Breviario Laico, IL VECCHIO E LA SPERANZA

La vecchiaia è triste non perché cessano le gioie, ma perché finiscono le speranze.

Jean Paul

È una persona molto anziana; eppure non ha perso il gusto della lettura, della ricerca, della vita. Ogni tanto vado a trovarla e quasi sempre torno a casa con un rimando a libri diversi che questo signore legge ogni giorno e talora commenta scrivendomi. Un giorno, lasciandomi, mi ha parlato della sua vecchiaia ormai molto avanzata, mi ha ripetuto una «massima» di La Rochefoucauld che già conoscevo – «pochi sanno essere vecchi» (sì, invecchiare bene è un’arte e un impegno morale) – e ha aggiunto un’altra frase, quella che ho sopra citato. Ha anche cercato l’autore, lo scrittore francese Jean Paul, e l’opera da cui è estratta, Titano.

La considerazione è illuminante. Si è vecchi non quando si è solo avanti negli anni, ma soprattutto quando si perde ogni speranza e attesa. In questa prospettiva si riesce a scombinare le carte della cronologia, perché ci possono essere giovani precocemente invecchiati proprio per la loro aridità: hanno piaceri, corpi sani, membra agili, possibilità di vita, eppure non trovano più nessun senso, non hanno progetti, puntano solo a tirar mattina tra una discoteca e l’altra, per poi piombare in una sorta di atonia totale. Ecco perché è necessario sorvegliare sempre questa malattia dell’anima, più che del corpo, che rende vecchi. Ricordo ancora dal liceo un verso della canzone Spirto gentil di Petrarca: «I vecchi stanchi ch’ànno sé in odio e la soverchia vita». È il ritratto icastico di una nausea interiore che già aveva provato un sapiente biblico, il Qohelet: «Verranno gli anni in cui dirai: Non ci provo alcun gusto!» (12,1).

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, INSIGNIFICANTE

La cosa più insignificante racchiude in sé un po’ di ignoto. Dovremmo solo provare a scoprirlo.

Guy de Maupassant

«Ma il mio mistero è chiuso in me … »: la radio sta trasmettendo la Turandot di Puccini e ora il Principe ignoto (Calaf per chi conosce la trama e lo svelamento finale del terzo atto) intona la celebre aria che contiene queste parole. Al di là della fantasia narrativa, c’è una verità profonda in questa frase così semplice: noi tutti siamo ignoti per una parte, più o meno vasta, a chi ci vive accanto. Ad esempio, quanti dolori abbiamo tenuto nascosti, quante umiliazioni abbiamo trangugiato in silenzio, quanti peccati sono rimasti sepolti in noi, quanti desideri abbiamo lasciato inespressi e così via.

È per questo che, allora, ha valore la dichiarazione che avevo annotato tempo fa, suggeritami da un docente di francese che mi aveva rimandato a un’opera a me ignota, Pietro e Giovanni, dello scrittore francese ottocentesco Guy de Maupassant. Avevo successivamente letto quel romanzo che mi aveva colpito perché scavava nella cupa rivalità di due fratelli, non solo alimentata da gelosie ma da una sconvolgente verità familiare. Ciò che a prima vista può sembrare insignificante e quotidiano spesso cela sotto una superficie banale segreti, enigmi, lacerazioni ma anche grandezze, splendore e dignità. Proprio per questo è necessario essere cauti e rispettosi anche nei confronti di chi appare un po’ scontato, irrilevante e marginale. È un atteggiamento non solo umano ma anche cristiano perché ogni persona è «immagine e somiglianza di Dio», eterno, infinito e misterioso.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, LA BARCHETTA DI DIO

Laggiù all’orizzonte sulle acque amare, deserte, naviga certe sere Dio con una sua barchetta, invisibile passerà accanto a te che nuoti disperato e ti toccherà con la sua mano.

Dino Buzzati

È un rimpianto che mi è sempre rimasto: anche per ragioni cronologiche (è morto nel 1972), non sono riuscito a conoscere personalmente Dino Buzzati, uno scrittore che ho tanto amato e, con me, credo non pochi lettori (e non solo per il suo Deserto dei Tartari … ). Lo voglio ora far parlare attraverso queste sue righe che trovo citate nel suggestivo ritratto spirituale e umano che Lucia Bellaspiga ha delineato nel volume dal titolo buzzatiano emblematico, Dio che non esisti ti prego. Delicata eppur intensa è l’immagine della barchetta di Dio.

