Il poeta Nicodemo, il più giovane degli anziani nel Sinedrio

Gesù, dicono molti stolti, era d’intralcio ai propri passi e in contrasto con se stesso, ignorava il suo stesso pensiero, e in tale ignoranza rimaneva confuso.
In verità sono molte le civette che non sanno altri canti all’infuori delle proprie strida.
Li conosciamo, tu ed io, gli impostori che rendono onore solo a un più grande impostore, e portano al mercato la propria testa in un cesto per venderla al primo che passa.
Conosciamo il pigmeo che insulta l’uomo del cielo. E sappiamo cosa dice della quercia e del cedro la mala erba.
Ho compassione di loro: non hanno la possibilità di innalzarsi.
Ho compassione del rovo che, rattrappito, invidia l’olmo che si erge a sfidare le stagioni.
Ma la mia compassione, pur nell’abbraccio pietosi degli angeli, non può arrecar loro alcuna luce.
So dello spaventapasseri; le sue sporche e lacere vesti si agitano sul grano, ma lui è morto al grano e al vento che canta.
So del ragno senz’ali: è per gli esseri alati che intreccia la rete.
Conosco gli abili suonatori di corno e di tamburo, che nel loro frastuono non sentono l’allodola né il vento di levante nella foresta.
Conosco quelli che remano contro ogni corrente senza trovare mai la sorgente, e percorrono tutti i fiumi senza osare mai avventurarsi nel mare.
Conosco l’uomo che offre mani inette al costruttore del tempio, e quando le sue mani vengono rifiutate, così dice nella tenebra che ha nel cuore: «Distruggerò ogni cosa che sarà edificata».
Li conosco tutti. Sono loro ad affermare che Gesù un giorno disse: «Vi porto la pace» e un altro giorno: «Vi porto la spada».
Non capiscono che in verità lui disse: «Porto la pace agli uomini di buona volontà, e pongo una spada tra chi ama la pace e chi ama la spada».
Si meravigliano che abbia detto: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare», lui aveva affermato: «Il mio regno non è di questa terra»; e non sanno che, pur essendo liberi di entrare nel regno del loro desiderio appassionato, non devono opporsi ai guardiani della necessità. E’ un lieto dovere, il pagamento di questo tributo, per l’ingresso in una città simile.
Sono loro che dicono: «Predicava bontà d’animo e teneri sentimenti e amore filiale, ma non obbediva alla madre e ai fratelli quando lo cercavano per le strade di Gerusalemme».
Non sapevano che la madre e i fratelli, nel loro amoroso timore, avrebbero voluto che lui tornasse al banco di falegname, lui che stava aprendo i nostri occhi all’aurora del nuovo giorno.
Avrebbero voluto, sua madre e i suoi fratelli, che vivesse all’ombra della morte, mentre lui sfidava la morte, lassù, sopra quel monte, per vivere nella nostra insonne memoria.
Conosco queste talpe: scavano piste che non conducono in nessun luogo. Non sono loro ad accusare Gesù di glorificare se stesso? Lui diceva infatti alla moltitudine: «Sono la via e la porta che conduce alla salvezza», e osava proclamarsi vita e resurrezione!
Ma Gesù non esigeva più di quanto esiga il mese di maggio nella sua pienezza.
Doveva forse astenersi dall’affermare la verità splendente proprio perché era così fulgida?
E’ vero, dichiarò di essere la via e la vita e la resurrezione del cuore; e della sua verità io stesso sono testimonianza.
Non ti ricordi di me, di quel Nicodemo che aveva fede solamente in leggi e decreti, suddito puntuale e scrupoloso di ogni osservanza e adempimento?
E guardami ora, mentre procedo in sintonia con la vita e rido, rido col sole, dall’istante in cui appare sul monte fino a quando si abbandona sul giaciglio oltre le colline.
Perché ti arresti davanti alla parola salvezza? Io stesso ho conseguito attraverso lui la salvezza.
Non mi curo di quanto può accadermi domani, perché so che Gesù ha animato il mio sonno e mi ha reso amici e compagni di viaggio i sogni remoti.
Sarei dunque un essere inferiore perché credo in un uomo superiore?
Caddero le barriere di carne e di ossa, quando mi parlò il poeta di Galilea; e uno spirito mi prese e m’innalzò sino alle vette, e tra cielo e terra le mie ali raccolsero il cantico della passione.
E quando discesi dal cavallo del vento e nel Sinedrio le penne mi vennero strappate, l’ossatura delle ali fu la custodia di quel cantico. E tutte le miserie della pianura non possono sottrarmi quel tesoro.
Ho detto abbastanza. Seppelliscano i sordi il ronzare della vita nelle loro orecchie da sordi. Io mi appago del suono della lira che vibrava al tocco delle sue dita, mentre le sue mani, inchiodate, sanguinavano.