10. L’Abito

Ed il tessitore disse: Parlaci degli Abiti.
Ed egli rispose:
I vostri abiti occultano gran parte della vostra bellezza, eppure non riescono a nascondere ciò di voi che è meno bello.
E sebbene cerchiate negli indumenti un’intima libertà, potreste ritrovarvi in un’armatura e fra delle catene.
Vorrei che poteste andare incontro al sole ed al vento con più pelle e meno vestiti.
Poiché il soffio della vita è nel sole e la mano della vita è nel vento.

Alcuni di voi dicono: «Il vento del nord ha tessuto gli abiti che indossiamo».
Ed io dico, sì, è stato il vento del nord,
Ma il suo telaio è stato la vergogna, e la mollezza la sua trama.
Ed il vento alla fine del suo lavoro là nella foresta scoppiò a ridere.
Ricordate sempre che la modestia è per voi come uno scudo allo sguardo dell’impuro.
E quando l’impuro non sarà più, che cosa sarà la modestia se non un saldo freno al tuo intelletto?
Ricordate sempre che la terra adora sentire la nudità dei vostri piedi, così come il vento desidera giocare con i vostri capelli.

Un uomo che viene dal Libano

Maestro, maestro dei cantici,
Maestro di parole mai dette,
sette volte sono nato, sette volte sono morto
dal tempo della tua visita fugace,
dall’istante fugace del nostro incontro.
Ed ecco, sono vivo ancora una volta,
a ricordare un giorno e una notte trascorsi sui monti,
quando ci alzava la tua marea.
Da allora molte terre ho attraversato, e molti mari,
e dovunque io fossi condotto, da sella o da vela,
c’era il tuo nome, come preghiera o disputa.
Benedetto o maledetto dagli uomini:
era maledizione la protesta contro una disfatta,
era benedizione l’inno del cacciatore
di ritorno dai monti
con le provviste per la compagna.
Sono ancora al nostro fianco i tuoi amici,
sostegno e conforto,
e i tuoi nemici ancora ci danno vigore e certezza.
E’ ancora qui tua madre;
ho visto splendere il suo volto nel volto di tutte le madri;
dondolavano culle al tocco gentile della sua mano,
quella sua mano che piega lenzuola funebri con tenerezza.
E’ ancora tra noi Maria Maddalena,
colei che accostò le labbra all’aceto prima che al vino dell’esistenza.
E Giuda, uomo di dolore, uomo di ambizioni meschine,
anche lui percorre la terra;
ed è ancora preda di se stesso quando la sua fame non trova altro,
e cerca il suo io, quello grande, distruggendo se stesso.
Ed ecco Giovanni, la cui giovane età amava la bellezza:
canta, canta e non l’ascoltano.
E Simon Pietro, l’impetuoso, che ti rinnegò al fine di vivere più a lungo per te,
anche lui siede accanto al fuoco, il tuo fuoco.
Potrebbe rinnegarti ancora, prima dell’alba di un nuovo giorno,
ma per te si farebbe crocifiggere, e si direbbe indegno di così grande onore.
E Caifa e Anna vivono ancora il loro giorno,
giudicando colpevoli e innocenti.
Dormono sui loro letti di piume
mentre viene percosso l’uomo che hanno appena giudicato.
Ed ecco la donna che fu sorpresa in adulterio,
si aggira ancora nelle nostre città,
affamata di pane da cuocere,
e abita sola in una casa vuota.
Ed è qui anche Ponzio Pilato:
ti è ancora di fronte in timore e reverenza,
ancora ti interroga,
ma non osa mettere in gioco se stesso o provocare un popolo straniero;
ecco che ancora si lava le mani.
E ancora Roma sorregge la brocca e Gerusalemme il bacile,
e tra loro mille migliaia di mani chiedono di tornare monde.

