16. «O Bruma, Sorella…»

Era ormai sera.
Ed egli aveva raggiunto le colline. I suoi passi l’avevano condotto fra la bruma, e se ne stette ritto fra le rocce ed i bianchi cipressi, nascosto a tutte le cose, e parlò così:

«O Bruma, mia sorella, bianco soffio non ancora rinchiuso in uno stampo,
Ritorno a te, come un soffio bianco e senza voce,
Come una parola non ancora pronunciata.

O Bruma, mia sorella alata, ora siamo uniti,
Ed insieme resteremo sino al secondo giorno della vita,
La cui alba poserà te come una goccia di rugiada, in un giardino,
E me come un bimbo sul seno di una donna,
E uniti ricorderemo.

O Bruma, mia sorella, sono tornato, come un cuore che ascolta il suo profondo,
Come il tuo cuore,
Un desiderio palpitante e vano come il tuo desiderio,
Un pensiero non ancora raccolto come il tuo pensiero.

O Bruma, mia sorella, figlia primogenita di mia madre,
Le mie mani conservano ancora i verdi semi che mi ordinasti di spargere,
E le mie labbra sono ancora sigillate sul canto che mi ordinasti di cantare;
Ed io non ti porto frutti e non ti porto echi
Poiché le mie mani erano cieche e le mie labbra sterili.

O Bruma, mia sorella, molto ho amato il mondo e molto il mondo ha amato me,
Poiché tutti i miei sorrisi erano sulle sue labbra e tutte le lacrime erano nei miei occhi.
Ma v’era tra di noi un abisso di silenzio che lui non voleva varcare
Ed io non potevo oltrepassare.

O Bruma, mia sorella, mia immortale sorella bruma,
Cantai i canti antichi ai miei bambini,
Ed essi ascoltarono e nei loro volti v’era stupore;
Ma domani forse dimenticheranno il canto
E non so a chi il vento consegnerà il canto.
E sebbene non fosse mio, tuttavia giunse al mio cuore
E dimorò per un istante sulle mie labbra.

O Bruma, mia sorella, benché tutto ciò sia trascorso ormai,
Sono sereno.
E’ stato sufficiente cantare a coloro che eran già nati.
E benché il canto non sia per niente mio,
Tuttavia è il desiderio più profondo del mio cuore.

O Bruma, mia sorella, mia sorella bruma,
Ora sono un tutt’uno con te.
Non sono più me stesso.
Le mura sono crollate,
E le catene si sono spezzate;
Mi levo a te, mia bruma,
Ed insieme galleggeremo sul mare sino al secondo giorno della vita,
Quando l’alba poserà te come una goccia di rugiada in un giardino,
E me come un bimbo sul seno di una donna».

15. La Separazione

Poi per sette giorni e sette notti nessuno si presentò al Giardino, ed egli se ne rimase solo con i suoi ricordi ed il suo dolore;
Poiché anche coloro che avevano ascoltato le sue parole con amore e pazienza si erano allontanati da lui alla ricerca di altri giorni.
Venne solo Karima ed il silenzio era disteso sul suo volto come un velo; portava un calice ed un piatto, bevanda e cibo per la sua solitudine e per la sua fame. E, dopo averglieli messi davanti, andò per la sua strada.

