La morte

Le allodole non volano mai alla sera


morteSorella Morte sta arrivando. Sento che ormai il mio corpo stanco e malato vuole riposare in pace. Dio mi perdoni per tutte le volte che l’ho maltrattato, quando, nel momento del bisogno, non l’ho soccorso … Come tanti anni fa mi spogliai davanti a mio padre in segno di povertà assoluta per ini­ziare il cammino terreno, così ora sono nudo, sdraiato sulla nuda terra, per iniziare il cammino celeste nello stesso modo in cui ho vissuto fino ad ora.

Voglio rimanere così, abbracciato a questa terra di Assisi che mi ha visto giovane e baldanzoso, pieno di sogni di gloria mai raggiunti. Che ha sofferto con me quando, prigioniero nel carcere di Perugia, sentivo il mio cuore che parlava durante le notti di febbre alta. Quando dentro a quella grot­ta buia piangevo e pregavo Dio che illuminasse il mio spirito, e quando il suo Figlio crocifisso mi parlò nel silenzio della piccola chiesa di S. Damiano. Quando mettevo una pietra sull’altra di quella misera chiesetta, ora divenuta tempio cosmico del Signore per mezzo di Chiara e delle sue sorelle. Quando schifato mi tappavo il naso alla vista dei lebbrosi, e quando scesi da cavallo per abbracciarne uno in segno di pace. Quando la gente della mia città mi derideva e mi gettava sassi e fango, e quando Bernardo e Pietro Cattani mi abbracciarono forte in segno di fraternità mai spezzata. Quando a Rivotorto coi miei primi compagni non riuscivamo a dormire dalla fame e dalle sco­modità, e quando in un capitolo generare erano presenti più di cinquemila frati. Quando a Roma il papa ci benedisse, e quando rinunciai al comando dell’Ordine per essere fedele al mio ideale. Quando nei momenti di sconforto i miei occhi piangevano e quando sul monte della Verna Dio in persona mi consolò rendendomi simile a suo Figlio morto sulla croce.

Ho benedetto la mia città, la sua gente generosa, il profumo dei suoi pra­ti, i suoi tramonti rosso fuoco, i suoi uliveti che scendono a valle. Ho benedetto i fratelli che attorno a me piangono, spezzando il pane per l’ultima volta e dicendo loro: “Io ho fatto la mia parte, la vostra Cristo ve la insegni”.

Ho scritto a Chiara, la mia “pianticella!”, anch’ella inferma e rattristata per il timore di non potermi più vedere. La mia benedizione sarà la sua consolazione e la certezza che prima della sua morte potrà rivedere il mio cor­po, ormai spento, per l’ultima volta.

E ho pensato a te, che mi hai seguito per tutto questo tempo. Quando vor­rai potrai continuare a scrivermi sulle pagine del tuo cuore. Stai certo che ti risponderò sempre!…

Qui a S. Maria degli Angeli è giunta da Roma una mia cara amica di nome Jacopa di Settesoli. Mi ha portato del panno grezzo color cenere per confezionare la tonaca che indosserò dopo la morte e un dolce fatto di mandorle, zucchero e miete, che amavo molto mangiare quando, tanti anni fa, andavo a trovarla. Sulla tonaca ho voluto che venissero cucite delle pezze di sacco, in segno ed esempio di povertà e di umiltà. Il dolce che tanto mi piaceva l’ho soltanto assaggiato, poiché sono talmente debole che non ho nemmeno la forza di aprire la bocca e masticare. Voglio che quel cibo prelibato venga distribuito alle sorelle allodole, che amo molto poiché hanno il cappuccio come i religiosi. Sono molto umili e se trovano qualche chicco di grano nel letame, lo tirano fuori e lo mangiano. E volando, lodano il Signore, proprio come i buoni religiosi che, disprezzando le cose mondane, vivono già in cielo. Il loro piumaggio è color terra, così esse danno esempio a noi di non cercare abiti eleganti e fini, ma di tinta smorta, come la terra.

Il dolore

Fratello mio, Fuoco


doloreRieti è famosa perché vi operano i medici più esperti nella chirurgia spe­cifica delle malattie agli occhi, ed è per questo che ora sono all’eremo di Fonte Colombo, presso questa cittadina. Vorrei inviarti queste righe personal­mente, ma ormai sono quasi cieco e mi è impossibile farlo, così un fratello si è prestato a farmi da segretario, trascrivendo sulla carta le parole che gli detto. Il medico che mi ha operato è uscito da poco, ma credo che anche questo estre­mo tentativo di porre fine a una delle mie gravi malattie sarà inutile.

