Mediatazione sul Vangelo di Mt 12,1-8

Venerdì – 15.a Tempo Ordinario

Il Figlio dell’uomo è signore del sabato.

Gesù si scontra con la grettezza dei farisei i quali mentre consumano tutti i loro sforzi nel più meticoloso ossequio verso la legge sono aridi di cuore e ignorano i diritti della grazia. Quando in loro presenza si proclama signore del sabato, proprio questo intende dire: che la legge senza amore è solo una gravosa e sterile schiavitù. La legge è come la siepe; é importante per quello che custodisce, non per se stessa. Ciò che la legge custodisce e il riconoscimento della signoria di Dio sul suo popolo. Questa signoria, però, è una signoria d’amore; la Trinità, santissima Compagnia di amore, non chiede un’obbedienza dettata dall’obbligo del precetto ma dalla libera scelta. Tra la legge e l’amore c‘è questo confronto difficile: la servitù che l’uno e l’altra esigono tende a un possesso invasivo capace di governare tutta intera la vita, non solo i momenti importanti ma fino i più minuti e riposti; ma mentre la legge impone, l’amore chiede. A questo possesso arrivano per vie diverse; la legge codificandosi in una precettistica capillare che appesantisce l’anima, l’amore semplificando il percorso col tracciare un‘unica strada diritta e aperta che sollecita a un cammino spedito. Quando le regole si infittiscono, spengono la santità perché spengono l’amore. Come la più illuminata e rigorosa osservanza della grammatica è impotente a generare da sé la poesia, e anzi quanto più si fa meticolosa tanto più mortifica il genio, così l’ubbia delle regole,-come una siepe lasciata a se stessa e diventata sterpaglia invadente che si allarga sugli ortaggi-, smorza le energie dell’anima e soffoca ogni slancio. La santità è slancio e genio, non e per niente pedanteria e formalismo. La sua regola è di andare dove soffia lo Spirito (e lo Spirito soffia dove vuole). Se ami non hai bisogno di regole perché l’amore è la sorgiva dalla quale zampilla l’unica regola.

Meditazione sul Vangelo di Mt 11,28-30

Giovedì – 15.a Tempo Ordinario

Io sono mite e umile di cuore.

Voglio imparare da Gesù che è mite e umile di cuore: perciò cerco nei vangeli episodi e situazioni che mi offrano qualche esempio del suo comportamento mansueto e dimesso. Ma poi, come folgorato, mi viene in mente che la lezione che Gesù mi dà è ben più radicale; il suo essere stesso, tutto il suo essere è un atto di umiltà perché, come dice san Paolo, lui che era Dio rinunciò alle sue prerogative e fu uomo uguale agli altri uomini e si umiliò ai punto di sottomettersi all’ obbedienza della morte, un’obbedienza umiliante come l’esecuzione capitale mediante Crocifissione, come si usava per i delinquenti. Procedendo nelle mie riflessioni scopro che l’umiltà e la mitezza di Gesù sono l’umiltà e la mitezza stesse della santissima Trinità (e questo mi meraviglia ancor più perché credevo che l’umiltà fosse virtù umana incompatibile con le prerogative divine); se l’umiltà ha infatti a che fare col non essere gelosi della propria grandezza e col rinunciare a tenere le distanze, allora quale abissale e sconvolgente umiltà non è esplosa nel cuore della Trinità nel momento in cui ha concepito l’idea di creare l’uomo al fine di coinvolgerlo nella sua vita eterna donandosi a lui mediante l’incarnazione? Dal momento dell’Incarnazione, per tutta l’eternità Dio è e rimane il Verbo incarnato cioè il re che ha abdicato al trono. L’annullamento dell’infinita distanza non può non suscitare stupore per non dire incredulità e sgomento. L’abbassamento, anzi l’umiliazione che esso comporta contraddice ogni nozione che potevamo avere delle prerogative di Dio prima che Egli ci rivelasse qualcosa di sé. L’umiltà di Dio è un vero e proprio scandalo per la ragione umana; essa, che non può neppure concepire la possibilità e la convenienza che Dio parli all’uomo, a maggior ragione inorridisce all’idea che Dio stringa con lui un rapporto ben più stretto di quello della comunicazione verbale; addirittura la convivenza, la promiscuità. Davanti alla stupefacente umiltà di Dio sorge la domanda: “Ma come è possibile?”. La risposta dà una spiegazione che anziché dissolvere lo stupore lo accresce: “Queste cose fa l’amore”. Se Dio è Colui che ama, non ci deve stupire l’eccesso di amore che si esprime nella sua umiltà perché l’amore trascende i criteri dì ciò che si dice ragionevole. E nella chenosi di Dio non c‘è neppure l’ombra della ragionevolezza.