Maestro, maestro di poesia,
Maestro di parole pronunciate, Maestro di parole cantate,
hanno costruito templi per dare dimora al tuo nome,
e sopra ogni altura hanno innalzato la tua croce,
simbolo, segnale che guidi i loro passi indocili,
ma quella guida non conduce alla tua gioia.
E’ un monte, la tua gioia, al di là della loro visione,
e a loro non può arrecare conforto.
Vogliono rendere onore a un uomo che non conoscono.
Quale consolazione in un uomo come loro, un uomo la cui
gentilezza è la loro gentilezza,
dio di un amore simile al loro,
dio di pietà che è nella loro pietà?
L’uomo, il vivente, il primo uomo che aprì gli occhi e fissò il sole,
e fissò il sole senza che le sue palpebre tremassero:
a quest’uomo, non intendono rendere onore.
Non lo conoscono, e rifiutano di divenire simili a lui.
Ignoti, nella processione degli ignoti:
questo vogliono essere;
e amano soggiacere al dolore, il loro dolore,
e rifuggono dal conforto della gioia.
Non cerca la consolazione delle tue parole né la loro musica,
il cuore sofferente di questi uomini.
E’ un’afflizione muta e senza forma;
le rende creature solitarie con cui nessuno s’intrattiene.
Attorniati da parenti e conoscenti,
vivono nel timore, solitari;
eppure, non amano la solitudine.
Vogliono piegarsi verso oriente quando soffia il vento da occidente.
Re, così ti chiamano.
E ambiscono a far parte della tua corte.
Ti dicono il Messia,
e anche loro vorrebbero essere unti con il sacro olio.
Sì, vorrebbero vivere della tua vita.

Maestro, maestro dei canti,
le tue lacrime erano simili alla pioggia che cade nel mese di maggio,
e ridevi come le onde spumeggianti del mare.
Quando parlasti, le tue parole furono il sussurro lontano delle labbra di quegli uomini,
al tempo in cui il fuoco non le aveva ancora fatte ardere.
Ridevi per il midollo delle loro ossa non ancora pronto a ridere,
e piangevi per i loro occhi asciutti.
La tua voce fu padre ai loro pensieri e al loro comprendere.
La tua voce fu madre alle loro parole e al loro respiro.
Sette volte sono nato e sette volte sono morto,
e ora nuovamente vivo, e ti guardo,
guerriero tra i guerrieri,
poeta dei poeti
re al di sopra dei re,
nudo fino alla cintura a fianco dei compagni di viaggio.
Ogni giorno il vescovo s’inchina
pronunciando il tuo nome.
E ogni giorno implorando i mendicanti:
Per amore di Gesù,
dateci un soldo per comprare del pane.
L’uno si reca in visita dall’altro,
ma in verità ognuno viene da te,
come l’alta marea nella primavera del nostro desiderio,
e come la bassa marea del nostro autunno.
Alto e basso, il tuo nome è sulle nostre labbra,
Maestro di infinita misericordia.

Maestro, Maestro delle nostre ore solitarie,
ovunque, tra culla e sepolcro, incontro i tuoi fratelli silenziosi:
uomini liberi dai ceppi,
figli della terra che ti fu madre e dello spazio.
Sono come gli uccelli del cielo
e come i gigli del campo.
Vivono la tua vita e pensano i tuoi pensieri,
e fanno eco al tuo canto,
ma hanno le mani vuote,
e non sono crocifissi nella grande crocifissione.
Ed è questo, il loro dolore.
Li crocifigge ogni giorno il mondo,
li crocifigge in mille modi, in mille piccoli modi.
I cieli non ne sono percossi
e la terra non soffre dolori di parto per i suoi morti.
Vengono crocifissi, e nessuno assiste alla loro agonia.
Volgono il viso verso sinistra e verso destra,
e non trovano nessuno che prometta l’ingresso in un regno.
Ma un’altra volta e un’altra volta ancora si farebbero crocifiggere
perché il tuo Dio fosse il loro Dio,
e Padre loro il Padre tuo.

Maestro, Maestro d’amore,
la principessa attende la tua venuta nella stanza colma di fragranze,
e la sposa nubile ti attende nella gabbia,
e per le strade della sua vergogna ti attende la prostituta in cerca di pane,
e nel chiostro la monaca, che non ha marito;
e la donna che non ha figli ti attende, alla finestra,
dove il ghiaccio disegna una foresta sui vetri:
lei ti ritrova in quelle simmetrie,
e si sente tua madre, e si consola.

Maestro, Maestro di poesia,
Maestro dei nostri desideri muti,
freme il cuore del mondo mentre pulsa il tuo cuore,
freme, ma non s’infiamma al tuo canto.
Siede tranquillo, il mondo in ascolto, e la tua voce lo delizia,
ma non lo fa balzare in piedi
a scalare le vette dei tuoi monti.
Agli uomini piace sognare i tuoi sogni, ma non destarsi alla tua alba,
e la tua alba è il loro sogno più grande.
Amano vedere con i tuoi occhi, gli uomini,
ma non trascinarsi al tuo trono.
Eppure molti sono stati posti sul trono in tuo nome,
e hanno ricevuto sul capo la mitra del tuo potere,
e, con l’oro della tua venuta,
hanno fatto corone per il loro capo e scettri per le loro mani.