Dal tempo della mia prigionia nel carcere perugino, la mia salute è stata incerta, tanto che al ritorno ad Assisi, come ti ho già raccontato, dovetti trascorrere giorni e giorni curato dolcemente da mia madre. La febbre della malaria è terribile e lascia un segno indelebile. Da allora il mio corpo è logorato da malattie e dolori atroci. Il fegato, la milza e lo stomaco sono fuori uso; l’idropisia, una malattia che riempie di liquido la cute e gli organi cavi, mi gonfia le gambe impedendomi di camminare, tanto che durante i viaggi devo spesso essere trasportato sulla groppa di un somarello. Dall’orien­te, poi, oltre al corno da caccia regalatomi dal sultano, ho portato un altro ricordo che mi accompagnerà per il resto della vita, una tremenda malattia: la congiuntivite tracomatosa. E’ veramente difficile convivere con essa. Con­tinuamente i miei occhi lacrimano causandomi un disagio enorme e impeden­domi lentamente di osservare il più piccolo spiraglio di luce. I frati mi hanno confezionato un grande cappuccio sul quale è stata cucita una fascia di lana e di lino che tengo costantemente sugli occhi ormai avvolti nelle tenebre.

Tuttavia ho imparato a convivere con le sofferenze e i dolori, e sovente sono proprio essi a darmi la forza di continuare a credere che veramente sono un dono di Dio, un lasciapassare per raggiungere, alla fine della vita, la gioia eterna. Non sono d’accordo con me i miei superiori, tanto che sia il vescovo di Ostia, sia frate Elia, nostro ministro generale, hanno insistito a tal punto, che, alla fine mi hanno ordinato di trasferirmi qui a Rieti per essere sottoposto alla cauterizzazione, ultimo tentativo di guarigione almeno dalla malattia agli occhi.

E poco fa dunque è arrivato il medico con il ferro per eseguire il delicato intervento. Fece accendere un fuoco e ve lo mise dentro per farlo diventare rovente. Per rinforzare il mio spirito contro la paura, parlai così al fuoco: “Fratello mio Fuoco, nobile e utile fra le creature dell’Altissimo, sii cortese con me in quest’ora. Io ti ho sempre amato, e ancora più ti amerò, per amore di quel Signore che ti ha creato. E prego il nostro Creatore che temperi il tuo ardore, in modo che io possa sopportarlo”. Poi feci su di esso un segno di croce. Alla vista di ciò, i fratelli che mi assistevano furono presi da panico e, piangendo, corsero fuori dalla cella poiché temevano di non essere in grado di sopportare tale situazione.

La cauterizzazione in effetti era lunga, dai pressi dell’orecchio al soprac­ciglio, perché, diceva il medico, occorreva incidere tutte le vene per arrestare il liquido che giorno e notte usciva dai miei occhi. Quando il ferro incandescente si appoggiò sulla carne, sentii soltanto il suo crepitare e un odore acre. Erano le sue parole di conforto alle mie sofferenze, mi sosteneva dolcemente emanando quel profumo che soltanto lui era capace di far scaturire con il suo contatto. Non sentii nessun dolore fisico, forse perché ero troppo attento a contemplare il dono e le parole che fratello Fuoco mi regalava … Ter­minata l’operazione, i miei compagni rientrarono lacrimanti e io dissi rivolto a loro: “Paurosi e uomini di poca fede, perché siete scappati? In verità vi dico che non ho provato nessun dolore, nemmeno il calore del ferro infuocato. An­zi, se non sono ben cotto, mi si cuocia meglio”. L’oculista, trasecolato, disse ai miei compagni: “Fratelli, vi dico che non solo costui, che è così debole e malato, ma una bruciatura simile non riuscirebbe a sopportarla neppure un uomo vigoroso e sano, come già ho sperimentato in alcuni casi”.

La lode di Dio

Noi siamo i giullari del Signore


lode di DioHai mai provato a parlare con un sasso? O a fermarti davanti a un prato pieno di fiori per conversare con loro dei tuoi problemi? Hai mai tolto dalla strada un verme per paura che venga calpestato dicendogli di fare at­tenzione? Hai mai dato da mangiare del miele alle api durante l’inverno per evitare il pericolo della loro morte? Hai mai distribuito del pane alle allodole quando la neve ha coperto tutte le cose? Hai mai lodato le vigne, le selve, le belle campagne, le acque correnti, il vento, il fuoco, l’aria pura, il sole caldo? Se soltanto hai pensato di compiere almeno una volta una di queste azioni ver­so quei nostri fratelli e quelle nostre sorelle, allora capirai ciò che sto per dirti.

Per più di cinquanta giorni ho vissuto in una cella buia a S. Damiano, poiché i miei occhi ammalati non mi permettevano di scorgere il più piccolo spiraglio di luce. Il dolore era così atroce che non riuscivo a dormire né di giorno, né tantomeno di notte. Come se non bastasse, la mia cella era in­vasa da bestie. I topi continuamente mi disturbavano, camminando sul mio corpo o salendo sulla tavola durante i pasti. Una notte riflettevo sulle mie tribolazioni e pensavo in cuor mio: “Signore, vieni in soccorso alle mie in­fermità, affinché io possa sopportarle con pazienza”. Subito mi fu detto in spirito: “Fratello, dimmi: se uno in compenso delle tue malattie e sofferenze ti donasse un grande e prezioso tesoro, come se tutta la terra fosse oro puro e tutte le pietre fossero pietre preziose e l’acqua fosse tutta profumo, non ti considereresti come un niente a paragone di tale tesoro? Non ne saresti molto felice? Allora, fratello, sii esultante nelle tue infermità e tribolazioni. D’ora in poi vivi nella serenità, come se fossi già nel mio Regno”.