Meditazione sul Vangelo di Mt 11,25-27

Mercoledì – 15.a Tempo Ordinario

Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.

È bello leggerla sotto la forma di preghiera, questa pericope, così come Matteo ce la propone: “Ti ringrazio, Padre, Signore del Cielo e della terra. Ti ringrazio perché hai nascosto queste cose ai grandi ecc.”. E ancora di più è bello aggiungere il tocco del vangelo di Luca il quale fa precedere questa preghiera di lode e ringraziamento da un veloce passaggio narrativo che dice: “Allora Gesù fu pieno di gioia per opera dello Spirito Santo e disse: ecc”. Lo stile del Padre, ossia il metodo che ha scelto nel farsi dono agli uomini, l’andamento che ha preso la sua missione, i primi segnali di resistenza da parte di quelli che con tano, l’adesione dei piccoli che sono gli unici che prendono a seguirlo, la premonizione (per ora velata) dell’insuccesso che lo porterà alla croce: tutto ciò anziché inquietare Gesù, lo riempie di gioia. Gesù afferma che il Padre ha messo tutto nelle sue mani, ma in realtà egli da parte sua restituisce al Padre il compito di decidere e si uniforma perfettamente e con gioia alla sua volontà. E quando dice: “Sì, Padre, così tu hai voluto”, non sappiamo se intenda farci sapere che il suo ruolo di inviato dal Padre è di obbedire o se con quella espressione voglia aprire uno squarcio del cielo per farci contemplare per un attimo lo splendore della vita trinitaria dove si vive l’eterna Convivenza in assoluto amore. Vero è che sull’armonia trinitaria Matteo trattiene ancora la nostra attenzione là dove nella conoscenza che il Padre ha del Figlio e il Figlio del Padre dobbiamo vedere non l’atto conoscitivo bensì l’atto comunionale dell’eterna Compagnia. Che ci resta da dire, dopo che abbiamo riempito l’animo di stupore contemplando questo squarcio di cielo? Tornando a volgere gli occhi alla terra il nostro sguardo ritrova la miseria della condizione umana: i grandi e i sapienti continuano, come ai tempi di Gesù, a respingere i richiami del Vangelo. La verità di Dio rimane nascosta non perchè Dio non voglia farsi conoscere da loro, ma perchè ciò che riempie il loro cuore – l’amore per il potere e l’orgoglio della mente – impedisce alla Parola di Gesù di lasciarsi ascoltare. Al contrario l’ascolto è concesso ai piccoli perchè il loro cuore è vuoto. I grandi e i sapienti da una parte, e i piccoli dall’altra sono figure di chi è sazio di se stesso e di chi sentendosi povero, chiede di essere salvato.

Meditazione al Vangelo di Mt 11,20-24

Martedì – 15.a Tempo Ordinario – B.V. Maria del Carmelo

Tiro e Sidone avranno una sorte meno dura della vostra.