E Almustafa ritornò alla compagnia dei chiari pioppi al di qua del cancello e si sedette, ma continuava a guardare la strada. Ed un istante dopo vide come una nuvola di polvere alzarsi dalla strada e venire verso di lui. E dalla nube uscirono i nove guidati da Karima.
Ed Almustafa andò loro incontro ed essi varcarono il cancello come se nulla fosse accaduto e se ne fossero andati via solo per un’ora.
Entrarono e, dopo che Karima ebbe apparecchiato il desco con il pane ed il pesce e versato nei calici il vino rimasto, cenarono con lui. Mentre mesceva il vino Karima implorò il Maestro dicendo: «Permettimi di andarmene in città a prendere del vino per poter di nuovo riempire i vostri calici in quanto quello che avevo portato prima è ormai terminato».
Egli la guardò con occhi che erano insieme un viaggio ed una terra lontana e disse: «No, perché per il momento questo è sufficiente».
E mangiarono e bevvero e si saziarono. Ed alla fine Almustafa parlò con voce solenne, profonda come il mare e gonfia come la marea sotto la luna, e disse: «Miei amici e compagni di cammino, oggi è il momento della separazione. Per tanto tempo abbiamo percorso mari agitati ed abbiamo scalato le montagne più scoscese ed abbiamo combattuto le tempeste. Abbiamo conosciuto la fame ma abbiamo partecipato anche a banchetti nuziali. Spesso siamo rimasti nudi ma abbiamo anche indossato vesti reali. Assieme abbiamo di certo fatto molta strada, ma ora dobbiamo separarci. Insieme procederete per la vostra strada e da solo procederò per la mia».
«E benché mari e terre immensi ci separeranno, saremo sempre compagni nel nostro viaggio verso la Montagna Sacra».
«Ma prima di separarci, vi voglio dare il raccolto e la spigolatura del mio cuore:
«Procedete sulla vostra via cantando, ma fate che ogni canto sia breve, poiché solo i canti che muoiono giovani sulle vostre labbra vivranno a lungo nei cuori umani».
«Dite una buona verità con poche parole, ma mai una brutta verità senza parole. Dite alla fanciulla i cui capelli splendono al sole che è figlia del mattino. Ma guardando chi non vede non ditegli che è una cosa sola con la notte».
«Ascoltate il suonatore di flauto come se ascoltaste l’aprile, ma se udrete parlare il critico e chi cerca l’errore, siate sordi come le vostre ossa e distaccati come la vostra fantasia».
«Miei amici, miei amati, sul vostro cammino troverete uomini con zoccoli al posto dei piedi; date loro le vostre ali. Ed uomini con le corna; date loro serti di alloro. E uomini con artigli; date loro petali affinché diventino le loro dita. Ed uomini con lingua biforcuta; date loro del miele perché addolcisca le loro parole».
«Ah, incontrerete tutti costoro ed altri ancora; incontrerete lo zoppo che vende grucce, il cieco che vende specchi. Ed incontrerete anche ricchi che all’ingresso del tempio chiedono l’elemosina».
«Allo zoppo date parte della vostra agilità, al cieco parte della vostra vista; e ricordate di dare ai ricchi che mendicano una parte di voi stessi; essi sono i più bisognosi di tutti, poiché certamente nessun uomo tenderebbe la mano ad elemosinare se non fosse veramente povero, anche se proprietario di molti beni.
«Miei compagni ed amici, in nome del nostro amore vi do il mandato di essere come innumerevoli sentieri che si incrociano nel deserto, ove camminano leoni e conigli, lupi e pecore».
«E di me ricordatevi solo questo: Vi insegno non a dare ma a ricevere; non la negazione ma la realizzazione; non l’arrendevolezza ma la comprensione, con il sorriso sulle labbra».
«Non vi insegno il silenzio, ma un canto sommesso».
«Vi insegno la vostra essenza più pura che contiene tutti gli uomini».
E si alzò da tavola ed uscì direttamente in Giardino, ove camminò all’ombra dei cipressi mentre il giorno svaniva. Ed essi lo seguirono d’appresso, poiché il loro cuore era greve e la loro lingua unita al palato.
Solo Karima dopo aver ritirato gli avanzi, andò da lui e gli disse: «Maestro, permettimi di preparare il cibo per domani e per il tuo viaggio».
Ed egli la guardò con occhi aperti su altri mondi e disse: «Sorella mia e mia amata, è già tutto fatto dall’inizio dei tempi. Il cibo e le bevande sono pronte per il domani come per il nostro ieri ed il nostro oggi».
«Me ne vado, ma se me ne vado con una verità non ancora rivelata, quella stessa verità mi cercherà e mi raccoglierà nonostante i miei elementi siano dispersi nei silenzi dell’eternità; ed allora tornerò da voi per parlarvi con una voce fatta nuova dal cuore di quegli sconfinati silenzi».
«E se v’è un’altra bellezza che non vi ho comunicato, allora ancora una volta verrò chiamato, sì, con il mio stesso nome Almustafa, e vi farò un cenno affinché sappiate che sono ritornato a rivelarvi la parte mancante, poiché Dio non nasconderà mai Se stesso, né lascerà la Sua parola sepolta negli abissi del cuore umano».

