Filippo

Quando morì L’Uomo che amavamo, morì l’umanità intera, e ogni cosa rimase, per lunghi istanti, grigia e immobile.
Poi l’Oriente si oscurò e precipitò una tempesta spazzando la terra. Si aprirono e si chiusero gli occhi del mondo, e la pioggia cadde a torrenti e lavò il sangue che usciva a rivoli dalle sue mani e dai suoi piedi.
Anch’io caddi morto. Ma nel profondo dell’oblio lo udii parlare e dire: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».
E la sua voce venne in cerca del mio spirito sommerso e io fui ricondotto sulla spiaggia.
E aprii gli occhi e vidi il suo bianco corpo sospeso tra le nuvole, e le parole che avevo udito da lui presero forma dentro di me e io divenni un uomo nuovo. E non ero più nel dolore.
Chi proverebbe dolore per un mare che sta svelando il suo volto, o per una montagna che ride nel sole?
Ci fu mai cuore umano, un cuore trafitto, che dettasse alle labbra parole simili?
Quale altro giudice d’uomini ha assolto i suoi stessi giudici? E ci fu mai amore che sfidasse l’odio con un autorità più imperiosa?
Si udì mai, tra cielo e terra, un simile suono di tromba?
Era mai avvenuto, prima d’allora, che l’ucciso avesse pietà degli uccisori? O che la meteora si arrestasse dinanzi alla talpa?
Invecchieranno gli anni e si stancheranno le stagioni, prima che si consumino queste parole: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».
E tu ed io, anche nascendo e rinascendo, le serberemo.
E ora torno a casa: starò alla sua porta, mendicante elevato ad alti onori.