Egli, nonostante le folgori del Sinai e la tempesta di Giona o il diluvio di Noè, non ama né le corazzate né i transatlantici che, alloro passaggio, sconvolgono le acque e affogano chi si trova sulla loro rotta. Dio ama le piccole imbarcazioni dei pescatori di lago che lievemente trapassano di onda in onda: se c’è un uomo in acqua che è in difficoltà, lo possono accostare agevolmente, prenderlo per mano e issarlo a bordo. Forse era questo il Dio che Buzzati sperava di incontrare e che avrà scoperto oltre l’estuario della sua vita terrena. Il Dio che stende la mano per toccarti e far rifiorire la speranza. Proprio come cantava il re Davide, quando si sentiva naufrago tra onde tempestose: «Il Signore stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi portò allargo, mi liberò perché mi vuol bene» (Salmo 18,17.20).

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, CACCIA ALLA LEPRE

Chi è coinvolto in una contesa aspra si preoccupa della verità tanto quanto il cacciatore si preoccupa della lepre che sta inseguendo.

Alexander Pope

È una bella battuta questo aforisma tratto dai Thoughts on various subjects del poeta inglese Alexander Pope (1688-1744), il traduttore dell’Iliade in inglese. Quando si sta discutendo con veemenza (il pensiero corre spontaneamente a certi dibattiti televisivi), la ricerca della verità e la sua affermazione costituiscono l’ultimo dei pensieri dei contendenti. Anzi, se vuoi veramente spuntarla sull’altro, devi impallinare la verità, spesso scomoda, proprio come fa il cacciatore che insegue la lepre. La verità, infatti, non può mai essere piegata al proprio interesse; solo la menzogna è flessibile e ha mille volti possibili.

Per questo, un conto è il dialogo che con rispetto si intesse con l’altro per penetrare in profondità nella realtà delle cose. In questo caso si ascolta prima l’altro e tutto quello che l’altro dice e lo si sottopone a confronto e verifica con la propria visione e convinzione. Un altro conto è, invece, lo scontro il quale non cerca la verità ma unicamente la vittoria sull’altro, usando ogni strumento e spesso chi ne esce più malconcia è proprio la verità. Confessiamo un po’ tutti di essere caduti nella tentazione di riuscire a prevaricare sull’altro che ci ostacolava, non di rado ricorrendo al falso, allo stravolgimento della realtà. Scriveva Anatole France: «L’umanità ha bisogno della verità. Ma ha un bisogno ancor più grande della menzogna che la lusinga, la consola, le dà sicurezza e speranza senza limite».

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, LE PICCOLE GIOIE

Un grande ostacolo alla felicità è di aspettarsi una felicità troppo grande. / Non può far nulla per la felicità altrui chi non sa essere felice egli stesso.

Bernard de Fontanelle / André Gide

Consapevole che essere felici è una situazione esistenziale non propriamente comune, tratto con una certa cautela comune questo tema che pure batte nel cuore di tutti. Lo spunto per parlarne mi viene offerto da un vecchio voi umetto tedesco che ritrovo tra i miei libri: è una raccolta di massime e detti proprio sulla felicità che, come scriveva il romanziere russo Ivan Turgenev, è «simile alla salute: te ne accorgi solo quando non c’è». Ma ritorniamo alle due frasi che sopra ho tradotto e proposto. La prima, sacrosanta, è del francese Bernard de Fontanelle, morto centenario nel 1757: sì, tante volte non riusciamo a essere felici perché ignoriamo o disprezziamo le piccole gioie quotidiane che pure la vita ci riserva.

Si vorrebbe, infatti, avere sempre di più, nella convinzione che è solo quando sei all’apice del Successo che sboccia la vera felicità. In realtà, la beatitudine somma è trascendente e va oltre il tempo e il nostro limite ed è, perciò, possibile solo nell’eternità. Sono, invece, i dolci e modesti fremiti di serenità a darci pace e a sostenere le nostre giornate, senza la tensione che crea la felicità strepitosa e spesso simile a una meteora. Se si riesce a delibare pacatamente queste piccole gioie, allora diventa vera al positivo la seconda frase, che è di un altro scrittore francese, André Gide (1869-1951). Solo se tu sei sereno e pacificato con te stesso, riesci a irradiare anche negli altri la luce della gioia, la letizia dell’anima, la festa della vita.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, PIANTARE I SEMI

Non giudicare ciascun giorno in base al raccolto che hai ottenuto, ma dai semi che hai piantato.