Mi alzai al mattino con una sensazione di profonda gioia interiore, e volli ringraziare ogni cosa, ogni animale, ogni fiore che mi aveva circondato durante la vita terrena. E siccome l’universo intero è stato creato da Dio, nostro Padre, tutte quelle creature erano miei fratelli e sorelle, in quanto io stesso ero figlio dell’Onnipotente. Mi sedetti e composi una lode del Signore e la intitolai “Cantico di fratello Sole”. Aiutato da frate Pacifico, che prima di unirsi a noi era soprannominato “il re dei versi”, poiché era maestro di canto, la insegnai ai compagni e volli che durante i loro pellegrinaggi, al termine della predica, venisse intonato il Cantico, così da apparire dei veri giullari di Dio. Finito di cantare, un fratello doveva dire al popolo: “Noi sia­mo i giullari del Signore, e la ricompensa che desideriamo da voi è questa: che viviate nella vera penitenza”.

Ti chiederai perché diedi alla lode quel titolo e non magari “Cantico di sorella Acqua” o “Cantico di frate Albero”. È presto detto. Il sole è la più bella delle creature ed è quella che più assomiglia a Dio. Al mattino, quando sorge, ogni uomo dovrebbe lodare il Signore che ha creato quell’astro, per mezzo del quale i nostri occhi sono illuminati durante il giorno. E alla sera, quando scendono le tenebre, dovrebbe lodare Dio per quell’altra creatura: fratello Fuoco, per mezzo del quale i nostri occhi sono illuminati durante la notte … Siamo tutti come ciechi, e Dio ci illumina per mezzo di queste due creature. Per esse e per le altre di cui ci serviamo durante il giorno, dobbiamo sempre lodare l’Altissimo, nostro Padre.

In quel periodo, il vescovo di Assisi scomunicò il podestà. Costui, infu­riato, emise un bando in modo tale che nessuno potesse comperare o trattare con il suo nemico. Venni a conoscenza dell’accaduto: allora aggiunsi al Cantico di fratello Sole una strofa sul perdono. Inviai poi un compagno dal podestà per comunicargli di recarsi al vescovado assieme ai magnati della cit­tà. Quando tutti furono radunati nel chiostro del palazzo vescovile, mandai alcuni fratelli, i quali intonarono il Cantico, tra il silenzio dei presenti. Al termine, il podestà si gettò commosso ai piedi del vescovo e lui lo abbracciò fraternamente. La pace era tornata fra loro.

La preghiera trasforma

Una mattina prima dell’alba


preghieraCiao, ti scrivo dal monte della Verna. Le nostre preghiere sono state esau­dite. Ora sto preparandomi per rientrare ad Assisi, ma la mia città rivedrà un altro Francesco…

Ultimamente frate Leone era particolarmente triste e desiderava avere un ricordo scritto di mio pugno, pensando che ciò lo potesse aiutare a superare la crisi spirituale che lo opprimeva. Tuttavia non osava chiedermelo, sia perché si vergognava, sia perché non voleva disturbarmi. Ma lo Spirito Santo mi parlò in sua vece. Chiamai il mio fratello e, preso il calamaio e la penna, scrissi una lode a Cristo e una benedizione. Quando gliela porsi, il suo viso si illuminò nuovamente e tornò a essere la mia “pecorella di Dio”.

Poi aggiunsi: “Vai alla porta dell’oratorio dove dimorano i frati e quando ti chiamerò, torna da me”. Leone si allontanò e dopo molto tempo chiamai forte il suo nome. Sentendo la mia voce subito il mio compagno mi rag­giunse, così dissi: “Figliolo, cerchiamo un altro luogo più segreto, dove tu non mi possa udire quando io ti chiamerò”. Scoprimmo al lato del monte un posto isolato dove io potevo trascorrere la Quaresima come desideravo, tut­tavia vi era un’enorme fenditura nella roccia che impediva di raggiungere il luogo prescelto. Con grande fatica allora costruimmo con del legno un rozzo ponte in modo da potervi passare sopra e superare quel baratro. Poi feci co­struire dai miei compagni una misera cella da dove nessuna persona mi potesse udire, e fatto ciò dissi ai frati: “Andatevene al vostro luogo e lasciatemi qui solitario. E nessuno di voi venga da me, ma tu, frate Leone, solamente una volta al giorno e una volta alla notte, verrai con un poco di pane e acqua. Quando sarai all’inizio del ponte mi chiamerai e se io rispondo, passa e vieni alla cella e diremo insieme la preghiera del mattino, ma se io non ti rispondo torna indietro immediatamente”. Detto questo, diedi loro la benedizione e poi si allontanarono lasciandomi solo.

