I poveri

Da quel giorno …


poveriSono seduto su un grosso sasso davanti al lebbrosario della città e, avendo un attimo di tempo libero, ho pensato a te. Come ti va? Hai seguito i miei consigli? È difficile restare soli con se stessi, vero? Sai, il trucco è quello di partire con il piede giusto, sapere che non è tempo gettato al vento. All’inizio bastano cinque minuti, poi saranno dieci, poi quindici…

Ultimamente ne ho combinate delle belle! Avendo fatto il proposito di non negare mai la carità a chiunque me l’avesse chiesta nel nome di Dio, più di una volta sono rientrato a casa senza vestiti, poiché, quando fi-nivo i soldi, donavo il mantello, gli stivali, la giubba e quant’altro possedevo. Quando poi mio padre era fuori casa per lavoro, facevo preparare da mia ma-dre dei pasti abbondanti e li distribuivo ai fratelli poveri. Ma ad Assisi c’era un’altra categoria di poveri, una categoria che detestavo con tutte le mie for-ze: i lebbrosi! Il loro tanfo mi faceva vomitare, e se ne vedevo uno anche a cento metri di distanza, cambiavo direzione pur di non incontrarlo.

Un giorno, stavo cavalcando nei pressi di Assisi, quando uno di loro mi apparve dinanzi all’improvviso. Istintivamente diedi uno strappo alle redini per allontanarmi velocemente da quel disgraziato, ma il cavallo non fe-ce nemmeno un metro, perché lo bloccai con un vigoroso strattone. Ero scon-certato e furioso! A che erano servite quelle lunghe giornate trascorse nei boschi, quei vestiti regalati ai miei fratelli poveri? A che era servito tutto quello che avevo fatto fino a quel momento? A niente! Se non avessi fermato il mio cavallo in tempo, la mia vita si sarebbe trasformata in una commedia, una farsa da quattro soldi! Scesi velocemente da cavallo, e baciandogli la mano ripugnante, gli offrii un denaro. Il lebbroso mi guardò nel profondo degli oc-chi e il suo volto mi parve dolcissimo. Mi baciò, in segno di pace. Montai sul cavallo e continuai per la mia strada.

Mentre cavalcavo, mi sentii invadere da una gioia indescrivibile. Mai prima di allora avevo provato una sensazione di umore così forte. Ave-vo incontrato il Signore e lui mi aveva baciato! Sì, proprio Gesù! E pensare che lo vediamo mille volte al giorno, lungo le strade, negli ospedali, nelle ba-racche dove vive la povera gente. Basta volerlo avvicinare, basta farselo amico.

Da quel giorno, passai molto tempo nel lebbrosario della città. Aiutavo quei poveretti a lavarsi, a mangiare, a bruciare i loro stracci puzzolenti, ma soprattutto li aiutavo a vivere, facendomi loro amico. E il fetido odore che emanavano? E quei volti orrendi e quegli arti deformi? Quali arti deformi, quale fetido odore? Io non sentivo proprio niente, non capivo come mai i miei amici e i miei stessi genitori inorridissero al pensiero che io fossi tra quella gente. Ero felice!

Un mio amico, un vero amico del cuore, mi seguiva spesso mentre an-davo fuori città a meditare e a pregare. Gli dissi che avevo scoperto un tesoro, un grande tesoro. Egli sorrise e chiese di unirsi a me. Trovare un tesoro in due è ancora più bello, e la solitudine ti insegna a farlo nel giusto modo.