Giovanni a Patmos

Voglio parlare di lui ancora una volta.
Dio mi ha donato voce e labbra ardenti, ma non mi ha dato parola.
E io non sono degno della parola nella sua pienezza, e tuttavia chiamo il cuore alle labbra.
Gesù mi amava e non ne conoscevo il motivo.
E io lo amavo perché spingeva il mio spirito ad altezze oltre la mia statura, e in abissi oltre la mia profondità.
Sacro mistero è l’amore.
Lascia senza parole quelli che amano; ma per quanti non amano può essere solo un gioco senza cuore.
Gesù chiamò me e mio fratello mentre eravamo al lavoro nei campi.
Ero giovane a quel tempo, e solo la voce dell’alba aveva visitato il mio orecchio.
Ma la sua voce come suono di tromba segnò la fine della mia fatica e l’inizio della mia passione.
E non potei far altro che mettermi in cammino nel sole e adorare la grazia e la bellezza dell’ora.
Potresti concepire una maestà troppo gentile per essere maestosa? E una bellezza troppo radiosa per apparire bella?
Potresti udire in sogno una voce che ha pudore dell’estasi?
Quella sera tornai nella casa di mio padre per prendere l’altro mantello.
E dissi a mia madre: «Gesù di Nazareth mi vuole tra i suoi».
E lei disse: «Segui la tua strada, figlio mio, come la segue tuo fratello».
E divenni suo compagno.
La sua fragranza mi chiamava, mi comandava, ma solo per rendermi libero.
L’amore offre generosa accoglienza ai suoi ospiti, ma per coloro che non ha invitato la sua casa è una beffa e un miraggio.
Ora vuoi che ti parli dei miracoli di Gesù.
Tutti noi siamo il gesto miracoloso di un istante, e di quell’istante il nostro Signore e Maestro fu il centro.
Non desiderava però che quei suoi gesti fossero divulgati.
L’ho udito dire allo storpio: «Alzati, torna alla tua casa, ma non dire ai sacerdoti che ti ho guarito».
E non indugiava con gli storpi lo spirito di Gesù, ma era compagno di quanti si ergevano pieni di vigore.
Cercava altre menti la sua mente, e le avvinceva, e il suo spirito integro cercava altri spiriti.
E nel far questo il suo spirito trasformava le menti e gli spiriti.
Un miracolo, avresti detto: ma con il nostro Signore e Maestro era semplice come respirare l’aria.
E ora lascia che parli d’altro.
Un giorno eravamo in cammino, io e lui, soli, in un campo; entrambi affamati, giungemmo a un albero di mele. Dai rami pendevano solo due frutti. Lui scosse il tronco dell’albero, e le due mele caddero a terra. Le raccolse entrambe e me ne porse una. L’altra la tenne tra le mani. Avevo fame e mangiai la mela, vorace. Poi guardai verso di lui, e vidi che aveva ancora in mano la sua. E la diede a me dicendo: «Mangia anche questa».
E io presi la mela, e per quella mia fame senza ritegno la mangiai.
E mentre riprendevamo il cammino lo guardai in volto. Ma come potrei descriverti quello che vidi?
Una notte di fiaccole ardenti nello spazio, un sogno al di là dei nostri limiti, un’ora in pieno giorno, tutti i pastori in pace, felici delle pecore al pascolo; un’ora della sera che sta cadendo, e quiete ovunque, e aria di ritorno a casa; e il sonno infine, e il sogno.
Tutto questo lo vidi nel suo volto.
Mi aveva dato le due mele. E aveva fame, e lo sapevo, aveva fame quanto me. Ma ora so che nel donarmi le mele si era saziato. Aveva mangiato altri frutti, si era saziato a un altro albero.
Vorrei narrarti dell’altro, e altro ancora, ma come?
Quando l’amore diviene immenso, le parole vengono meno. E quando la memoria è troppo colma, cerca il profondo rifugio del silenzio.