Maestro, Maestro di luce,
i tuoi occhi sulle dita dei ciechi, che sfiorano cercando;
ma tu sei ancora disprezzato e irriso,
uomo troppo debole per essere Dio,
Dio troppo uomo per suscitare adorazione.
E i loro riti e i loro inni,
il rosario, il sacramento, tutto per il loro io prigioniero.
Tu sei il loro io lontano, il loro grido remoto, e la loro passione.
Ma tu, Maestro, Cuore celeste, cavaliere del sogno più bello,
tu ancora percorri questo giorno;
né archi né lance fermeranno i tuoi passi.
Tu passi attraverso le nostre frecce,
sorridi volgendo lo sguardo su di noi,
e tu, il più giovane di tutti,
sei padre a noi tutti.
Poeta, Poeta dei cantici, Cuore grande,
possa il nostro Dio benedire il tuo nome,
e il grembo che ti ha custodito, e il seno che ti ha allattato.
E possa Dio concedere il perdono a ognuno di noi.

Maria Maddalena, trent’anni dopo

Ancora un volta affermo che Gesù, morendo, ha vinto la morte, ed è risorto dalla sepoltura in spirito e potenza.
Ed è venuto nella nostra solitudine e ha visitato i giardini della nostra passione.
Lui non è là, non giace in quella fenditura della roccia dietro alla pietra.
Noi che l’amiamo lo vedemmo con questi occhi che da lui furono creati per vedere; e lo toccammo con queste mani che da lui impararono a protendersi.
Vi conosco, voi che non credete in lui. Ero una di voi; e siete in molti, ma il vostro numero diminuirà.
Dovete spezzare l’arpa e la lira, per scoprire la musica dentro gli strumenti?
Oppure dovete abbattere un albero, per credere che porti frutto?
Odiate Gesù perché alcuni, venuti dal Settentrione, hanno detto che era figlio di Dio. Ma vi odiate l’un l’altro perché ognuno di voi si ritiene troppo grande per essere il fratello di chi gli sta al fianco.
Lo odiate perché qualcuno vi ha detto che nacque da una vergine, e non da un seme di uomo.
Ma voi non conoscete le madri che giungono vergini alla tomba, e non conoscete gli uomini che scendono nel sepolcro soffocati dalla propria sete.
E voi ignorate che la terra fu data in matrimonio al sole, e che è la terra a guidarci verso la montagna e verso il deserto.
Si spalanca un abisso tra quanti lo amano e quanti lo odiano, tra coloro che credono e coloro che non credono.
Ma quando gli anni avranno gettato un ponte sopra l’abisso, voi saprete: quell’uomo che viveva dentro di noi era immortale, ed era figlio di Dio come noi siamo figli di Dio; saprete che era nato da una vergine come noi siamo dati dalla terra che non ha sposo.
E’ strano che la terra non dia agli increduli radici con cui succhiare al suo seno, e ali con cui volare in alto e bere e saziarsi della rugiada dei suoi spazi.
Ma io so quel che so, ed è abbastanza.

La donna di Byblos: lamento funebre

Con me piangete, figlie di Astarte, e voi tutte che amate Tammuz, al vostro cuore dite di sciogliersi e insorgere, e fluire in lacrime di sangue, perché l’uomo d’oro e d’avorio più non vive.
Nella buia foresta lo ha sopraffatto il cinghiale, con le zanne gli ha squarciato le carni.
Ecco ora giace, ucciso accanto alle foglie del passato, e mai più potranno i suoi passi ridestare i semi che dormono nel seno della primavera.
Non giungerà alla mia finestra con l’alba la sua voce: sono sola per sempre.
Con me piangete, figlie di Astarte, e voi tutte che amate Tammuz, perché è fuggito da me l’uomo che amavo, l’uomo che parlava come parlano i fiumi, e la sua voce era gemella del tempo, e la sua bocca era dolore vermiglio divenuto dolce, e sulle sue labbra il fiele diveniva miele.
Piangete con me, figlie di Astarte, e voi tutte che amate Tammuz.
Piangete intorno al suo sepolcro come piangono le stelle, e come scendono i petali di luna sul suo corpo martoriato.
E bagnate di lacrime le coperte di seta del mio letto dove l’uomo che amavo giaque una volta nel mio sogno e non lo vidi al risveglio.
Ve ne prego, figlie di Astarte, e voi tutte che amate Tammuz, denudatevi il petto e piangete e datemi conforto, perché è morto Gesù di Nazareth.