«Vivrò oltre la morte, e canterò alle vostre orecchie
Anche dopo che l’immensa onda del mare mi avrà restituito
Alla sua immensa profondità.
Siederò alla vostra mensa anche se non avrò corpo,
E verrò con voi nei campi come uno spirito invisibile.
Verrò al vostro focolare come un ospite invisibile.
La morte non muta nulla se non le maschere che coprono i nostri volti.
Il boscaiolo rimarrà sempre un boscaiolo,
Il contadino un contadino,
E chi cantava il suo canto al vento lo canterà anche alle mobili sfere».
Ed i discepoli erano impietriti, e soffrivano nei loro cuori per ciò che aveva detto: «Me ne vado».
Ma nessuno allungò la mano per fermare il Maestro, né nessuno lo seguì.
Ed Almustafa lasciò il Giardino di sua madre a passi veloci e silenziosi; ed in un istante, come una foglia sollevata da un forte vento, lo videro molto lontano da loro e diventare una pallida luce che saliva fra le montagne.
Ed i nove andarono ognuno per la propria strada. Ma la donna rimase nella notte calante e guardò come la luce ed il crepuscolo erano diventati una cosa sola e placò la sua afflizione e la sua solitudine con le parole del Maestro: «Me ne vado, ma se me ne vado con una verità ancora non rivelata, quella stessa verità mi cercherà e mi raccoglierà ed allora tornerò».

14. «La mia Anima è sovraccarica…»

E quando la notte fu scesa completamente, andò a far visita alla tomba di sua madre e si sedette sotto il cedro, che lì s’ergeva. Ed ecco che su nel cielo comparve l’ombra di una grande luce, ed il Giardino brillò come un gioiello prezioso sul seno della terra.
Ed Almustafa nella solitudine del suo spirito gridò e disse:
«La mia anima è ricolma di frutti maturi. Chi vuole venire a servirsene ed a saziarsene? Non v’è nessuno che abbia digiunato e che sia nobile e generoso di cuore tanto da venire a rompere il proprio digiuno con i miei primi frutti al sole e così alleggerirmi del peso della mia abbondanza?
«La mia anima trabocca del vino dei secoli. V’è qualcuno assetato che voglia dissetarvisi?»
«All’incrocio stava fermo un uomo con le mani tese in avanti verso i passanti e le sue mani erano ricolme di gioielli. Egli chiamava i passanti dicendo: «Abbiate pietà di me, prendetene. Nel nome di Dio prendete dalle mie mani e consolatemi».
«Ma i passanti lo guardavano solamente e nessuno si servì».
«Sarebbe stato meglio se egli fosse stato un mendicante con la mano tesa per chiedere, sì, una mano tremante, ripiegata vuota al petto, piuttosto che allungarla colma di ricchi doni e ritrarla sempre colma allo stesso modo».
«E v’era anche sua maestà il principe che aveva eretto le sue seriche tende tra la montagna ed il deserto ed aveva ordinato ai suoi servi di accendere un fuoco quale segnale per lo straniero ed il vagabondo; e che aveva mandato avanti i suoi servitori a sorvegliare la strada perché gli trovassero un ospite. Ma le strade ed i sentieri del deserto non offrirono ospite alcuno».
«Sarebbe stato meglio se quel principe fosse stato un uomo qualsiasi in cerca di cibo e riparo. Sarebbe stato meglio se fosse stato un vagabondo con null’altro che il suo bastone e la sua brocca di terracotta. Poiché allora al calar della notte avrebbe incontrato i suoi simili ed i poeti senza tempo né luogo e ne avrebbe diviso il mendicare, i ricordi ed i sogni».
«V’era la figlia del grande re, che svegliatasi indossò il vestito di seta, le perle ed i rubini, si cosparse di muschio i capelli ed intinse le dita nell’ambra. Poi scese dalla sua torre nel giardino, ove la rugiada della notte inumidì i suoi sandali dorati».
«Nella quiete della notte la figlia del grande re cercò l’amore nel giardino, ma in tutto l’immenso regno di suo padre non v’era un amante per lei.
«Sarebbe stato meglio se ella fosse stata la figlia di un semplice contadino, che aveva condotto al pascolo le pecore e stava ritornando a casa dal padre a sera con i piedi carichi di polvere dei tortuosi sentieri e le pieghe dell’abito traspiranti la fragranza delle vigne. Ed al sopraggiungere della notte, quando l’angelo della notte veglia sul mondo, ella avrebbe potuto recarsi furtivamente al fiume a valle ove era attesa dal suo amante».
«Sarebbe stato meglio se ella fosse stata una monaca di clausura, che bruciava il proprio cuore come fosse incenso, sì che il suo cuore potesse salire a raggiungere il vento, e che consumava il suo spirito come fosse una candela, sì che la sua luce salisse insieme a coloro che adorano, a coloro che amano e sono amati, verso la grande luce».
«Sarebbe stato meglio se ella fosse stata una donna avanti negli anni, seduta al sole ripensando a chi aveva con lei diviso la sua giovinezza».