Una notte frate Leone, arrivato all’inizio del ponte di legno, mi chiamò come al solito, ma non sentendomi rispondere, anziché tornare indietro, venne alla mia cella. Stavo pregando il Signore e dicevo: “Chi sei tu dolcis­simo Iddio mio? E chi sono io, vilissimo verme e inutile servo tuo?”. Allora sentii lo stropiccio dei suoi piedi sulle foglie e domandai: “Chi sei tu?”. Ri­spose: “Sono frate Leone, padre mio”. Aggiunsi: “Perché venisti qua, frate pecorella? Non ti avevo detto che volevo rimanere solo?”. Il compagno si in­ginocchiò e piangendo chiese perdono. Lo perdonai e gli dissi: “Guardati dal venire ancora nella mia cella, e ora torna da dove sei venuto con la benedi­zione di Dio”. Poi presi il Vangelo e pregai frate Leone di aprirlo tre volte, come feci tanti anni fa assieme a Bernardo e Pietro Cattani, i miei primi due fratelli. Ogni pagina aperta del Vangelo parlava della passione di Gesù.

Una mattina prima dell’alba, davanti alla mia cella, supplicavo Dio di­cendo: “Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti prego che tu mi faccia prima che io muoia; la prima è che io senta nell’anima e nel corpo quel dolore che tu sostenesti nell’ora della tua passione: la seconda è che io senta nel cuo­re, per quanto è possibile, quell’amore del quale tu eri colmo quando soffrivi per noi peccatori”.

Dio allora esaudì il mio desiderio. Sul mio corpo umano comparvero le stigmate del nostro Signore Gesù Cristo, inchiodato sulla croce. I contadini dei villaggi vicini dissero di aver visto il monte Verna in fiamme; al­cuni mulattieri, credendo che fosse già sorto il sole, sellarono le loro bestie e si incamminarono per i sentieri. Io avevo incontrato semplicemente il mio Signore ed egli mi aveva toccato con le sue mani onnipotenti. Agli sgoccioli della mia vita terrena mi aveva ricompensato per quelle poche cose che avevo compiuto.

Solo con Dio

Il mio unico compagno sarà il Signore


soloIl monte della Verna è un meraviglioso esempio di natura selvaggia creata da Dio. Quassù, donerò il mio cuore e il mio spirito a lui! … Anni fa frate Leone e io eravamo in cammino per raggiungere la Romagna. Passando nei pressi del castello di Montefeltro, al confine tra Umbria, Marche, Toscana e S. Marino, vidi che in quel luogo si teneva un gran banchetto al quale par­tecipavano cavalieri e nobili di vari paesi. Così dissi a frate Leone: “Andiamo lassù a fare festa e con l’aiuto di Dio faremo qualche buona azione spirituale”.

Giunti nella piazza del castello, dove era radunata tutta la gente, montai su di un muricciolo e iniziai a predicare con voce sonora. Tra gli in­vitati vi era un certo conte Orlando di Chiusi, il quale rimase colpito dalle mie parole, tanto che quando terminai il discorso si avvicinò e mi disse: “Pa­dre, vorrei parlare con te della salute dell’anima mia”. Gli risposi che era giu­sto che onorasse con la sua presenza gli amici che lo aspettavano, ma al ter­mine dei festeggiamenti sarei stato lieto di rimanere con lui. Orlando e io parlammo lungamente, e mi accorsi che era davvero una persona generosa, tanto che, venuto a conoscenza del nostro modo di vita, volle donarmi il monte della Verna che era di sua proprietà, e aggiunse: “E’ molto solitario e selvatico, ed è adatto a chi vuole fare penitenza e rimanere isolato per pregare”. Lo rin­graziai di cuore e promisi di inviare, al mio ritorno ad Assisi, due fratelli per verificare se quel luogo era come lo aveva descritto. Così feci e quando i due compagni rientrarono a S. Maria degli Angeli, con grande gioia mi ri­ferirono che era veramente adatto alla preghiera e alla contemplazione, e che quindi avevano accettato l’offerta del nobile Orlando.

Non pensavo, allora, che quel monte meraviglioso sarebbe divenuto per me la collina sulla quale Gesù fu messo in croce, dove ebbi la grazia di raggiungere il mio solo ideale di vita: quello di raffigurarmi pienamente a Cristo sofferente, che abbandonò la sua natura divina per trascorrere l’esi­stenza tra i poveri e gli emarginati, soffrendo e morendo come uno di loro …

Molti anni erano trascorsi da quel giorno di festa a Montefeltro; iò mio corpo, invecchiato e stanco, si era gravemente ammalato, ma decisi ugualmente di lasciare Assisi, accompagnato da frate Masseo, frate Angelo e frate Leone per trascorrere la Quaresima di S. Michele nella solitudine del monte ricevuto in dono. Per raggiungerlo, ho dovuto spesso salire in groppa all’asinello di un contadino che ci accompagnò durante il viaggio, poiché ero davvero debole e non riuscivo a camminare.

