Giuseppe d’Arimatea

Tu vuoi sapere quale fosse il fine essenziale di Gesù, e sarei lieto di poterti rispondere. Ma nessuno può toccare con la propria mano il soffio vitale della vite sacra, e nessuno vede la linfa che porta nutrimento ai suoi tralci.
E sebbene io abbia mangiato la sua uva e assaporato fresco di torchio il frutto della vendemmia, non sono in grado di dirti tutto.
Posso solamente riferire quello che so di lui.
Il Maestro che amavamo non visse come profeta più di tre stagioni. La primavera del suo cantico, l’estate del suo fulgore, l’autunno della sua passione: mille anni durò ogni stagione.
La primavera del suo cantico la trascorse in Galilea. Fu là che radunò attorno a sé quelli che lo amavano, e fu sulle sponde del lago azzurro che parlò per la prima volta del Padre, e del nostro ritorno alla libertà.
Presso il lago di Galilea noi perdemmo noi stessi perché trovammo la strada verso il Padre; e che piccola, piccolissima perdita fu quella, per un simile acquisto.
Fu là che gli angeli intonarono canti per noi e ci invitarono ad abbandonare le terre aride per il giardino che il cuore anelava.
Lui parlava di campi e di pascoli verdi; delle pendici del Libano dove i gigli bianchi nulla sanno delle carovane che giù a valle transitano tra la polvere.
Parlava della rosa selvatica che ride al sole e che effonde il suo incenso quando alita il vento.
E diceva: «Il giglio e la rosa non vivono che un giorno, eppure quel giorno è un’eternità se lo si trascorre liberi».
E una sera, mentre sedevamo sulla riva del fiume, disse:
«Guardate la corrente e ascoltate la sua musica. Sempre tenderà al mare, ed è senza fine la sua ricerca, eppure canta il suo mistero un giorno dopo l’altro.
Vorrei che cercaste il Padre come il fiume corre verso il mare».
Poi venne l’estate della sua pienezza, e il suo giugno d’amore fu sopra di noi. In quel tempo non parlava che dell’altro: il prossimo, il compagno di strada, lo straniero, il compagno di giochi dei nostri figli.
Parlava di chi si mette in viaggio dall’oriente all’Egitto, dell’aratore che ritorna a casa con i buoi quando scende la sera, dell’ospite inatteso che il crepuscolo conduce alla nostra porta.
E diceva:
«Il tuo prossimo è lo sconosciuto che è in te, reso visibile. Il suo volto si riflette nelle tue acque tranquille, e in quelle acque, se osservi bene, scorgerai il tuo stesso volto.
Se tenderai l’orecchio nella notte, è lui che sentirai parlare, e le sue parole saranno i battiti del tuo stesso cuore.
Sii verso di lui quello che vorresti lui fosse verso di te.
Questa è la mia legge, e io la dico a voi, e voi la ripeterete ai vostri figli, e i figli ai loro figli, fino a che il tempo sarà trascorso e non vi saranno più generazioni».
E un altro giorno disse:
«Non sei tu solo a essere te stesso. Tu sei presente nelle azioni di altri uomini, e questi, senza saperlo, sono con te in ognuno dei tuoi giorni.
E non commetteranno delitto senza che la tua mano si unisca alla loro.
Non precipiteranno se tu no n precipiterai con loro, e non si rialzeranno se tu non ti rialzerai.
La loro strada verso il tempio è la tua strada, e se loro si dirigono verso la terra desolata, quella è la tua stessa meta.
Tu e il tuo prossimo siete due semi gettati nel campo. Insieme crescerete e insieme ondeggerete al vento. E né l’uno né l’altro reclamerà il possesso del campo. Un seme che sta crescendo non reclama neppure di alzarsi dal terreno.
Oggi io sono con voi. Domani andrò verso occidente; ma prima che io vada, vi dico che il vostro prossimo è lo sconosciuto che è in voi, reso visibile. Cercatelo nell’amore così da conoscere voi stessi, perché soltanto in questa conoscenza potrete diventare miei fratelli».
Poi venne l’autunno della sua passione.
E ci parlò di libertà, come ne aveva parlato in Galilea nella sua primavera canora; ma ora le sue parole facevano appello alla nostra comprensione più profonda.
Parlava delle foglie che effondono musica solo se il vento le sfiora e le muove; e parlava dell’uomo come di un calice colmato dall’angelo ministro del giorno, per estinguere la sete di un altro angelo. E quel calice, pieno o vuoto che sia, si ergerà cristallino sulla mensa dell’Altissimo.
E disse: «Voi siete il calice e siete il vino.
Ognuno di voi beva se stesso fino in fondo; oppure si ricordi di me e la sua sete sarà estinta».
E mentre ci dirigevamo verso meridione, disse:
«Gerusalemme, che superba si erge sulla vetta, sprofonderà nell’abisso di Geenna, la valle tenebrosa, e io mi leverò, solo, nel mezzo della sua desolazione.
Il tempio sarà ridotto in cenere, e nel portico risuonerà il grido delle vedove e degli orfani; e nell’ansia di fuggire, gli uomini non riconosceranno il volto dei fratelli, perché li dominerà la paura.
Eppure anche allora, se due di voi si incontreranno e pronunceranno il mio nome e volgeranno lo sguardo a occidente, voi vedrete me, e queste mie parole giungeranno ancora al vostro orecchio».
Ed eravamo sulla collina di Betania, quando disse:
«Rechiamoci a Gerusalemme. La città ci attende. Varcherò la sua porta sul dorso di un puledro, e parlerò alla moltitudine.
Sono molti a volermi in catene, e molti desiderano soffocare la mia fiamma, ma nella mia morte voi troverete vita e libertà.
Cercheranno il soffio vitale che si libra tra la mente e il cuore come la rondine si libra tra il campo e il nido. Ma il mio respiro è ormai fuggito da loro, e non potranno sopraffarmi.
Non crolleranno le mura che il Padre ha innalzato a mia difesa, e i terreni che ha santificato non verranno profanati.
Quando giungerà l’aurora, la corona del sole cingerà il mio capo, e io sarò con voi al cospetto del giorno. E quel giorno sarà lungo, e di quel giorno il mondo non vedrà il tramonto.
Gli scribi e i Farisei dicono che la terra ha sete del mio sangue. E io vorrei placare col mio sangue l’arsura della terra. Ma si solleverebbero in querce le mie stille, e in aceri, e il vento d’oriente porterebbe le ghiande in altre terre».
E poi disse:
«La Giudea vuole un re, e vuol mettersi in marcia contro le legioni di Roma.
Non sarò il suo re. I diademi di Sion furono fatti per una fronte più bassa. E l’anello di Salomone è troppo piccolo per il mio dito.
Guardate la mia mano. Non vedete che ha troppo vigore per reggere uno scettro, e troppi nervi per impugnare una spada?
No, io non mi porrò a capo della carne siriana contro Roma. Ma voi con le mie parole ridesterete la città, e il mio spirito parlerà alla sua seconda aurora.
Esercito invisibile saranno le mie parole, con cavalli e carri, e senza ascia né lancia conquisterò i sacerdoti di Gerusalemme e i Cesari.
Non siederò su un trono da cui degli schiavi ressero altri schiavi. Né mi ribellerò contro i figli d’Italia.
Ma sarò tempesta nel loro cielo, e cantico nella loro anima.
E di me serberanno memoria.
Mi chiameranno Gesù, l’Unto del Signore».
Queste cose disse fuori dalle mura di Gerusalemme, prima di entrare in città.
E le sue parole rimasero come scolpite..