E la notte si fece sempre più buia, ed Almustafa era cupo come la notte, ed il suo spirito era come una nuvola intatta. Ed egli ancora gridò:

«La mia anima è ricolma di frutti maturi;
La mia anima è ricolma di frutti.
Chi verrà ora a mangiarne ed a saziarsi?
La mia anima trabocca di vino.
Chi si mescerà ora da bere a cercar frescura nella calura del deserto?

«Come vorrei essere un albero senza fiori e senza frutti,
Infatti il dolore dell’abbondanza è più amaro di quello della sterilità,
E la sofferenza del ricco da cui nessuno vuole accettare doni,
E’ maggiore dello sconforto del mendicante al quale nessuno vuol dare.

«Come vorrei essere un pozzo, secco ed inaridito, in cui gli uomini tirano pietre;
Infatti sarebbe meglio e molto più facile essere generato che essere fonte d’acqua vivificatrice
Quando gli uomini ti passano vicino e non bevono.

«Come vorrei essere una canna calpestata,
Infatti sarebbe meglio che essere una lira dalle argentee corde
In una casa il cui padrone è senza dita
Ed i figli sordi».

13. «Al di là delle vostre Parole»

Ed un discepolo che aveva servito al tempio lo supplicò dicendo: «Maestro, insegnaci a far sì che le nostre parole siano come le tue, un canto ed un incenso per la gente».
Ed Almustafa rispose dicendo: «Vi innalzerete oltre le vostre parole, ma il vostro sentiero manterrà un ritmo ed una fragranza, un ritmo per gli amanti e per tutti coloro che sono amati ed una fragranza per coloro che vorrebbero trascorrere la vita in un giardino».
«Ma voi vi innalzerete oltre le vostre parole su una vetta ove cade la polvere delle stelle ed aprirete le mani sino a che non le avrete piene; poi vi sdraierete e dormirete come un piccolo in un bianco nido, e sognerete il vostro futuro come le bianche viole sognano la primavera».
«Sì, e vi calerete più a fondo delle vostre parole. Cercherete le sorgenti perdute dei ruscelli e sarete una spelonca nascosta che farà da eco alle flebili voci che vengon dal profondo che ora non potete nemmeno udire».
«E vi calerete più a fondo delle vostre parole, sì, più a fondo di tutti i suoni, fino al cuore stesso della terra, e lì rimarrete soli con Lui che pure cammina sulla Via Lattea».
Ed un momento dopo uno dei discepoli gli chiese: «Maestro, parlaci dell’Essere. Che cosa significa Esistere?».
Ed Almustafa lo guardò a lungo e provò per lui un grande affetto. Si alzò per un breve tratto e ritornando sui suoi passi disse: «In questo Giardino riposano mio padre e mia madre sepolti dalle mani dei viventi; in questo Giardino sono sepolti i semi degli anni trascorsi trasportati sin qui sulle ali del vento. Migliaia di volte verranno qui sepolti mio padre e mia madre, e migliaia di volte i semi saranno sepolti dalle ali; e tra un migliaio d’anni voi, io e questi fiori ci ritroveremo in questo Giardino come ora, ed esisteremo, amando la vita, ed esisteremo, sognando lo spazio, ed esisteremo, risorgendo verso il sole».
«Ma oggi esistere significa essere saggi, anche se non estranei ai folli; significa essere forti ma non per distruggere i deboli; giocare con i bambini ma non come padri, piuttosto come compagni di gioco che vogliono imparare i loro giochi»;
«Essere semplici ed innocenti con gli anziani e le donne e sedervi con loro all’ombra delle antiche querce, sebbene camminiate ancora con la Primavera»;
«Cercare un poeta sebbene viva oltre i sette fiumi, e sentirsi in pace davanti a lui senza voler nulla, senza dubitare nulla, senza nessuna domanda sulle labbra;
«Sapere che il santo ed il peccatore sono gemelli, il cui padre è nostra Maestà il Re e che l’uno è nato solo un istante prima dell’altro, e che perciò lo consideriamo Principe Ereditario»;
«Seguire la Bellezza anche se questa vi dovesse portare sull’orlo di un precipizio; anche se lei ha le ali e voi no ed anche se lei varcherà il precipizio, seguitela, perché ove non v’è bellezza non v’è nulla»;
«Essere un giardino senza muro di cinta, una vigna senza custode, una tesoreria sempre aperta ai viandanti»;
«Essere derubati, traditi, ingannati, sì, fuorviati ed intrappolati e poi derisi, ma nonostante ciò guardare dall’alto del vostro essere e sorridere, consapevoli che v’è una primavera che giungerà al vostro giardino a danzare tra le foglie ed un autunno che verrà a maturare l’uva; consapevoli che se almeno una delle vostre finestre volge ad oriente, non sarete mai vuoti; consapevoli che tutti coloro ritenuti malfattori e ladri, imbroglioni e disonesti sono vostri fratelli nel bisogno, e che forse voi siete uno di loro agli occhi degli abitanti benedetti della Città Invisibile, che si erge al di sopra di questa città».
«Ed ora, a voi anche, le cui mani modellano e trovano tutte le cose necessarie al conforto dei nostri giorni e delle nostre notti:
«Esistere significa essere un tessitore con dita che vedono, un costruttore attento alla luce ed allo spazio; essere un aratore e sentire che ogni seme che piantate è un tesoro; essere un pescatore ed un cacciatore che provano pietà per il pesce e per la preda, ma che ancor più pietà provano per la fame e le necessità dell’uomo».
«E soprattutto dico ciò: Vorrei che ognuno di voi e tutti voi partecipaste allo scopo di ogni uomo, poiché solo così potrete sperare di raggiungere il vostro buon scopo».
«Miei compagni, miei amati, siate audaci, non mansueti; siate aperti, non limitati; e sino alla mia ultima ora ed alla vostra siate il più possibile voi stessi».
E come smise di parlare una profonda tristezza calò sui nove; ed i loro cuori si allontanarono da Lui perché non avevano capito le sue parole.
Ed ecco che i tre marinai furono colti dalla nostalgia per il mare; coloro che avevano servito al tempio anelarono la consolazione del santuario; e coloro che erano stati i suoi compagni di gioco desiderarono la piazza del mercato. Tutti restarono sordi alle sue parole, così che esse tornarono a lui come uccelli stanchi e randagi bisognosi di un rifugio.
Ed Almustafa si allontanò da loro nel Giardino senza dire nulla e senza guardarli.
Ed essi si misero a discutere tra di loro cercando di giustificare il desiderio di andarsene.
Ed ecco si voltarono ed ognuno si diresse alla propria casa, così che Almustafa l’eletto e l’amato rimase solo.

12. «Nudo nel Meriggio»

Ed un mattino quando il sole era già alto, uno dei discepoli, uno dei suoi tre compagni di giochi dell’infanzia, gli si avvicinò dicendo: «Maestro, il mio abito è liso e non ne ho altri. Permettimi di andare alla piazza del mercato a vedere se riesco a procurarmi una nuova veste».
Ed Almustafa guardò il giovane e disse: «Dammi il tuo vestito». Così fece e restò tutto nudo in pieno giorno.
Ed Almustafa, con voce simile ad un giovane destriero che galoppa per strada, disse: «Solo i nudi vivono nel sole. Solo i semplici cavalcano il vento. E solo chi si smarrisce migliaia di volte riuscirà a tornare a casa».
«Gli angeli sono stanchi degli uomini intelligenti. E solo ieri un angelo mi ha detto: «Abbiamo creato l’inferno per coloro che brillano. Cos’altro può cancellare una superficie lucente e sciogliere una cosa sino al nocciolo?»
«Ed io dissi: «Ma creando l’inferno avete creato i demoni per governarlo». Ma l’angelo mi rispose: «No, l’inferno è governato da coloro che resistono al fuoco».
«Angelo saggio! Conosce il costume degli uomini ed il costume dei mezzi uomini. E’ uno dei serafini che vengono in aiuto ai profeti quando sono tentati dagli intelligenti. E senza dubbio sorride quando i profeti sorridono e piange quando questi piangono».
«Miei amici, miei marinai, solo i nudi vivono nel sole. Solo chi è privo di timone può attraversare il grande mare. Solo chi è oscuro con la notte si sveglierà con l’alba e solo chi dorme con le radici sotto la neve raggiungerà la primavera».
«Infatti voi siete come radici e come tali siete semplici ma traete dalla terra saggezza. E siete taciturni, ma avete nei vostri rami non ancora formati il coro dei quattro venti».
«Siete fragili ed informi, ma siete l’inizio di enormi querce e l’abbozzo di salici in cielo.
«Ancora una volta dico, non siete che radici fra l’oscura zolla ed il mutevole cielo. E spesso vi ho visti alzarvi per danzare con la luce, ma vi ho visti anche schivi. Tutte le radici sono schive. Hanno celato i loro cuori così a lungo che non sanno che farne».
«Ma arriverà maggio, e maggio è una vergine irrequieta, che farà da madre alle colline ed alle pianure».

11. «Che dici tu di Dio?»

Ed il primo giorno della settimana, quando il suono delle campane del tempio cercò le loro orecchie, uno dei discepoli disse: «Maestro, sentiamo molto parlare di Dio da queste parti. E tu che cosa ce ne dici, chi è realmente Dio?».
Si alzò in piedi in mezzo a loro, come un albero giovane che non teme né vento né tempesta, e rispose dicendo: «Miei compagni ed amati, pensate ad un cuore che contenga tutti i vostri cuori, ad un amore che comprenda tutti i vostri amori, ad uno spirito che avvolga tutti i vostri spiriti, ad una voce che abbracci tutte le vostre voci e ad un silenzio più profondo di tutti i vostri silenzi e senza tempo».
«Cercate ora di percepire nella pienezza del vostro essere una bellezza più affascinante di tutte le cose belle, un canto più immenso del canto del mare e della foresta, una maestà assisa su un trono rispetto al quale Orione non è che uno sgabello, che regge uno scettro rispetto al quale le Pleiadi non sono altro che un luccichio di gocce di rugiada».
«Se avete sempre e solo cercato cibo e riparo, un vestito ed un bastone; cercate ora Uno che non è né un bersaglio per le vostre frecce, né una spelonca rocciosa per proteggervi dalle intemperie».
«Se le mie parole sono per voi una roccia ed un enigma, allora cercate perlomeno che i vostri cuori si possano spezzare e che il vostro domandare vi possa condurre all’amore ed alla saggezza dell’Altissimo, che gli uomini chiamano Dio».
Confusi, tutti tacquero; ed Almustafa mosso a compassione li fissò teneramente e disse: «Non parliamo più di Dio, il Padre. Parliamo piuttosto degli dei, vostri vicini, e dei vostri fratelli, gli elementi, che si muovono attorno alle vostre case ed ai vostri campi».
«Potreste salire con la fantasia su di una nuvola e pensare di aver raggiunto il punto più alto; e potreste sorvolare l’immenso mare e pensare di aver di fronte l’incommensurabile vastità. Ma io vi dico che quando mettete a dimora un seme raggiungete una vetta più alta; e quando esaltate al vostro vicino la bellezza del mattino, sorvolate un mare ancor più vasto».
«Troppo spesso cantate Dio, l’Infinito, ma in verità non udite il canto. Come vorrei che voi poteste ascoltare il canto degli uccelli e delle foglie che lasciano il ramo al passar del vento, e non dimenticate mai, amici miei, che queste cantano solamente quando sono staccate dal ramo!»
«Di nuovo vi invito a non parlare così liberamente di Dio, che è il vostro Tutto, ma parlate piuttosto e comprendetevi l’un l’altro, vicino con vicino, dio con dio».
«Infatti chi nutrirà il piccolo nel nido se la madre spicca il volo verso il cielo? E quale anemone nel campo sboccerà se non verrà unito in matrimonio con un altro anemone da un’ape?»
«Solo quando siete smarriti nella vostra piccolezza cercate il cielo, che chiamate Dio. Come vorrei che trovaste dei sentieri nella vostra immensità; come vorrei che foste meno pigri e lastricaste le vie!»
«Miei marinai ed amici, sarebbe più saggio parlare meno di Dio, che non possiamo comprendere, e più di noi stessi, che possiamo comprenderci a vicenda. Ma vorrei che sapeste che siamo il respiro e la fragranza di Dio. Siamo Dio sotto forma di foglia, di fiore e spesso di frutto».