Il Natale

Greccio divenne così la nuova Betlemme


NataleE’ la notte di Natale, ma di un Natale speciale. Ormai è notte fonda qui a Greccio, una cittadina a me cara. La gente è tornata alle proprie case, le fiaccole si sono spente, le voci tacciono, regna sovrano il silenzio. Ma i miei occhi rivivono quei momenti meravigliosi e solenni appena trascorsi, le mie orecchie sentono ancora la melodia delle lodi che abbiamo cantato esul­tanti al Signore. Questo Natale non verrà dimenticato, rimarrà per sempre impresso nei nostri cuori…

Una quindicina di giorni fa, mi trovavo a soggiornare presso l’eremo di Greccio. Da sempre desideravo vedere con i miei occhi i disagi in cui il bambino Gesù si era trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia sul fieno, tra il bue e l’asinello. Così chiamai un amico di nome Giovanni, uomo nobile più nello spirito che nella carne, che abitava in quella città, e gli esposi il mio desiderio. Al ter­mine aggiunsi: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù in tal modo, precedimi e prepara tutto quanto è necessario”. Esultante di gioia, Giovanni si allontanò velocemente per predisporre tutto ciò che occorreva in quella notte santa. Chiamai a me molti frati, in modo da celebrare degna­mente l’avvenimento e in breve tempo la notizia si sparse tra le contrade e i casolari, tanto che ogni persona, uomo o donna, bambino o vecchio che fos­se, attendeva con impazienza quel giorno così importante.

Nell’eremo in cui vivevo, nel frattempo, giunse un ministro del nostro Ordine e i frati, in occasione della festa e per riguardo all’ospite, prepararono la mensa con cura, coprendo la tavola con belle tovaglie bianche e bicchieri di vetro. Quando scesi dalla mia cella per desinare e vidi tale ri­cercatezza, presi il cappello e il bastone di un mendicante che quel giorno era passato da noi e, dopo aver avvisato sottovoce un fratello, andai fuori dall’eremo senza farmi notare. I frati intanto, non vedendomi arrivare, come avevo ordinato loro da sempre, si misero a tavola tranquillamente.

Poco dopo bussai e il mio compagno mi aprì la porta. Entrai con il cap­pello sul dorso e il bastone in mano e dissi: “Per amore del Signore Dio, fate l’elemosina a questo povero pellegrino malato”. Il ministro e gli altri commensali mi riconobbero subito. Egli rispose: “Fratello, siamo poveri an­che noi, ma per amore del Signore che hai invocato, entra e divideremo con te le elemosine che Dio ci ha mandato”. Così mi accostai alla tavola, il mi­nistro mi porse la scodella da cui mangiava e del pane. Preso il cibo mi se­detti in terra vicino al fuoco, di fronte ai fratelli che stavano a mensa in alto e dissi loro sospirando: “Quando vidi questa tavola preparata con tanto lusso, ho pensato che non era la mensa dei poveri frati che vanno ogni giorno a que­stuare di porta in porta. Adesso, mi sembra, io sto a mensa come si addice a un frate”. A tali parole essi arrossirono pensando a come li avevo corretti con tanta ragione.

Arrivò finalmente la notte tanto sospirata. Ognuno secondo le possibilità giunse con un cero o una fiaccola per illuminare le tenebre, come un tempo brillò splendida nel cielo la stella. Preparammo la greppia, ponendoci del fieno e facemmo entrare il bue e l’asinello. I frati intonarono lodi scelte al Signore, poi il sacerdote celebrò solennemente l’eucaristia e io, vestito di paramenti diaconali, cantai con voce sonora il santo Vangelo… Un uomo ebbe una visione: gli sembrava che un bambino giacesse privo di vita nella mangiatoia e io, avvicinandomi a lui, lo destavo da quel sonno profondo. Forse fu proprio così. Nel cuore di quegli uomini e di quelle donne con il capo chinato, negli occhi luccicanti dei giovani che brillavano nella notte, illumi­nati dalle fiaccole, nelle mani tenere dei bambini che abbracciavano le madri, nel silenzio triste dei vecchi appoggiati ai loro bastoni, una certezza ormai dimenticata da tempo era risorta: Gesù questa notte era davvero nato per noi! Greccio divenne così la nuova Betlemme.

La santità

Cosa desiderano questi frati?


santitàPapa Onorio III, successore di Innocenzo III, ha approvato solennemente con una bolla la nostra Regola di vita. Per il nostro Ordine, ormai esteso a dismisura, è un traguardo importante. I miei fratelli e quelli che verranno dopo di loro, avranno così una solida base su cui costruire le proprie espe­rienze di vita. Inoltre, tale Regola bollata, essendo un riconoscimento uffi­ciale della chiesa, sarà un “lasciapassare” per chi vorrà abbandonare il ter­ritorio italiano, per andare tra altri popoli ad annunciare la parola di Dio. Ma anche se ringrazio il Signore per questo dono che ci ha fatto, il mio cuore ha un velo di tristezza …

Tempo fa ebbi una rivelazione divina: mi pareva di aver raccolto da terra delle minutissime briciole di pane, per distribuirle a molti frati affamati che mi stavano intorno. Avevo paura che, nel distribuirle, quelle briciole così piccole mi cadessero dalle mani. Ma una voce mi disse: “Francesco, con tutte queste briciole fa’ un’ostia sola e porgila a chi vorrà mangiare”. Così feci, ma notai che coloro che non ricevevano il dono con devozione o che, dopo averlo ricevuto, lo disprezzavano, subito si distinguevano dagli altri, perché divenivano lebbrosi. A lungo riflettei sul significato di quella visione, poi sentii una voce che mi disse: “Francesco, le briciole che hai visto la notte scorsa sono le parole del Vangelo, l’ostia è la Regola, la lebbra è l’iniquità”.

Seguendo il consiglio divino, mi ritirai con frate Leone e frate Bonizo da Bologna su di un monte per comporre una nuova Regola. Digiunai per molto tempo a pane e acqua e, guidato dallo Spirito Santo e dalla preghiera costante, scrissi la Regola che avrebbe dovuto guidare la moltitudine dei fra­telli. Scendemmo a valle e consegnai il testo a frate Elia, a quel tempo vicario del nostro Ordine. Tuttavia, dopo qualche giorno, egli venne da me dicen­domi che purtroppo quelle pagine non si trovavano più. Rammaricato per la trascuratezza del vicario, insieme ai due fedeli compagni, ritornai sulla mon­tagna, e con pazienza riscrivemmo parola per parola la Regola perduta.

Molti ministri, venuti a sapere ciò e temendo che la scrivessi troppo ri­gorosa così che non tutti potessero osservarla, si riunirono e andarono a parlare con frate Elia. Gli dissero: “Vogliamo che tu vada su da lui e gli dica che non intendiamo essere obbligati a quella Regola. Se proprio vuole, la componga per sé, non per noi”. Elia, temendo di essere rimproverato, non voleva dare loro ascolto, ma viste le loro ferme intenzioni, decisero di raggiungermi tutti assieme. Li sentii arrivare da lontano e il mio vicario mi chiamò a voce alta. Vedendo tutti quei ministri radunati, chiesi loro: “Cosa desiderano questi frati?”. E frate Elia: “Questi sono i ministri che, avendo saputo che stai facendo una nuova Regola e temendo che sia troppo severa, dicono e protestano che non vogliono sentirsi obbligati a essa, e perciò tu la faccia per te, non per loro”. In quel momento mi parve che il cielo crollasse su di me. Alzai gli occhi e parlai così con Dio: “Signore, non ti dicevo giu­stamente che non mi avrebbero creduto?”.

Ma Colui che mi aveva soccorso durante tutta la vita, Colui che mi ave­va parlato attraverso il lebbroso e il Crocifisso di s. Damiano, non mi abbandonò neppure in questo momento di sconforto e rispose: “Francesco, nulla vi è di tuo nella Regola, poiché tutto quello che vi sta è mio. E voglio che sia osservata alla lettera, senza commenti!”. E soggiunse: “So bene quan­to può la fragilità umana, ma so anche in quale misura intendo aiutarla. Quelli dunque che non vogliono osservarla escano dall’Ordine!”. Tutti sen­tirono quelle parole divine, così dissi loro: “Avete udito? Avete udito? Volete che ve lo faccia ripetere?”. I ministri e frate Elia, riconoscendo la propria col­pa, se ne andarono confusi. Il testo fu confermato dal papa, anche se con qualche modifica non voluta da me, e per farla osservare con fervore dai miei frati dicevo che quelle parole non erano mie, ma venute da Dio, nostro Padre.

La natura

Gli animali sono figli di Dio


naturaScommetto che a te piacciono moltissimo gli animali. Scommetto anche che hai, o vorresti avere, un cane o un gatto con cui giocare e, perché no, parlare affettuosamente quando nessuno ti ascolta. Anch’io amo profon­damente quelle creature di Dio, per questo vorrei raccontarti qualche episodio che mi è capitato ultimamente.

Tempo fa, stavo percorrendo la valle di Spoleto, quando giunsi con alcuni fratelli nei pressi di un paese chiamato Bevagna. Mentre camminavamo, vidi poco lontano dalla strada una moltitudine di uccelli di ogni specie rac­colti insieme: cornacchie, coombe, monachine, che sono degli uccelli acqua­tici, e altri ancora. Corsi verso di loro in fretta, lasciando con un palmo di naso i miei compagni che, guardandosi con aria stupita, si chiedevano che cosa volessi fare. Quella schiera di volatili sembrava mi stesse aspettando, così li salutai cordialmente dicendo: “Il Signore vi doni la pace”!

Non volarono via, come erano soliti fare, anzi si avvicinarono saltellando allegramente. Allora li pregai di ascoltare la parola di Dio e aggiunsi: “Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto e sempre amare il vostro Creatore, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è neces­sario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida. Voi non seminate e non mietete, eppure egli vi soccorre e guida, di­spensandovi da ogni preoccupazione”!… Quelle piccole creature innocenti, sentendo le mie parole, manifestarono la propria gioia a modo loro: allungan­do il collo, spiegando le ali, aprendo il becco; ma la cosa meravigliosa fu quella che nessuno di essi volò via quando, camminando, li sfioravo con la mia tonaca! Poi, dopo averli benedetti col segno di croce, diedi loro il permesso di riprendere il volo … Quando con i miei compagni ripresi il cammino, ero pieno di gioia perché davvero il Signore è venerato da tutte le creature della terra!

Un giorno d’estate, qui alla Porziuncola, vidi su di un fico vicino alla mia cella, una cicala. Le tesi la mano dicendo: “Sorella mia cicala, vie­ni con me”. Subito l’animaletto salì sulle mie dita e io l’accarezzai dolcemen­te con l’altra mano. Poi aggiunsi: “Canta, sorella mia cicala!’ ed essa iniziò a frinire. Fui molto felice. Dopo averla ascoltata, la ringraziai e la riposi sul ramo dell’albero da cui l’avevo tolta. Ma quella piccola creatura non volle allontanarsi. Per otto giorni, uscendo dalla mia cella, la ritrovai allo stesso po­sto. Prendendola sulle mie dita le chiedevo di cantare e lei esaudiva la mia richiesta. Alla fine dissi ai miei compagni: “Permettiamo adesso a sorella cicala di andare dove vuote. Ci ha donato abbastanza consolazione” . Così, la salutammo, e lei si allontanò. Nessuno di noi la rivide più.

Durante una mia malattia, un nobile di Siena mi mandò in regalo uno splendido fagiano. Ne fui molto felice, non per il desiderio di mangiarlo, ma perché era un dono del Signore. Dissi allora ai miei fratelli: “Provia­mo ora se frate fagiano vuole rimanere con noi o se preferisce ritornare ai luo­ghi abituali e più adatti a lui”. Così chiesi a un compagno di portarlo lon­tano in una vigna, ma esso ritornò poco dopo nella mia cella. Lo feci ripor­tare per la seconda volta, in un luogo ancora più distante da noi, ma il fa­giano arrivò zampettando e si intrufolò sotto la tonaca di alcuni frati. Decisi allora di tenerlo fra noi e ordinai che fosse nutrito e curato amorevolmente, Qualche tempo dopo un medico che mi conosceva bene lo volle per sé, non per ucciderlo, ma per rispetto e venerazione verso di me. Se lo portò a casa ma il fagiano, da quel giorno, non toccò cibo. Il medico, stupito, lo riportò nuovamente a noi ed esso, appena deposto a terra, mi vide e, abbandonata ogni tristezza, iniziò a mangiare gioiosamente.

L’amore converte

Frate Lupo


amore converteQuesta volta vorrei raccontarti un episodio che mi capitò tempo fa, quan­do vissi per un periodo a Gubbio, una cittadina a qualche chilometro da Assisi. Era comparso allora nel contado di quella città un terribile e feroce lupo che divorava gli animali e incuteva terrore alla gente, tanto che chiun­que doveva girare armato, come se andasse a combattere. Ciò nonostante, chi lo incontrava era irrimediabilmente perduto. Così i cittadini, impauriti, non osavano lasciare la città, e quando per forza maggiore dovevano farlo, non an­davano mai soli.

Poiché provavo compassione per quella gente ormai succube di tale situa­zione, decisi di incontrare il lupo per cercare di ammansirlo. Assieme ad alcuni compagni mi incamminai verso il luogo dove dimorava quella belva, nonostante i numerosi consigli ricevuti di abbandonare quell’impresa rischio­sa. Arrivati nelle vicinanze del nascondiglio, ordinai agli altri di fermarsi e continuai da solo. L’enorme lupo, sentendo tutto quel baccano, uscì dalla ta­na e mi venne incontro con aria cupa e con le fauci spalancate. Feci il segno di croce e chiamatolo dissi: “Vieni qui, frate Lupo, io ti comando, per conto di Cristo, di non fare male né a me, né a nessun altro”. Immediatamente l’a­nimale rinchiuse la bocca e smise di correre, si avvicinò con aria mansueta e si accovacciò ai miei piedi.

“Frate Lupo – dissi – tu fai molti danni in questi luoghi, hai fatto grandi malefici guastando e uccidendo le creature di Dio. E non soltanto hai ucciso e divorato gli animali, ma hai avuto il coraggio di compiere omicidi. Pertanto tu dovresti essere portato alla forca. Ogni persona grida e mormora contro di te e tutta questa terra ti è nemica. Ma io voglio, frate Lupo, fare la pace fra te e costoro, così che tu non li offenda più e loro perdonino ogni tua colpa e non ti perseguitino più per il resto della tua vita”. Sentendo que­ste parole, mi fece capire che era disposto ad accettare ciò che gli chiedevo, e di volerlo osservare.

Allora continuai: “Frate Lupo, poiché ti sei reso disponibile, ti farò dare dagli uomini di questa terra il cibo di ogni giorno. So bene infatti che per la fame hai fatto ogni male. Ma in cambio di questo dono che io ti offro, tu mi devi promettere che non nuocerai più a nessuna persona o animale: me lo prometti?”. L’ animale chinò il capo, in segno di obbedienza. Aggiunsi: “Frate Lupo, voglio che tu mi faccia fede di questa promessa, perché mi possa veramente fidare”. Gli tesi la mano, in segno di pace e di conferma dell’ac­cordo preso; esso si levò ritto dinanzi a me e docilmente posò la sua zampa sulla mia mano. Poi gli dissi: “Frate Lupo, ti comando nel nome di Gesù Cristo, di venire con me”.