Cyborea, madre di Giuda

Era buono e retto, mio figlio, verso di me, tenero e gentile: e amava la sua gente, la gente della sua terra. E odiava i nostri nemici, i maledetti romani, che indossano abiti di porpora, ma non filano e non tessono e raccolgono e mietono dove non hanno arato né seminato.
Non aveva più di diciassette anni, mio figlio, quando fu sorpreso a scagliare frecce contro la legione romana che passava attraverso la nostra vigna.
Già a quell’età parlava agli altri giovani della gloria di Israele, e diceva molte cose strane che io non comprendevo.
Era mio figlio, il mio unico figlio.
Attinse la vita a questo seno ormai inaridito, ed è in questo giardino che mosse i primi passi, aggrappandosi a queste dita che ora sono simili a canne tremanti.
Con le mie mani, sì, con queste mani, giovani e fresche allora come l’uva del Libano, riposi il suo primo paio di sandali in un fazzoletto di lino che m’aveva donato mia madre. Li tengo ancora là, in quel mobile, vicino alla finestra.
Era il mio primo nato, e quando fece il primo passo anch’io mossi il primo passo. Le donne non viaggiano, se non sono i figli a condurle.
E ora vengono a dirmi che si è dato alla morte, che si è gettato dalla Rocca Alta per il rimorso di aver tradito il suo amico, Gesù di Nazareth.
So che mio figlio è morto. Ma so che lui non ha tradito: amava infatti la sua gente, e non odiava alcuno all’infuori dei romani.
Voleva la gloria di Israele, mio figlio, e sulle sue labbra e nelle sue azioni non c’era null’altro che quella gloria.
Quando per le strade incontrò Gesù, mi lasciò per seguirlo. E nel mio cuore sapevo che aveva torto a seguire un uomo qualunque.
Al momento dell’addio glielo dissi, che stava sbagliando, ma non mi diede ascolto.
Non ci danno ascolto i nostri figli, come l’alta marea di oggi non accetta consigli dall’alta marea di ieri.
Non domandarmi altro su mio figlio, te ne prego.
Lo amavo e lo amerò sempre.
Se l’amore fosse nella carne, lo brucerei con ferro rovente e sarei in pace. Ma è nell’anima, inaccessibile.
E ora non intendo dire più nulla. Va a interrogare altre donne, più onorate della madre di Giuda.
Va dalla madre di Gesù. E’ anche nel suo cuore la spada; ti parlerà di me, e comprenderai.

Simone di Cirene

Ero in cammino, diretto ai campi, quando lo vidi; portava la croce e lo seguiva una gran folla.
Anch’io allora presi a camminare al suo fianco.
Più di una volta la croce che portava lo costrinse a fermarsi, perché il suo corpo era stremato.
Allora mi si avvicinò un soldato romano e disse: «Tu che sei saldo e robusto, porta la croce di quest’uomo».
A quelle parole il cuore mi si gonfiò nel petto e provai gratitudine.
E portai la croce.
Era pesante, fatta di pioppo impregnato di piogge invernali.
E Gesù mi guardò. E il sudore della fronte gli scorreva sulla barba.
Ancora mi guardò, e disse: «Bevi anche tu questo calice?
Vi accosterai le labbra insieme a me fino alla fine del tempo».
Così dicendo pose la mano sulla mia spalla libera. E procedemmo insieme verso la Collina del Cranio.
Ma io non sentivo più il peso della croce. Sentivo solo la sua mano. Come ala di uccello sulla mia spalla.
E arrivammo in cima alla collina, e là dovevano crocifiggerlo.
Fu allora che avvertii il peso della croce.
Non disse parola mentre gli conficcavano i chiodi nelle mani e nei piedi, e dalle sue labbra non uscì lamento.
E non tremarono le sue membra sotto il martello.
Sembrava quasi che le sue mani e i suoi piedi fossero morti, per rivivere solo nel bagno di sangue.
E lui sembrava desiderare quei chiodi, come un principe desidera lo scettro, e sembrava implorare che lo innalzassero alle vette.
E il mio cuore non lo compiangeva: ero troppo preso da meraviglia.
Ora, l’uomo al quale ho portato la croce è divenuto la mia croce.
Se mi dicessero ancora: «Porta la croce di quest’uomo», io la porterei fino a quando la mia strada si chiudesse nel sepolcro.
Ma gli chiederei di tenermi la mano sulla spalla.
Accadde molti anni fa; e ancora oggi, seguendo i solchi del campo, e in quel sopore che precede il sonno, rivolgo spesso il pensiero a quell’uomo che amo.
E sento la sua mano alata, qui, sulla spalla sinistra.