10. Pietre e Stelle

Ed un giorno, mentre Phardrous, il greco, passeggiava nel Giardino, inciampò in una pietra e si adirò. Si voltò, raccolse la pietra, dicendo a bassa voce: «O cosa morta sul mio cammino!» e la scagliò lontano.
Ed Almustafa, l’eletto e l’amato, disse: «Perché dici: «O cosa morta»? E’ molto ormai che vivi in questo Giardino ed ancora non sai che nulla esiste senza vita? Tutte le cose vivono e splendono alla luce del giorno e nella maestà della notte. Tu e la pietra siete una cosa sola. La differenza sta solo nei battiti del cuore. Il tuo cuore batte un po’ più forte, vero, amico mio? Ma ahimè non è così calmo».
«Forse il suo ritmo è un altro, ma ti dico che se sondi la profondità della tua anima e misuri le vette dello spazio, udrai un’unica melodia in cui all’unisono cantano la pietra e la stella».
«Se non comprendi le mie parole allora lascia che sorga un altro giorno. Se hai maledetto questa pietra nella quale hai inciampato per la tua distrazione, allora malediresti una stella se per caso in cielo vi dovessi sbattere con la tua testa. Ma verrà il giorno in cui raccoglierai pietre e stelle come il bimbo raccoglie i gigli della valle ed allora capirai che tutte queste cose sono viventi e profumate».

9. «Gli Zoccoli delle Ore»

Ed una sera una grande tempesta si abbatté sull’isola ed Almustafa ed i suoi nove discepoli rincasarono e sedettero attorno al fuoco tranquilli e silenziosi.
Allora uno dei discepoli disse: «Sono solo, maestro, e gli zoccoli delle ore battono con forza sul mio petto».
E Almustafa si alzò in mezzo a loro e con voce simile al vento, disse: «Solo! E con questo? Solo sei venuto e solo svanirai nella nebbia».
«Quindi consuma il contenuto del tuo calice da solo ed in silenzio. I giorni dell’autunno hanno consegnato ad altre labbra altri calici riempiti di vino dolce ed amaro, e così è stato per il tuo calice».
«Consuma il contenuto del tuo calice da solo anche se ha il sapore del tuo sangue e delle tue lacrime e loda la Vita perché t’ha dato il modo di conoscere la sete. Infatti senza sete il tuo cuore è come la sponda di un mare desolato, privo di canto e di maree».
«Consuma il contenuto del tuo calice da solo e brinda.
«Levalo alto sulla tua testa e bevi alla salute di quelli che bevono da soli».
«Una volta cercai la compagnia degli uomini e con loro bevvi alla loro mensa; ma il loro vino né salì alla mia testa, né scese al mio cuore. Giunse solo ai miei piedi. La saggezza non fu inumidita ed il mio cuore restò ben chiuso e sigillato. Solo i miei piedi erano con loro nella nebbia».
«Non cercai mai più la compagnia degli uomini, né bevvi più alle loro mense».
«Quindi ti dico; benché gli zoccoli delle ore battano con forza sul tuo petto: Con questo? E’ bene per te bere da solo il calice del dolore, come pure il calice della gioia».