Gesù ha rivolto le sue prime attenzioni messianiche a Corazin, a Betzaida e a Cafarnao e ne ha avuto in cambio indifferenza e sordità: i segni che vi ha manifestato non hanno convinto. Eppure a detta di Gesù erano tali che avrebbero convinto gli abitanti di Tiro e di Sidone e perfino di Sodoma. La resistenza incontrata deve essere stata ben dura se la punizione che essa merita viene, al paragone, dichiarata più pesante di quella destinata alle ben note città pagane del nord e addirittura alla città di Sodoma che è prototipo di città maledetta. Fin dall’inizio l’annuncio della buona novella fa i conti con la durezza di cuore dell’uomo. Già fin d’ora si profila il dramma del Verbo di Dio che – per usare le parole di Giovanni – viene nel mondo che e suo ma e respinto dai suoi. La mente non può fermare la sua attenzione su questo dramma senza sentirsi profondamente turbata. Perché Dio non ci costringe a dire di sì? La rivelazione del Messia avrebbe potuto seguire la strada dell’evidenza che, possedendo un potere compulsivo, avrebbe imposto alla ragione un assenso cui essa in nessun modo avrebbe potuto sottrarsi. Di fronte all’evidenza infatti la libertà viene sospesa e al suo posto agisce la necessità; la mente dell’uomo davanti all’evidenza è impotente a sottrarsi. Dio in quel caso avrebbe presentato l’immagine del dominatore e il rapporto che avrebbe intrattenuto con l‘uomo sarebbe stato quello del padrone nei confronti dello schiavo. Fin dal momento della sua ideazione, invece, la relazione che voleva avere con l’uomo era un’altra: interamente sottoposta ai rischi della libertà poiché solo nella libertà abita l’amore. È cosi che Dio accetta il rischio del fallimento. Il colmo della chenosi di Dio non è nell’Incarnazione del Verbo ma nel peccato dell’uomo, non nella nascita del Verbo nella carne del bambino ma nella morte sulla croce che è figura dell’Amore respinto. Le parole con le quali Gesù rimprovera le città che non accolgono il vangelo e non si convertono sono rivolte a tutti coloro che davanti ai segni coi quali Gesù invita a seguirlo restano sordi e continuano per ila  loro strada. Ma il paragone tra le diverse responsabilità del rifiuto alla conversione richiama l’attenzione di coloro ai quali quei segni sono stati manifestati con maggiore abbondanza. La severità dei rimprovero di Gesù è per loro. Cioè per noi.

Meditazione sul Vangelo di Mt 10,34-11,1

Lunedì – 15.a Tempo Ordinario

Non sono venuto a portare la pace, ma una spada.

Insomma, se voglio “andare dietro” al Signore devo impugnare la spada. Così il maestro ha detto ai Dodici nell’atto di mandarli in missione. Così dunque dice ora a me che sono invitato a prendere il cammino della sequela. Imbattermi in lui è stata una impagabile fortuna ma quell’incontro mi toglie la pace. Proprio così ha detto: non sono venuto a portare la pace ma la spada. Strano amico e maestro; mi promette la felicità e mi dice che devo prepararmi a combattere e ad affrontare rischi e fatiche, disposto perfino a perdere la vita per lui. Credevo di cavarmela con poco e invece l’ingaggio è un affare serio. Se non prendo la mia croce non sono degno di lui. Se nel mio Cuore gli amori stampati imperiosamente dalla natura sono più vincolanti dell’amore che ho per lui, non sono degno di seguirlo. Perfino la mia vita non devo tenere. Che cosa vogliono dire queste parole? Questo vangelo è molto esigente e annuncia un cristianesimo drammatico. Esso prospetta un confronto e una scelta che sembrano perfino impossibili. Propone lacerazioni profonde, chiede qualcosa di disumano. Devo prenderlo alla lettera? Parla davvero di mio padre e di mia madre? Devo davvero aspettarmi di vedere un nemico in mio fratello e in mia sorella? Quali amori radicati nel mio cuore devo essere disposto a sacrificare? A quale combattimento allude quella spada? Oppure quelle parole sono soltanto una metafora? Ma la metafora di che? Forse quelle parole così severe e inquietanti vogliono dire che per essere vera la sequela di Gesù deve essere un’avventura totalizzante: o tutto o niente. La fede non vuol essere un pensiero tra tanti altri pensieri, deve stare sopra tutti i pensieri, dev’essere un desiderio che sta sopra tutti i desideri e le ambizioni e i progetti. Tu non sai che cosa è la fede finché non l’hai messa al primo posto, finché non l’hai scelta come l’unica cosa che hai, come la cosa per la quale saresti disposto a rinunciare a ogni altra cosa, come l‘unico significato della tua vita, l’irrinunciabile successo. I santi l’hanno fatto; la spada che hanno impugnato manda bagliori.

Meditazione sul Vangelo di Lc 10,25-37

Domenica 15.a – Tempo Ordinario

Chi è il mio prossimo?

È una parola! Così rispondiamo noi e con noi gli uomini di ogni tempo è troppo difficile amare! Sì, certamente sarà capitato a tutti di fare il “buon samaritano qualche volta nella propria vita, e forse proprio nella modalità di allora, soccorrendo il malcapitato sulla strada e già quante complicazioni, giuridiche e burocratiche: testimonianze da rendere, firme da giustapporre, attese interminabili e magari, seppure a malincuore, saremo stati capaci di stare al gioco. Ma la domanda del dottore della legge sul da fare per ottenere la vita eterna e la risposta logicamente conseguente che si tratta di una questione d’amore e non solamente di Dio, ma del prossimo, da un’ampiezza straordinaria alla parabola. Essa nella sua bellezza semplice e sconvolgente indica uno stile di vita, il cui baricentro non siamo più noi stessi, ma gli altri capaci nel loro bisogno, di farci deviare dalle mete prefissate.

1. Noi uomini stiamo uno di fronte all’altro come dei mendicanti, anzi dei feriti più morti che vivi e, quel che è peggio, per niente consapevoli di tale condizione; così ridotti è naturale che ognuno pensi a se stesso, e quando per avventura ci capita di sperimentare la nostra condizione reale, dopo magari aver urlato un “Si salvi chi può”, ognuno pensa per sé. È questa, sembra, la soluzione più concreta e di buon senso, lasciando la cura degli altri a Dio, se mai sia in qualche punto del cielo, se sia attento alle vicende degli uomini, se gli interessi venire in aiuto e se pure ne sia in grado. L’altro, poi, il prossimo non è uno da cui difendersi? Effettivamente la violenza e la cattiveria dell’uomo quando fiuta il pericolo è superiore a quella delle bestie. Non ha ragione Hobbes quando, icasticamente, afferma che “homo homini lupus” ed il “beIIum omnium contra omnes” restano Io zoccolo duro delle nostre relazioni?

2. Eppure…

Eppure se uno straniero (cfr. Lc 17,18) e il peggior straniero quale poteva essere uno dei samaritani, che secondo Siracide è un popolo stolto, anzi neppure un popolo (cfr. Sir 50, 25-26), si rivela prossimo, questo diventa cifra particolarmente allusiva in colui che tra gli scrittori neotestamentari ha dispiegato ii suo Evangelo in un’economia di storia della salvezza scandita dagli interventi di Dio. Allora lo straniero odiato che ha compassione del ferito al margine della strada ed impicciandosi, con tenerezza misteriosa, lo prende sulle sue spalle e lo porta alla locanda dove arriva finanche a coinvolgere l’oste, è Cristo, stupendo Cristo, che uomo come noi, debole e viandante della vita, capovolge la dura legge dell’egoismo che prima o poi è destinata a prevalere su ciascuno di noi. Questa è la lettura spirituale che della parabola ha dato la Chiesa da sempre; Essa, in profonda sintonia col suo Sposo, lo ha riconosciuto sotto le vesti dello straniero, nella bellezza, nella gratuità, nella tenerezza insistente e materna dei suoi gesti di compassione pietosa, che nulla risparmia e nulla dimentica.

3. Ma perché sotto le vesti di uno straniero?

Il prossimo sarà nel cristianesimo categoria universale dell’amore e l’amore non conosce confini e separazioni di sorta; questa estraneità risulta essere una sfida e lo è a tal punto che lo scriba, nella risposta, usa una parafrasi evitando la parola odiata e odiosa; samaritano, tanto essa gli brucia sulle labbra. Ma poi a pensare fino in fondo, il Cristo non risultava straniero nel suo pensare, nel suo parlare, nel suo amare, nel suo agire? Anzi non solo straniero, ma addirittura “fuori di sé” agli occhi dei contemporanei, compresi i parenti, come riporta Marco agli inizi del suo vangelo (3,21). Perché questo? Perché il Cristo ai suoi contemporanei e non solo ad essi, ma misteriosamente a tutta l’umanità, appare tuttavia sempre un estraneo? È perché lui è l’immagine visibile di Dio invisibile, è il Santo di Dio, come sono costretti a riconoscere, loro malgrado, i demoni e la santità non ci è familiare, e cosa di Dio; la sua bellezza, se per un verso ci affascina, per un altro ci atterrisce, sottolineando quello che non siamo assolutamente e quello che continuamente contraddiciamo con i nostri pensieri, i nostri desideri, i nostri progetti e le nostre azioni. La Santità di Dio già percepita dall’uomo come totalmente al di fuori e al di sopra delle proprie categorie di pensiero, sotto l’influsso di Satana viene sospettata come avversaria. Dopo il peccato questa esperienza è ancora più forte per via del senso di colpa che oppone più fortemente l’uomo a Dio; infatti in Eden Adamo ed Eva si nascondono ed è necessario che sia Dio a riprendere l’iniziativa del dialogo.

Nell’incarnazione Dio si fa più vicino, meglio, manifesta in un modo inaspettato la sua vicinanza, facendosi uomo, ma non Gli basta; così sceglie di incarnarsi in una carne mortale per condividere tutto quello che si può condividere della condizione umana; una carne segnata dal peccato, pur essendo libera da ogni colpa; povero tra i poveri, debole in mezzo ai deboli. E però neppure questo gesto risulta automaticamente persuasivo, tanto l’uomo e sulla difensiva, sprangato all’interno della fortezza del proprio egoismo. Ma se gli sarà dato di percepire la gravità della sua condizione, di arrendersi alla dolcezza tenera dell’amore pietoso di Colui che, abbracciandolo, lo salva prendendosi cura delle sue piaghe, allora l’estraneità del viandante che passa misterioso e puntuale nella sua apparente casualità, rivelerà il volto paterno e materno cli Dio, “altro” da questo mondo della finitezza che è la radice ultima del peccato.

4. Straniero benedetto, dal linguaggio a noi incomprensibile perché pieno delle parole e dei gesti dell’Amore celeste, che porti la salvezza, emarginato e maledetto dagli uomini, ora comprendiamo il perché di questa parabola che ci coglie in flagrante contraddizione nelle nostre pantomime dell’amore e dell’accoglienza! Quanto più il prossimo che incontreremo rivestirà i caratteri della diversità, fino al massimo dell’inimicizia, tanto più saremo preparati ad accogliere l’assoluta alterità di Dio; quanto più saremo costretti ad uscire da noi stessi per accogliere la diversità dell’altro, tanto più saremo pronti a ricevere l’estasi perfetta del suo Amore, quando saremo di fronte a Lui, faccia a faccia. Se non si vede che col cuore, allora la chiave dell’amore è un cuore che vede! – Va’ e fa’ anche tu lo stesso – hai detto allo scriba. È una parola, Signore, certo, ma è la tua parola e noi siamo qui la tua assemblea nel tuo giorno, perché tu, Parola del Padre fatta carne, non ti sei limitato a portarci sulle tue spalle per salvarci, ma nutrendoci di te hai voluto renderci conformi a te, così che, resi uomini e più che uomini, con un cuore nuovo nel petto, possiamo riconoscerti in ogni prossimo!

Meditazione sul Vangelo di Mt 10,24-33

Sabato – 14.a Tempo Ordinario

Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.

Di fronte alla minaccia del martirio, su quali risorse può contare il testimone del vangelo? Come far fronte alla paura? È Gesù stesso per primo a prospettare agli apostoli la possibilità che la loro predicazione susciti non solo la resistenza del cuore, non solo ostilità ma addirittura odio, fino alla volontà omicida. Dopo avere lui stesso evocato il fantasma della morte, li incoraggia a non avere paura. Non promette, in cambio della loro dedizione, l’immunità dalla sofferenza ma li invita, semplicemente, ad accettare ostilità e persecuzione in base a una tutta interna alla fede. Non rimuove la causa della paura ma sollecita a guardarla in faccia. Se non c’è la fede, allora la paura ha campo libero. Ma se, al contrario, c’è la fede, lo sconcerto prodotto dalla paura può essere neutralizzato semplicemente motivando il sacrificio della vita. La morte del corpo sarà il prezzo della salvezza che Dio è pronto a donare; Dio salverà chi avrà resistito fino alla fine. Si può mettere a confronto la vita del corpo con la vita dell’anima? La paura nasce dalla fragilità: ho paura perché non sono sicuro di possedere le risorse bastanti per far fronte agli eventi, ho paura perché vado incontro a una eventualità sulla quale non ho alcun potere. Facendo appello alla fede, Gesù ci fa sapere che la paura può essere sconfitta non difendendosi da ciò che la provoca e neppure combattendo direttamente contro di essa fino a farla svanire, bensì riportando su di essa una vittoria indiretta con l’accettarla quale parte essa stessa del martirio. Allora la fragilità non sarà rimossa ma sarà messa nella condizione di non nuocere. Il martirio non è un evento riservato agli eroi senza paura, allo stesso modo che la santità non è prerogativa di esseri superiori privi di qualunque macchia di peccato. Il principio non vale solo di fronte al martirio, ma è regola generale che deve governare tutte le circostanze del combattimento spirituale; Dio non pretende da noi che siamo immuni dalla fragilità, ci chiede soltanto di riconoscere che la grazia vale più della vita, o meglio che il giusto prezzo della vita è la grazia. Ogni volta che essa è venduta per meno è svenduta.

Meditazione sul Vangelo di Mt 10,16-23

Venerdì – 14.a Tempo Ordinario

Non siete voi a parlare, ma è Io Spirito del Padre vostro.

Gesù annuncia ostilità e persecuzione agli apostoli che invia alla missione. Arriva perfino a dire che li manda come agnelli in mezzo ai lupi. In un altro momento dirà loro che la sorte dei discepoli non può essere diversa da quella del maestro. L’ombra della croce si staglia nettamente davanti agli occhi dei discepoli i quali debbono sapere fin d’ora a che cosa vanno incontro. Sembra di capire che l’inimicizia del mondo sia destino certo e permanente del vangelo e che da essa si deduca la costituzionale irriducibilità che intercorre tra l’una e l’altra. A un mondo governato dalla logica del potere, del denaro e del sesso che è la logica della forza il vangelo propone la forza dell’amore. L’insegnamento di Gesù si presenta come la contestazione radicale dell’energia che muove strutturalmente il mondo che è la dinamica compulsiva dell’egoismo. Ne è prova il fatto che l’uomo naturale non comprende la santità e invece di considerarla compimento e sublimazione l’intende come rinuncia e mortificazione. Se il mondo incontra un cristiano che non dà alcun segno della sua fede ma si mimetizza omologandosi ai comportamenti e ai giudizi di chi non crede, allora per il cristiano non vi sarà alcun rischio di persecuzione. Se invece il discepolo di Gesù testimonia fedelmente il vangelo, il rischio del martirio de, magari di quel martirio non cruento che è la condizione che vive il credente quando avverte intorno a sé indifferenza, incomprensione o addirittura derisione. Allora non c’è bisogno che il cristiano venga arrestato e condotto davanti a un tribunale; è già suo giudice severo e beffardo la mentalità dominante che lo isola e lo addita come un corpo estraneo, un sopravvissuto di tempi incolti, l’esemplare di una specie in estinzione. È questo il martirio cui è sottoposto oggi chi si presenta apertamente come discepolo di Gesù. Quale atteggiamento deve tenere il credente davanti a questo tribunale? Gesù lo invita a non preoccuparsi di quello che dovrà dire: “Non sarete voi a parlare” dice, “ma sarà lo Spirito del Padre.” La tentazione cui è esposto il credente che compare in giudizio di fronte al moderno tribunale è di patteggiare un compromesso minimizzando le differenze e negando l’incompatibilità. È, appunto, la tentazione di chiudere la bocca al Padre.

Meditazione sul Vangelo di Mt 19,27-29

Giovedì – 14.a Tempo Ordinario – SAN BENEDETTO PATRONO D’EUROPA – P

Ricerca della saggezza e  glorificazione di Dio.

I santi sono come dei compagni di viaggio che la misericordia di Dio pone accanto all’umanità in cammino verso la patria eterna, quali luci che illuminano il sentiero indicando quello cui non si deve assolutamente rinunciare. Benedetto di Norcia è uno di loro, un dono di Dio cui, credenti e non, rimangono ancor oggi debitori. Egli, infatti, indica la ricerca della sapienza e il portare frutto come segni distintivi della vita cristiana, e perciò esperienze autenticamente comunitarie perché aperte a tutti. Esperienze valide e significative anche dal punto vista puramente umano, perché la ricerca della sapienza è l’anima e il fondamento di ogni processo educativo. Il portare frutto è il modo migliore per vivere attivamente i propri diritti in quanto persona umana e in quanto costruttrice di una cittadinanza veramente responsabile, in grado di dialogare all’interno del complesso mondo postmoderno. Nel nostro specifico cristiano, una Chiesa priva della ricerca della sapienza, o paga di se stessa e dei suoi frutti perché convinta di aver già dato tutto il possibile, sarebbe ben strana per Benedetto. E lo sarebbe perché lontana dalle vie che la Scrittura le prescrive al fine di diventare il segno e lo strumento della benedizione con cui la Trinità avvolge la storia e le persone. Richiamando tali vie, Benedetto lancia un messaggio chiaro: “Chiesa, sii ciò che la grazia di Dio ha fatto di te, e diventalo per amore di coloro cui sempre sei inviata per servire e non per essere servita”. Ma soprattutto, con la sua esperienza di cristiano all’interno di un’Europa allora sconvolta dalle continue guerre, Benedetto richiama il fatto che la ricerca della sapienza e il portare frutto hanno senso e valore lì dove si sperimentano le linee di frattura che dividono l’umanità e trasformano la ricerca della sapienza in ideologia, e il portare frutto in esclusione dell’altro.

Meditazione sul Vangelo di Mt 10,1-7

Mercoledì – 14.a Tempo Ordinario

Rivolgetevi alle pecore perdute della casa di Israele.

Gesù chiamò i suoi dodici apostoli e li mandò in missione. Essi dovevano annunciare il regno di Dio dedicandosi a divulgare gli insegnamenti che l’avevano udito rivolgere agli ascoltatori che gli facevano ressa intorno nelle città e nei villaggi. Il mandato, ovviamente, doveva contenersi dentro a precise istruzioni. La prima delle quali era la raccomandazione di non andare tra genti straniere. Sembra una questione di geografia pastorale: niente sconfinamenti, restare nella casa di Israele. Ma nell’impartire questa raccomandazione Gesù usa un’espressione che tradisce uno stato d’animo e una preoccupazione particolari: “Rivolgetevi alle pecore perdute della casa di Israele”. Il modo di dire traduce un atteggiamento che troviamo costante nell’azione pastorale di Gesù: la predilezione per i piccoli, i poveri, i malati, i peccatori, gli abbandonati, gli sbandati, gli sventurati. Così che non sappiamo se nella disposizione impartita agli apostoli si debba dare maggiore attenzione alla conferma del posto che nella storia della salvezza ha Israele oppure alla rivelazione non nuova ma rinnovata di questa cura solerte e privilegiata di Dio per chi è perduto. Dio ha scelto Israele e a questa scelta rimane fedele fino in fondo. Questa fedeltà è cosi ferma ed esclusiva che per tutto il racconto del vangelo, fino alla croce e alla resurrezione si potrebbe pensare che Gesù non abbia in mente altro che la casa di Israele e neppure pensi di destinare la salvezza all’intera umanità. Perché questa preoccupazione di non uscire da così angusti confini? Perché imporre all’annuncio del vangelo la regola di una gradualità così lenta e, a giudicare dall’esito, pressoché fallimentare? È il mistero della pazienza e dell’umiltà di Dio. Cui si aggiunge quell’altro mistero: quello della predilezione per i perdenti. La pazienza e l’umiltà del Signore ci richiamano al dovere, grato e faticoso, dell’imitazione. La predilezione per i perduti, invece, non annuncia fatica ma è solo invito alla gioia; se siamo piccoli siamo nel cuore di Dio. Il peso di dovere umiliare il nostro orgoglio e di riconoscerci peccatori é subito compensato dal sollievo di saperci al centro delle amorevoli attenzioni del Signore.