Giacomo, fratello di Simone: l’ultima cena

Mille volte mi ha visitato il ricordo di quella notte. E so che ancora mille volte verrà a visitarmi.
La terra dimenticherà i solchi arati nel suo seno, e la donna le gioie e i dolori del parto, prima che io dimentichi quella notte.
Avevamo trascorso il pomeriggio fuori dalle mura di Gerusalemme, e Gesù disse: «Entriamo in città, e andiamo a cena alla locanda». Era buio quando arrivammo alla locanda, ed eravamo affamati.
L’albergatore ci diede il benvenuto e ci condusse a una stanza al piano superiore.
E Gesù ci invitò a sedere attorno al tavolo, ma lui rimase in piedi, e i suoi occhi indugiarono su ognuno di noi.
E parlò all’albergatore e disse: «Porta una bacinella e una brocca d’acqua, e un panno per asciugare».
E ci guardò di nuovo e disse dolcemente: «Toglietevi i sandali».
Non comprendevamo, ma ubbidimmo al suo comando.
L’albergatore portò quanto gli era stato chiesto, e Gesù disse: «Ora laverò i vostri piedi. E’ necessario infatti che io liberi i vostri piedi dalla polvere dell’antica strada, così da donare loro la libertà della nuova via».
Tutti eravamo turbati e intimiditi.
Allora Simon Pietro si alzò e disse: «Come posso tollerare che il mio Signore e Maestro mi lavi i piedi?».
E rispose Gesù: «Laverò i vostri piedi perché possiate ricordare questo: chi serve gli uomini sarà il più grande tra gli uomini».
Poi ci guardò uno a uno e disse: «Il Figlio dell’Uomo che vi ha scelti come fratelli, il Figlio dell’Uomo a cui ieri sono stati unti i piedi con mirra d’Arabia, e asciugati con capelli di donna, ora desidera lavare i vostri piedi».
E prese la bacinella e la brocca e s’inginocchiò e lavò i nostri piedi, iniziando da Giuda Iscariota.
Poi sedette con noi a tavola; e il suo volto era come l’aurora su un campo di battaglia dopo una notte di scontri e spargimento di sangue.
E venne l’albergatore e sua moglie, recando il vino e le vivande.
Ero affamato, prima che Gesù s’inginocchiasse ai miei piedi: e ora, nel mio corpo non c’era posto per il cibo.
E nella gola avevo una fiamma che non avrei mai potuto estinguere col vino.
Gesù prese un pezzo di pane e ce lo porse, dicendo: «Forse non potremo più spezzare il pane insieme. Mangiamo, dunque, a ricordo dei nostri giorni in Galilea».
E versò il vino in un calice, e bevve, e ce lo porse, e disse: «Bevete, a ricordo della sete che insieme abbiamo conosciuto.
E bevete anche nella speranza della nuova vendemmia. Quando avrò fatto ritorno all’ovile e non sarò più in mezzo a voi, e voi vi riunirete, qui o altrove, spezzate il pane e versate il vino, e mangiate e bevete come ora.
Poi guardatevi intorno: e forse mi vedrete seduto a tavola insieme a voi».
Detto questo, prese a distribuire tra noi il pesce e il fagiano, come un uccello che desse da mangiare ai suoi piccoli.
Fu poco quel che mangiammo, eppure eravamo sazi; e non bevemmo che poche gocce di vino, perché sentivamo che il calice era come uno spazio tra questo e un mondo diverso.
Poi Gesù disse: «Prima di lasciare la tavola, alziamoci e cantiamo gli inni di esultanza di Galilea».
E ci alzammo e camminammo insieme, e la sua voce superava le nostre, e risuonava, vibrante, ognuna delle sue parole.
E lui guardò i nostri volti, tutti, uno ad uno, e disse: «Ora vi dico addio. Usciamo da queste mura. Andiamo a Getsemani».
E Giovanni, il figlio di Zebedeo, disse: «Maestro, perché ci dici addio?».
E Gesù disse: «Non sia turbato il vostro cuore. Se vi lascio è solo per prepararvi un posto nella casa del Padre mio. Ma se avrete bisogno di me, tornerò. Dovunque mi chiamerete, io vi sentirò, e dovunque il vostro spirito mi cercherà, là mi troverete.
E’ la sete, non dimenticatelo, che conduce al torchio dell’uva, e la fame alla festa di nozze.
E’ nel vostro anelito che troverete il Figlio dell’Uomo.
L’anelito, infatti, è la sorgente dell’estasi, ed è la via al Padre».
E Giovanni parlò di nuovo e disse: «Se dunque ci lasci, come possiamo essere lieti e sereni? E perché parli di separazione?».
E disse Gesù: «Il cervo inseguito sa che la freccia sta per colpirlo, prima ancora di sentirla nel petto, e il fiume ha il presentimento del mare prima di giungere alla sua riva. E il Figlio dell’Uomo ha percorso le strade degli uomini.