8. La Goccia di Rugiada

Ed un mattino, quando il cielo era ancora avvolto dal pallore dell’alba, camminavano insieme nel Giardino guardando ad oriente ed in silenzio ammiravano il sole nascente.
E poi Almustafa fece segno con la mano e disse: «L’immagine del sole del mattino riflessa in una goccia di rugiada è pari al sole. Il riflesso della vita nella vostra anima è pari alla vita».
«La goccia di rugiada riflette la luce perché è un tutt’uno con la luce e voi rispecchiate la vita perché voi e la vita siete una cosa sola».
«Quando l’oscurità vi ricopre dite: «Quest’oscurità è un’alba che deve ancora sorgere; e sebbene senta le doglie della notte su di me, tuttavia l’alba spunterà su di me come sulle colline».
«La goccia di rugiada che rotola la sua sfera nella cavità oscura del giglio non è diversa da voi, che raccogliete la vostra anima nel cuore di Dio.
«Se una goccia di rugiada vi dicesse: «Sarò una goccia di rugiada solo una volta ogni mille anni», parlate e rispondetele dicendo: «Non sai che la luce di tutti gli anni risplende nella tua sfera?».

7. «Maestro, ho Paura del Tempo…»

Ed un giorno mentre erano seduti all’ombra dei pioppi chiari, un discepolo disse: «Maestro, ho paura del tempo. Passa su di noi e ci priva della nostra giovinezza, ma cosa ci lascia in cambio?».
Ed egli rispose dicendo: «Prendi una manciata di buona terra. Forse che vi trovi un seme od un verme? Se la tua mano fosse abbastanza capiente e forte, il seme potrebbe diventare una foresta ed il verme una schiera d’angeli. E non dimenticare che gli anni che trasformano i semi in foreste ed i vermi in angeli appartengono a questo Attimo, tutti gli anni, proprio e solo a questo Attimo.
«E che cosa sono le stagioni dell’anno se non i vostri pensieri che mutano col tempo? La primavera è il risveglio del cuore e l’estate il riconoscimento della vostra fertilità. L’autunno non è forse il vecchio che è in voi che canta una nenia a quel bambino che ancora sta in voi? E ditemi, l’inverno non è forse il lungo sonno pieno dei sogni di tutte le altre stagioni?».
Ed allora Mannus, discepolo curioso, si guardò intorno e vide le piante in fiore aggrappate al sicomoro. Ed allora disse: «Maestro, guarda i parassiti. Che mi dici di loro? Sono ladri dalle palpebre stanche che rubano la luce ai tenaci figli del sole facendosi belli della linfa che scorre nei loro rami e nelle loro foglie».
Ed egli gli rispose dicendo: «Amico mio, tutti noi siamo dei parassiti. Noi che fatichiamo per trasformare la zolla di terra in vita palpitante non siamo migliori di coloro che ricevono la vita dalla zolla senza conoscerla».
«Forse che una madre dirà mai al figlio: «Ti restituirò alla foresta, la tua grande madre, perché tu stanchi me, il mio cuore e le mie mani»?
Forse che il cantante rimprovererà il suo canto dicendo: «Ritorna ora alla caverna degli echi da dove sei venuto, perché la tua voce esaurisce il mio fiato»?
«Forse che il pastore dirà mai al suo agnello: «Non ho pascolo ove condurti, quindi vattene e sacrificati per questa causa»?
«No, amico mio, tutte queste cose han già la risposta in se medesime e, come i vostri sogni, sono esaudite prima che il sonno vi colga.
«Secondo la legge antica e sempiterna, viviamo l’uno dell’altro. Viviamo allora in amorevole accordo. Ci cerchiamo l’un l’altro nella solitudine e camminiamo per strada quando non abbiamo focolare a cui scaldarci».
«Amici e fratelli miei, la via più larga è il vostro compagno».
«Queste piante che vivono sull’albero suggono il latte della terra nella dolce quiete della notte e la terra, quando placida sogna, si allatta al seno del sole».
«Ed il sole, come voi, come me, come tutto il creato, siede con pari onore al banchetto del Principe, la cui porta è sempre aperta e la cui mensa è sempre apparecchiata».
«Mannus, amico mio, tutto il creato vive di ciò che esiste; e tutto ciò che esiste vive nella fede sconfinata della generosità dell’Altissimo».