Robert L. Stevenson

Accade a tutti di arrivare talora a sera con le mani vuote e con l’anima amareggiata. Forse ci si è mossi tanto, ci si è arrabattati in mille azioni, ci si è dati da fare anche in buona fede e i risultati sono stati insignificanti e persino nulli. Capita spesso di provare questa sensazione di inutilità, talvolta aggravata dal fatto che anche i minimi esiti positivi sono ignorati o sminuiti dagli altri. A me e a tutti propongo, allora, per quei giorni che hanno il sapore acre dell’insoddisfazione, questa bella frase di Robert L. Stevenson, sì, il celebre autore ottocentesco dello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.

Più che mirare ai frutti che ondeggiano su un albero sontuoso, pensiamo piuttosto al seme che abbiamo deposto. Non di rado, infatti, non abbiamo risultati perché ci siamo solo agitati senza scavare in profondità nel terreno della vita e del mondo. Il seme è l’inizio assoluto e necessario, ma è piccolo e nascosto e dev’essere curato con pazienza e amore perché sassi, rovi e animali lo possono rendere sterile. Il modesto e nascosto lavoro di tanti genitori, la generosità nel volontariato di tanti giovani, l’impegno quotidiano di tante persone sono proprio questo «piantar semi». Il raccolto non è subito visibile; la costanza e l’attesa sono leggi dello spirito insuperabili. Anche il contadino deve attendere il fluire delle stagioni e la madre lo scorrere dei nove mesi. Ma se hai seminato con amore, alla fine un frutto ci sarà, anche se tu non lo potrai gustare. Sarà Dio a raccoglierlo.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, LE DUE BESTIE AFFAMATE

Un eremita venne interrogato dal giovane discepolo sul perché l’umanità riesca in alcuni casi a essere tanto perversa e, in altri, tanto buona e generosa: «Abitano in noi» rispose l’eremita «due bestie affamate: una feroce e l’altra mansueta». Domandò il discepolo: «Quale delle due prevarrà in me?». Rispose: «Quella che più verrà da te nutrita».

Aneddoto dei Padri del deserto

Nel giorno dedicato dal calendario a san Benedetto, padre del monachesimo occidentale, evochiamo uno dei tanti apologhi dei maestri che vivevano nella solitudine aspra del deserto egiziano. L’eremita offre una lezione semplice che intreccia in sé sapienza psicologica e impegno morale. Da un lato, infatti, si registra quell’eterno conflitto interiore che ci squarcia l’anima e talora anche il corpo e che san Paolo rappresentava nel capitolo 7 della Lettera ai Romani, riassumendolo alla fine in questa frase: «Acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente» (7,22-23).

D’altro lato, ecco l’appello dell’antico monaco: non devi nutrire la bestia maligna che è in te. È, questo, il compito della libertà che ci è stata donata. Anche a costo di sudare, affaticarci, scorticarci interiormente, dobbiamo avere il coraggio di non gettare in pasto odio, orgoglio, vizio, egoismo a quelle fauci spalancate. È l’esercizio rigoroso della morale, dell’autocontrollo, dell’impegno personale. Ma san Paolo aggiungeva un altro, fondamentale, elemento. In questa lotta non siamo soli: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!» (7,24-25). C’è accanto a noi una mano forte che dobbiamo afferrare per liberarci da quelle fauci e levarci in alto verso la luce. Libertà e grazia devono abbracciarsi mentre procediamo sulla via della vita.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, CONSIGLI E DENARO

Nessuno accetta consigli, ma tutti sono pronti ad accettare denaro. Non c’è dubbio, allora, che il denaro valga più dei consigli.

Jonathan Swift

A tutti è nota la difficoltà che si ha a trovare un consigliere sincero e saggio: al massimo si può avere un consulente fiscale che esige di essere pagato. Ebbene, mi è venuta in mente una frase di Jonathan Swift che avevo letto da qualche parte e che ho ritrovato e qui propongo. Come spesso si scopre nelle sue pagine, egli amava insaporire i suoi scritti con la spezia dell’ironia, della parodia e della polemica. Come nel detto sopra citato, che registra una situazione perenne dell’umanità.

