l’incarnazione della Parola in Gesù nostro Signore.
Per questo, ciascuno di noi deve percorrere il cammino che va dalla Parola di Dio: «Ascolta, Israele» del Deuteronomio, alla Parola di Gesù nel Vangelo: «Beati coloro che ascoltano la Parola di Dio». Non possiamo comprendere pienamente Gesù se non abbiamo prima ascoltato ciò che ci è stato detto per mezzo dei profeti. Dio, infatti, dopo aver parlato per mezzo dei profeti dell’Antico Testamento, «alla fine ha parlato a noi per mezzo del Figlio suo» (Ebrei 1, 1-2).
Gesù stesso ha letto i libri dell’Antico Testamento come Parola di Dio. I suoi insegnamenti, che emergono dal suo essere profondo di Figlio, affondano le loro radici nel popolo di Israele. Egli ha inteso e presentato se stesso come il compimento delle promesse, come il Messia atteso dagli antichi padri, come l’imprevedibile e insieme fedele attuazione delle parole che Dio aveva deposto nel cuore del suo popolo. «Ogni divina Scrittura ci parla di Cristo e ogni Scrittura in Cristo si è compiuta» (Ugo di S. Vittore).
D’altra parte, sono i libri del Nuovo Testamento che rendono possibile l’interpretazione definitiva di quelli dell’Antico. «Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge»: l’apertura che si invoca è l’apertura stessa della Scrittura a partire dall’Antico Testamento, come Gesù dirà ai discepoli di Emmaus dopo la sua Pasqua. Conoscere il Risorto ha sempre significato, nel Nuovo Testamento, conoscere Gesù come il compimento di tutta la Scrittura. Ne consegue che la testimonianza profetica dell’alleanza antica e quella apostolica dell’alleanza nuova creano in noi una consuetudine amorosa con il pensiero di Dio e ci provocano a ricapire la nostra esistenza attorno alla Verità definitiva che brilla nel volto del Figlio mandato nel mondo dal Padre, ad unire la nostra vita a quella di Gesù, trovandovi la libertà e la pace, la verità e la salvezza.

COME ACCOSTARE LA BIBBIA

Si racconta di un ebreo che, ogni qualvolta leggeva una pagina della Bibbia che cominciava: «E Dio disse», scoppiava a piangere dirottamente, tanto era afferrato dallo stupore e dalla commozione al pensiero che Dio ha voluto rivolgere la parola all’uomo. Lo stupore è il primo atteggiamento adeguato all’ascolto della Parola di Dio.
Ma la Parola, pur recando in sé la realtà stessa di Dio, non cessa di essere una realtà storica, un segno umano di Dio. È quindi necessario avvicinarsi ad essa con una sorta di umile e disarmante semplicità, congiunta con una certa studiosa attenzione al tenore del testo biblico, alla sua struttura, alla sua storia, al suo ambiente, alla sua interiore organicità, come insegnano le acquisizioni dei recenti studi biblici.
L’uomo che accede alla Bibbia vi porta tutto il peso della propria libertà, delle proprie irrequiete ricerche, delle proprie involuzioni spirituali.
L’efficacia della Parola non è automatica: si manifesta nel suscitare, interpretare, svelare la vicenda umana intrisa di desideri, di aspirazioni, di peccati, di nostalgia, di salvezza. La Parola attende una risposta esistenziale e personale. L’incontro di Gesù con Paolo, sulla via di Damasco, illustra molto bene la forza della Parola e la sua capacità di assumere la storia di un uomo, fremente di desideri e di progetti, per farla entrare nel disegno di salvezza, assegnandole il compito di aiutare anche altri uomini a conoscere la Parola di Dio e ad accoglierla.

LA BIBBIA E LA CHIESA

La Bibbia va collocata nella Chiesa. Essa infatti contiene la Parola che suscita la fede e convoca la Chiesa: a sua volta, la fede della Chiesa, accogliendo la Parola, le dà risonanza e consistenza storica, la custodisce, la trasmette fedelmente, la interpreta autorevolmente.
Se la Chiesa si riferisce alla Bibbia come a uno dei suoi fondamenti costitutivi, ogni cristiano deve riferirsi alla Chiesa e, nella Chiesa, deve nutrire la sua fede con la Parola: « Perché non dedicate il tempo libero alla lettura della Scrittura? Non vi intrattenete con Cristo? Non lo visitate, non lo ascoltate […]? Noi ascoltiamo Cristo leggendo le Scritture» (Ambrogio ML 16, 50 A).
Gesù si manifestò ai discepoli di Emmaus scaldando loro il cuore, spiegando le Scritture, spezzando il pane. Tutto questo continua ad avvenire nella Chiesa se noi lasciamo che essa ci spieghi la Parola e ci spezzi il Pane eucaristico.
Allora potremo fare l’esperienza che la Parola di Dio non ha paura di niente: non teme la nostra povertà, la nostra fragilità e nemmeno il nostro peccato. La sua divina potenza scioglie tutto e, con la dinamica evangelica del seme, del lievito, del sale, lo Spirito del Risorto ci dà la certezza assoluta che non c’è situazione umana che sia insensibile alla Parola che ci ha creati e che ci fa esistere.

Da una prefazione alla Bibbia del Card. Carlo Maria Martini