Prima che un altro mandorlo offra i suoi fiori al sole, le mie radici affonderanno nel cuore di un altro campo».
Disse allora Simon Pietro: «Maestro, non lasciarci ora, e non negarci la gioia della tua presenza. Dove vai tu, anche noi andremo; e dove tu abiterai, anche noi abiteremo».
E Gesù pose la mano sulla spalla di Simon Pietro, e gli sorrise, e disse: «Chi può dirlo? Forse sarai tu a rinnegarmi prima che passi questa notte, forse sarai tu ad abbandonarmi prima che io ti abbandoni».
E poi disse: «Andiamo».
E noi lasciammo la locanda e lo seguimmo. Ma alle porte della città, Giuda Iscariota non era più con noi. E attraversammo la valle di Geenna. Gesù ci precedeva, noi lo seguivamo stringendoci uno all’altro.
Quando arrivammo a un oliveto, si fermò e si volse, dicendo: «Riposatevi qui per un poco».
La sera era fredda, benché la primavera fosse al culmine: mieli in fiore, gelsi che aprivano i germogli. E i giardini pieni di profumo.
Ognuno di noi scelse un albero e si stese ai suoi piedi. Io scelsi un pino, e mi avvolsi nel mantello.
Gesù ci lasciò ed entrò, solo, nell’oliveto. E io lo guardavo mentre gli altri dormivano.
Lo vedevo farsi d’improvviso immobile, poi riprendeva ad aggirarsi tra gli ulivi. Tutto questo si ripetè molte volte.
Poi lo vidi sollevare il volto verso il cielo e tendere le braccia a oriente e occidente.
Una volta aveva detto: «Il cielo e la terra, e anche l’inferno, sono dell’uomo». Mi tornarono in mente queste sue parole, e allora capii: era il cielo fatto uomo, quell’uomo che misurava con i suoi passi l’oliveto; e mi dissi che il grembo della terra non è né inizio né fine, ma piuttosto carro trionfale, pausa, e istante di stupore e meraviglia; e vidi anche l’inferno, nella valle chiamata Geenna, che si stendeva tra lui e la Città Santa.
E mentre lui era là e io giacevo avvolto nel mantello, udii la sua voce. Ma non era con noi che parlava. Tre volte lo sentii pronunciare la parola «Padre». E fu tutto quello che potei udire.
Poi le sue braccia ricaddero, e di nuovo si ergeva immobile come un cipresso, tra i miei occhi e il cielo.
Tornò infine da noi, e disse: «Svegliatevi e alzatevi. E’ giunta la mia ora. Il mondo è già sopra di noi, armato per la battaglia».
E poi disse: «Ho appena udito la voce del Padre mio. Se non vi rivedrò, ricordate che il il conquistatore non ha pace fino a quando non viene conquistato».
E quando ci levammo e ci avvicinammo a lui, il suo volto era come il cielo stellato che sovrasta il deserto.
Baciò ognuno di noi sulla guancia, ardevano, come la mano di un bimbo febbricitante.
All’improvviso si udì gran rumore in lontananza, come di folla numerosa; mentre il rumore si faceva più vicino, vedemmo un gruppo di uomini con lanterne e bastoni che avanzavano rapidi.
Quando giunsero ai margini dell’oliveto, Gesù si allontanò da noi e andò incontro alla schiera. La guidava Giuda Iscariota.
C’erano soldati romani con lance e spade, e uomini di Gerusalemme con clave e bastoni.
E Giuda avanzò verso Gesù e lo baciò. E poi disse agli uomini in armi: «Ecco l’uomo».
E Gesù disse a Giuda: «Giuda hai avuto pazienza nei miei riguardi. Sarebbe potuto accadere ieri, tutto questo».
E si rivolse agli uomini in armi e disse: «Prendetemi. Ma che la vostra gabbia sia ampia a sufficienza per le mie ali».
S’avventarono su di lui e se ne impadronirono, e tutti gridavano.
E noi sconvolti dalla paura, ci mettemmo a correre, nell’ansia di fuggire. Io correvo solo, nell’oliveto, incapace di ragionare: dentro di me, nessun’altra voce all’infuori della paura.
Le ultime ore di quella notte le trascorsi fuggendo e nascondendomi, e all’alba mi ritrovai in un villaggio vicino a Gerico.
Perché l’avevo abbandonato? Non so dirlo. Con grande dolore, certo, ma l’avevo abbandonato. Codardo, ecco cos’ero: fuggivo dai suoi nemici.
Pieno di disgusto per me stesso, vergognandomi nel profondo del cuore, tornai a Gerusalemme, ma lui era in prigione, e nessun amico poteva parlargli.
E’ stato crocifisso, e il suo sangue ha trasformato la terra in nuova argilla.
E io sono ancora in vita: traggo la mia esistenza dal favo di miele della sua vita.

Claudio, sentinella romana

Dopo la cattura, l’affidarono a me. Ricevetti da Ponzio Pilato l’ordine di vigilarlo fino al mattino seguente.
I miei soldati lo condussero in prigione: si mostrò docile e obbediente.
A mezzanotte lasciai per un poco mia moglie e i miei figli e andai a ispezionare l’arsenale. Era mia abitudine compiere un giro d’ispezione per controllare che tutto procedesse bene nelle schiere di Gerusalemme a me affidate; e quella notte visitai l’arsenale dove era rinchiuso quell’uomo.
I miei soldati e alcuni giovani giudei si stavano prendendo gioco di lui. Gli avevano strappato la veste di dosso, e sul capo gli avevano messo una corona di spine fatta con i rovi dell’anno passato.
L’avevano fatto sedere contro una colonna, e danzavano e schiamazzavano davanti a lui.
E gli avevano dato da tenere in mano una canna.
Vedendomi entrare qualcuno esclamò: «Guarda, capitano: ecco il re dei Giudei».
Mi fermai dinanzi a lui e lo guardai, e fui preso da vergogna. Non so dire il motivo.
Avevo combattuto in Gallia e in Spagna, e con i miei uomini avevo visto la morte in faccia. Eppure non avevo mai avuto paura, non ero mai stato codardo. Ma quando fui di fronte a quell’uomo e lui mi guardò, il mio cuore si sentì perduto. Avevo le labbra come sigillate, e non ero in grado di pronunciare parola.
E immediatamente lasciai l’arsenale.
Questo accadde trent’anni fa. I miei figli, bambini a quel tempo, oggi sono uomini. E sono al servizio di Cesare e di Roma.
Più di una volta, nel rivolger loro esortazioni e consigli, ho parlato di lui: un uomo che affrontava la morte con la linfa della vita sulle labbra e la misericordia per i carnefici negli occhi.
Sono vecchio, ora. Ho vissuto la pienezza degli anni. E penso in verità che né Pompeo né Cesare furono condottieri così grandi come quell’uomo di Galilea.
Da quando, infatti, si lasciò uccidere senza opporre resistenza, una legione è sorta dalla terra per combattere in suo nome… E questi soldati lo servono, da morto, meglio di quanto Cesare e Pompeo siano mai stati serviti da vivi.

Barabba: le ultime parole di Gesù

Liberarono me e scelsero lui. Fu la sua elevazione e la mia caduta.
E guardarono a lui come vittima pasquale.
Ero libero dalle catene e camminavo tra la folla che si accalcava dietro a lui, ma ero un vivo che avanzava verso la propria tomba.
Sarei dovuto fuggire nel deserto, dove la vergogna viene arsa dal sole.
E invece mi mescolavo a quelli che avevano scelto lui per portare la croce dei miei crimini.
E là rimasi mentre lo inchiodavano alla croce.
Vedevo e sentivo, ma mi sembrava d’essere fuori dei confini del corpo.
Il ladro crocifisso alla sua destra gli disse: «Anche tu sanguini?, Gesù di Nazareth, anche tu?».
Gli rispose Gesù: «Se non fosse per questo chiodo che la serra, tenderei la mia mano per afferrare la tua.
Ci hanno crocifisso insieme. Vorrei che avessero innalzato la tua croce più vicina alla mia».
Poi volse gli occhi verso il basso: guardava sua madre e un giovane che stava al suo fianco.
Disse: «Madre, ecco tuo figlio: è al tuo fianco.
Donna, ecco colui che porterà questo mio sangue nelle terre del Settentrione».
E sentendo i lamenti della donne di Galilea, disse: «Ecco, laggiù piangono e io ho sete.
Sono inchiodato troppo in alto per bere le loro lacrime.
Non voglio aceto, non voglio fiele, per placare questa sete».
Poi i suoi occhi si spalancarono al cielo, e disse: «Padre, perché ci hai abbandonati?».
E poi con misericordia: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».
Quando pronunciò queste parole, fu come se vedessi tutti gli uomini prostrati davanti a Dio a implorare perdono per la crocifissione di quest’unico uomo.
Poi nuovamente disse a gran voce: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito».
E alla fine sollevò il capo e disse: «Ora tutto è compiuto, ma solo su questa terra».
E chiuse gli occhi.
Lampi squarciarono l’oscurità dei cieli, e si udì un fragore di tuono.
Ora lo so: quelli che lo misero a morte al mio posto mi fecero la grazia di un tormento senza fine.
Non durò più di un’ora la sua crocifissione.
Io invece sarò crocifisso fino alla fine dei miei anni.

Ahaz il Grosso, proprietario di locanda

Ricordo bene l’ultima volta che vidi Gesù, il Nazareno.
Era venuto Giuda, quel pomeriggio a mezzogiorno, e m’aveva pregato di preparare la cena per Gesù e per i suoi.
Dandomi due monete d’argento, mi aveva detto: «Acquista tutto ciò che ritieni necessario per la cena».
E quando se ne era andato, mia moglie aveva detto: «Questo si che è un onore». Gesù infatti era divenuto profeta, e aveva compiuto molti miracoli.
Vennero al crepuscolo, lui e i suoi seguaci; e sedettero a tavola nella stanza al piano superiore, ma rimasero quieti e silenziosi.
Erano venuti anche l’anno passato, e quello prima, e avevano festeggiato spezzando il pane e bevendo il vino e intonando i cantici della tradizione; e Gesù aveva parlato ai suoi compagni fino a tarda notte.
Poi l’avevano lasciato solo, andando a coricarsi in altre stanze: dopo mezzanotte, infatti, desiderò rimanere solo.
Vegliava: coricato sul mio letto, udivo i suoi passi.
Ma non erano felici, quell’ultima volta, né lui né i suoi compagni.
Mia moglie aveva preparato pesci del lago di Galilea, e fagiani di Houran farciti di riso e semi di melagrana, e io ero andato a prendere per loro una brocca del mio succo di cipresso.
Poi li avevo lasciati: intuivo in loro il desiderio di restare soli.
Rimasero a tavola finché l’oscurità fu completa, poi scesero tutti. Ma ai piedi della scala Gesù indugiò qualche istante. Volse lo sguardo su di me e su mia moglie, pose una mano sul capo di mia figlia e disse: «Buonanotte a ognuno di voi». Torneremo ancora nella stanza al piano di sopra, ma non ce ne andremo così presto come questa sera, rimarremo finché si alzerà il sole all’orizzonte.
Ancora un poco e ritorneremo e chiederemo ancora pane e ancora vino. Ci avete ben accolto, e vi ricorderemo quando saremo nel nostro palazzo, seduti alla nostra tavola».
E io dissi: «Signore, è stato un onore servirti. Gli altri locandieri mi invidiano per le visite di cui mi onori, e io sorrido con orgoglio nella piazza del mercato, e a volte rispondo persino con una smorfia».
E lui disse: «Deve essere orgoglioso del suo servizio, il locandiere. Chi offre pane e vino è fratello di quanti mietono e legano covoni nell’aia, e fratello di quelli che pigiano l’uva nel torchio. Avete l’animo gentile, voi tutti. Siete pronti a offrire generosamente anche a chi non vi reca altro che fame e sete».
Poi si rivolse a Giuda Iscariota, che teneva la borsa comune, e disse: «Dammi due sicli».
E Giuda gli porse due sicli dicendo: «Sono le ultime monete d’argento che ho nella borsa».
Lo guardò, Gesù, e disse: «Presto, fin troppo presto, la tua borsa sarà piena d’argento».
Mise nella mia mano le due monete e disse: «Con queste compera una cintura di seta per tua figlia, e che la indossi il giorno di Pasqua in mio ricordo».
E dopo aver rivolto un ultimo sguardo a mia figlia, si piegò e la baciò sulla fronte. E ancora disse: «Buonanotte a voi tutti».
E si allontanò.
Mi è stato detto che le parole che ci rivolse sono state annotate su pergamena da uno dei suoi compagni, ma io te le ripeto così come le udii dalle sue labbra.
Non dimenticherò mai il suono della sua voce, quella voce che disse: «Buonanotte a voi tutti».
Se vuoi sapere altro di lui, domanda a mia figlia. E’ una donna, ora, ma coltiva teneramente i ricordi dell’adolescenza. E ha la parola più sciolta della mia.