Non è raro il caso di chi la prende alla larga, chiedendo apparentemente suggerimenti o informazioni, ma approdando progressivamente verso la ben più rassicurante e concreta petizione di denaro. È questa una delle umiliazioni a cui va incontro il rapporto tra le persone, un rapporto che si è sfilacciato in questi ultimi tempi, inclini a un’immediatezza piuttosto brutale e a un realismo sfacciato. Certo è che il voler dare consigli in buona fede è una scelta abbastanza perdente. È ciò che già lamentava quel famoso scrittore moralista che è La Rochefoucauld il quale nelle sue Massime osservava sarcasticamente che «i vecchi si compiacciono di dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi». Eppure l’assenza di veri sapienti e maestri è grave. Lo diceva già il profeta Isaia: «Guardai ma non c’era nessuno capace di consigliare, nessuno da interrogare per averne una risposta» (41,28).

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, I DETTI DI CONFUCIO

Un gentiluomo è esigente con se stesso; un uomo volgare è esigente con gli altri. Un gentiluomo è fiero senza essere aggressivo, socievole ma non di parte. Un gentiluomo non disapprova una persona perché esprime una certa opinione, né respinge un’opinione perché a esprimerla è una certa persona … I quattro flagelli sono: il terrore che coltiva l’ignoranza e l’assassinio, la tirannia che esige raccolti senza aver seminato, l’estorsione fondata su manovre, la burocrazia che nega a ciascuno il dovuto.

Confucio

Ricorriamo per questa nostra riflessione al volume che raccoglie I detti di Confucio, a cura di Simon Leys, uno dei maggiori specialisti di questo personaggio cinese dai contorni fluidi e un po’ mitici, vissuto tra il VI e il V secolo a.C. Abbiamo scelto un piccolo florilegio di queste considerazioni che hanno esercitato un forte influsso sul mondo cinese, sulla sua etica e sul suo comportamento. Protagonista è lo junzi, il «gentiluomo», che originariamente era il titolo degli aristocratici, ma che poi è passato a denotare l’uomo morale e sapiente.

Sono consigli semplici, di etica naturale, che meritano di essere meditati soprattutto per ribadire un dato spesso ignorato o persino contestato. Esistono valori radicali comuni che trascendono le situazioni, le origini e i contesti differenti; il rigore personale, la generosità, il rispetto, la libertà, la dignità umana. In questa linea, tra i vari aforismi proposti, ne sottolineo uno: bisogna ascoltare un’opinione saggia a prescindere da chi la dice. È questa una legge disattesa, soprattutto nelle pubbliche relazioni: la verità ha in sé un valore che non dipende dal piatto d’oro o di coccio su cui è collocata. La nobiltà d’animo sta proprio in questo costante rispetto e nel riconoscimento leale dell’altro.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori

Breviario Laico, ATTENZIONE O AMMIRAZIONE?

Val molto di più avere la costante attenzione degli uomini che la loro occasionale ammirazione.

Jean-Jacques Rousseau

Sfoglio un settimanale e per pagine e pagine vedo che si esalta prima un attore, poi uno scrittore alla moda e infine un personaggio pubblico. Mi viene una tentazione: che cosa si dirà di costoro non tanto fra dieci anni ma già l’anno prossimo? Saranno certamente dimenticati e giustamente perché, ad esempio, quello che ho letto dello scrittore in questione è talmente inconsistente che non vedo come possa sopravvivere a una stagione. Mi piace, allora, proporre a tutti i miei lettori una frase abbastanza nota tratta da un libro discutibile ma importante e che non per nulla è rimasto nella storia, nonostante abbia ora oltre duecentocinquant’anni: si tratta del romanzo «pedagogico» Emilio o dell’educazione del filosofo francese Jean-Jacques Rousseau.

Purtroppo la società in cui viviamo si regge sull’ammirazione più che sull’attenzione. La stessa comunicazione di massa ha adottato la via dell’eccesso per cui fa notizia solo il gesto più esasperato, la novità più pittoresca e sensazionale, la figura più stravagante. Il fuoco di paglia, l’esplosione pirotecnica, la spettacolarità, l’enormità meritano sempre la prima pagina o l’apertura di telegiornale. Non per nulla accade che, pur di essere ammirati, si va in televisione a raccontare vergogne ed esagerazioni di ogni tipo. L’attenzione, invece, suppone un pacato argomentare, l’offerta di ragioni, l’approfondimento ed esige «tensione», come dice il termine stesso. È solo così che si è veramente maestri: non perché si strappa la standing ovation una volta, ma perché si genera ascolto e riflessione.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori