1. Il Ritorno del Profeta

Almustafa, l’eletto e l’amato, che era al meriggio del suo giorno, ritornò all’isola natia nel mese di Tichreen, il mese delle rimembranze.
E mentre la nave si avvicinava al porto, egli stava ritto a prua attorniato dai suoi marinai. Ed il suo cuore esultava per il ritorno a casa.
Ed egli parlò e con il mare nella voce disse: «Guardate, la nostra isola natia. E’ qui che la terra ci generò, un canto ed un enigma; un canto al cielo ed un enigma alla terra; e che cosa v’è tra il cielo e la terra che può portare il canto a risolvere l’enigma se non la nostra passione?
«Il mare ci consegna ancora una volta a queste sponde. Non siamo che un’onda fra le onde. Egli ci spinge avanti a far da eco alle sue parole, ma come potremo se prima non infrangiamo la simmetria del nostro cuore sulla roccia o sulla sabbia?
«Poiché questa è la legge del marinaio e del mare: Se aspirate alla libertà dovete per forza tornare alla nebbia. L’informe cerca incessantemente la forma, come le innumerevoli nebulose vorrebbero diventare soli e lune; e noi che a lungo abbiamo cercato ed ora facciamo ritorno a questa isola, quali rigidi stampi, dobbiamo diventare nuovamente nebbia e reimparare tutto dall’inizio. E che cosa vivrà e si leverà verso l’alto se prima non verrà spezzato in passione e libertà?
«Poiché per l’eternità cercheremo nuovi lidi per poter cantare ed essere ascoltati. Ma che ne sarà dell’onda che si infrange dove nessuno la sente? E’ l’inascoltato che è in noi che si prende cura del nostro dolore più profondo. Tuttavia è sempre l’inascoltato che scolpisce la nostra anima per darle forma e costruisce il nostro destino».
Allora uno dei marinai si fece avanti e disse: «Maestro, hai guidato il nostro desiderio di tornare a questi lidi e, guarda, siamo arrivati. Ma ancora ci parli di dolore e di cuori che verranno infranti».
Ed egli rispose, dicendo: «Non ho forse parlato di libertà e di nebbia che è la nostra libertà più grande? Tuttavia addolorato mi reco in pellegrinaggio all’isola natia, così come il fantasma di un assassinato si prostra ai piedi di coloro che l’hanno ucciso».
Ed un altro marinaio parlò e disse: «Guarda le moltitudini sul molo. Nel loro silenzio hanno persino previsto il giorno e l’ora del tuo ritorno, son venuti dai campi e dalle vigne spinti ad aspettarti dalla loro affettuosità bisognosa».
Ed Almustafa guardò le moltitudini lontane, e conscio dei loro desideri non proferì parola.
Poi dalla folla si levò un grido, che era assieme grido di ricordo e di invocazione.
Ed egli guardò i marinai e disse: «Che cosa mai ho portato loro? Sono stato a cacciare in una terra lontana. Intenzionalmente e con forza ho scoccato le auree frecce che mi avevano dato, ma non ho con me nessuna preda. Non ho seguito le frecce. Forse stanno ancora volando nel sole con ali di aquile ferite che non vogliono cadere a terra. E forse le loro punte sono cadute in mano a coloro che ne avevano bisogno per procacciarsi il pane e il vino.
«Non so dove abbiano diretto il loro volo, ma di una cosa sono sicuro: hanno tracciato la loro parabola nel cielo.
«Eppure, la mano dell’amore è sempre su di me, e voi, miei marinai, navigate ancora nella mia visione ed io ancora parlerò. Griderò quando la mano delle stagioni mi chiuderà la bocca e canterò le mie parole quando le mie labbra arderanno».
Ed essi vennero profondamente turbati dalle sue parole. Ed uno di loro disse: «Maestro, insegnaci tutto; solo allora forse, siccome il tuo sangue scorre nelle nostre vene ed il nostro respiro emana il tuo profumo, capiremo le tue parole».
Ed egli rispose loro e con il vento nella voce disse: «Mi avete ricondotto all’isola natia per fare l’insegnante? La saggezza non mi ha ancora ingabbiato. Sono troppo giovane e troppo inesperto per parlare d’altro che di me stesso, cioè della eterna chiamata del profondo al profondo.
«Chi vuole possedere la saggezza lasciate che la cerchi nel ranuncolo o in una manciata di argilla rossa. Sono sempre un cantore. Canterò ancora la terra e canterò il vostro sogno perduto che attraversa il giorno tra un sonno e l’altro. Ma fisserò il mare».

E la nave entrò in porto, raggiunse il molo e così egli arrivò all’isola natia per stare di nuovo fra la sua gente. Ed un boato si levò dai loro cuori, tanto che la solitudine del suo ritorno si ruppe dentro di lui.
Ed essi silenziosi attesero una sua parola, ma egli tacque colto dalla tristezza dei ricordi e disse nel suo intimo: «Ho forse detto che avrei cantato? No, posso solo spalancare le labbra e farne uscire la voce della vita affinché si dissolva nel vento a gioia e sostegno».
Allora Karima, che aveva giocato con lui bambino nel Giardino di sua madre, parlò e disse: «Ci hai negato il tuo volto per dodici anni e per dodici anni abbiamo bramato di riudire la tua voce».
La guardò con tenerezza estrema, poiché era stata lei a chiudere gli occhi di sua madre quando la raccolsero le bianche ali della morte.
Ed egli rispose: «Dodici anni? Hai detto dodici anni, Karima? Non ho misurato la mia nostalgia con l’astrolabio, né ne ho sondato la profondità. Poiché l’amore quando è amore per la terra natia annulla ogni unità di misura e di tempo.
«Ci sono attimi che valgono secoli di separazione. Ma la separazione altro non è che un mancamento della mente. Forse noi non ci siamo nemmeno separati».
Ed Almustafa guardò quella gente e li vide tutti: il giovane e l’anziano, il coraggioso ed il debole, quelli rossi in viso per il vento ed il sole e quelli pallidi; e sui loro volti rilucevano desideri e domande.
Ed uno di loro parlò e disse: «Maestro, la vita ha fatto un cattivo uso delle nostre speranze e dei nostri desideri. I nostri cuori sono confusi e noi non riusciamo a capire. Ti prego, confortaci e spiegaci il significato delle nostre sofferenze».
Il suo cuore sentì compassione ed egli disse: «La Vita è nata prima di tutti gli esseri viventi; come la bellezza era alata ancor prima che il bello apparisse sulla terra; e come la verità era verità ancor prima d’essere pronunciata.
«La Vita canta nei nostri silenzi e sogna quando ci assopiamo. Anche quando siamo sconfitti ed umiliati la Vita domina dall’alto del Suo trono ed è libera anche quando ci trasciniamo in catene.
«Di sovente diamo alla Vita appellativi spiacevoli, ma solo se noi stessi siamo tristi e rabbuiati. E la giudichiamo vuota ed inutile, ma solo quando la nostra anima erra per luoghi desolati ed il nostro cuore è ebbro per le eccessive preoccupazioni.
«La Vita è profonda, alta e distante, e sebbene la vostra vista acuta possa arrivare solo ai suoi piedi, Lei è vicina; e sebbene solo il respiro del vostro respiro possa raggiungere il Suo cuore, l’ombra della vostra ombra passa sul Suo viso e l’eco del vostro grido più debole diventa una primavera ed un autunno sul suo petto.
«E la Vita è velata e nascosta, come la vostra essenza più grande è velata e nascosta. Tuttavia quando la Vita parla, tutti i venti si fanno parole; e quando parla di nuovo i sorrisi sulle vostre labbra e le lacrime nei vostri occhi diventano a loro volta parole. Quando canta i sordi ascoltano attentamente; e quando sopraggiunge i ciechi la guardano stupiti e la seguono con curiosità e meraviglia».
Smise di parlare ed un profondo silenzio coprì la gente, e nel silenzio aleggiava un canto impercettibile, ed essi trovarono conforto alla loro solitudine ed al loro dolore.