Mi incamminai verso Gubbio ed esso, docile come un agnellino, mi se­guì. Subito la notizia si sparse per le vie della città, così giovani e vecchi, maschi e femmine, piccoli e grandi, si radunarono nella piazza per vedere fa belva resa innocua. Feci una breve predica e terminai con queste pa­role: “Udite, fratelli miei: frate Lupo, che è qui dinanzi, mi ha promesso solennemente di fare pace con voi e di non offendervi in cosa alcuna, e voi ora gli prometterete di dargli ogni giorno le cose necessarie per vivere. Io vi as­sicuro che esso rispetterà fermamente il patto stabilito”. Allora tutto il popolo promise di nutrirlo continuamente ed esso mi ridiede la zampa in segno di ringraziamento. La pace era ritornata in quelle terre … Seppi successivamente che fratello Lupo visse per molto tempo tra le case di Gubbio, entrando di porta in porta, senza fare alcun male a persone o animali. Fu nutrito cor­tesemente dalla gente, la quale, vedendolo, si ricordava di me.

La vera gioia

Ma qual è, allora, la vera letizia?


gioiaTempo fa mi ero allontanato da S. Maria della Ponziuncola per alcuni giorni e quando tornai, trovai frate Giacomo in compagnia di un lebbroso. Il mio fratello faceva da medico ai malati più colpiti da quel terribile flagello e sovente trascorreva lunghi periodi nei lazzaretti dove quei miserabili vivevano segregati e ripudiati da tutti. Mi rivolsi a Giacomo dicendogli: “Non dovresti condurre qui i lebbrosi, perché non è conveniente né per te né per loro”. Ero felice che il mio compagno aiutasse quella povera gente, ma non volevo che facesse uscire dal lazzaretto gli ammalati più gravi. Era sua abitudine, infatti, portarli con sé, fra lo sgomento delle persone che incontravano, e spesso li faceva entrare nella nostra chiesetta … Non feci in tempo a terminare la frase, che immediatamente mi pentii e andai a confessare la colpa al mio superiore. Avevo offeso un fratello e rimproverato un altro, per questo decisi di rendere soddisfazione a Dio e a quello sventurato.

Dissi quindi al ministro generale: “Ti chiedo di approvare, senza con­traddirmi, la penitenza che voglio fare”. Conoscendomi bene, mi rispose con aria preoccupata: “Fratello, sia come ti piace”. Aggiunsi: “Sia questa la penitenza: mangiare nello stesso piatto con il fratello lebbroso”. Così ci se­demmo a mensa. Tra noi due fu messa un’unica scodella e mangiammo il cibo, io con le mie misere mani e lui con quello che gli restava delle sue.

Nutrirsi da una sola ciotola significava condividere pienamente le soffe­renze di quell’uomo. Non esisteva più nessuna differenza. tra il mio corpo e il suo, entrambi eravamo veramente creature di Dio. Gli altri frati man­giarono senza dire una parola, osservandoci attoniti. Io e il mio fratello lebbroso, tra un boccone e un altro conversammo a lungo, in letizia.

A proposito, sai cosa significa esattamente la parola “letizia”? No? Allora cercherò di spiegartelo come feci con frate Leone, uno dei miei più cari fratelli che tuttora mi aiuta a trascrivere le mie riflessioni.

Qualche tempo fa Leone e io stavamo tornando a S. Maria degli Angeli da un viaggio a Perugia. Era inverno e faceva molto freddo. Egli camminava dinanzi a me, quando lo chiamai forte e gli dissi: “Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine, scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine arcivescovi e vescovi, ma non solo, perfino il re di Francia e il re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanare gli infermi e da fare molti miracoli, ebbene io ti dico, in tutte queste cose non è la vera letizia”.

Leone allora si fermò e mi domandò: “Ma qual è allora la vera letizia?”. Gli risposi: “Ecco, io torno da Perugia a notte profonda e giungo a S. Maria degli Angeli. Ed è un inverno fangoso e così rigido che all’estremità della tonaca si formano dei ghiaccioli che mi percuotono continuamente le gambe. Nel fango, nel freddo e nel ghiaccio giungo alla porta e dopo aver a lungo picchiato e chiamato viene un frate e chiede: ‘Chi è?’. lo rispondo: ‘Frate Francesco’. E quegli dice: ‘Vattene, non è ora decente questa di andare in giro, non entrerai’. E poiché insisto ancora, l’altro risponde: ‘Vattene, tu sei un semplice, un idiota, noi non abbiamo bisogno di te’. E alla fine, dopo che ho continuato a bussare, egli esce e mi prende per il cappuccio e, gettandomi nella neve, mi bastona duramente … Ebbene, se avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, ti dico che qui è la vera letizia, la vera virtù e la salvezza dell’ anima”.