Il digiuno

Chi ha gridato “muoio”?


digiunoSono di nuovo a S. Maria della Porziuncola. Ora questo luogo è divenuto la base della nostra comunità. Ma lascia che ti racconti tutto con ordine.

Quando tornammo da Roma, i miei fratelli e io ci sistemammo in un tu­gurio cadente presso Rivotorto, una località a pochi chilometri da Assisi. La stamberga abbandonata era così piccola che dovetti scrivere sui travi del soffitto i nomi dei miei compagni. In tal modo ciascuno di noi, avendo definito il pro­prio posto, non disturbava gli altri fratelli nei momenti di raccoglimento o di preghiera e, tanto meno, durante le ore notturne. Il nostro cibo preferito era il pane, ma quando questo mancava, ci nutrivamo con rape mendicate qua e là.

A proposito di cibo, una notte un fratello iniziò a urlare nel buio: “Muoio, muoio!”. Ci svegliammo tutti di soprassalto, e acceso un lume chiesi: “Chi ha gridato ‘muoio’?”. Il compagno rispose: “Sono stato io”. Ri­presi: “che hai fratello, di cosa muori?”. E lui: “Di fame!”. Riflettei per un attimo sul da farsi, poi velocemente feci preparare la mensa e allegramente mangiammo tutti assieme per non fare vergognare il nostro compagno affa­mato. Dopo aver gustato quelle rape squisite e quel poco di pane che aveva­mo, dissi: “Ciascuno di noi deve tenere conto, durante i digiuni e le asti­nenze, della propria condizione fisica. Chi riesce a sostenersi con meno nu­trimento di un altro, non deve essere imitato incondizionatamente, ma ognu­no sia sincero con se stesso e operi secondo la volontà del Signore!”. Poi ag­giunsi: “Questa notte abbiamo mangiato e bevuto per l’affetto che abbiamo verso il nostro fratello, ma ciò non deve accadere mai più. Pertanto ognuno, nei limiti della nostra povertà, accordi al suo corpo quanto gli è necessario”. E, dopo aver ringraziato Dio, ritornammo a dormire.

Un giorno arrivò da noi un contadino con il suo vecchio asino, facendo un gran baccano, e urlando a squarciagola. Voleva entrare, forse perché il tugurio era la staffa del suo animale. Mi alzai e rivolto ai compagni dissi: “Vedo, fratelli, che Dio non ci ha chiamati a preparare una stalla per l’asino, né per avere impacci con la gente. Poiché è nostra regola fondamentale quella di non possedere nulla, né abitazioni, né altro genere di cose, è giusto che abbandoniamo questo posto, perché nessuno deve poter affermare che una qualsiasi cosa ci appartiene”. Così fasciammo Rivotorto, ma il nostro cuore rimase tra quelle vecchie mura per molto tempo …

Quei giorni furono fondamentali per la formazione della nostra comunità. In poco tempo capimmo il significato autentico della povertà, dell’umiltà, della preghiera, della fraternità, ma sopra ogni cosa, dell’emarginazione, quella condizione di vita che avevamo scelto volontariamente tutti noi quan­do abbandonammo le nostre case, i nostri beni. Rivotorto non lo dimentiche­remo mai. Ciascuno di noi, anche ora, quando va a riposare, vede il suo no­me scritto sulla trave del soffitto.

Successivamente, chiesi umilmente all’abate del monastero di S. Benedetto del Monte Subasio una piccola chiesa, dove poter vivere serenamente, la­vorando e pregando. Il monaco volle donarci la più piccola e povera chiesetta che possedeva: S. Maria degli Angeli o della Porziuncola. Noi gli fummo davvero grati e iniziammo a costruire tutt’attorno a essa le nostre dimore che non erano nient’altro che capanne di fango e vimini. Ora viviamo in questo posto, serenamente. Ma perché nessuno possa insinuare che il luogo dove di­moriamo è di nostra proprietà, ogni anno portiamo al monastero di S. Be­nedetto una cesta piena di pesci, in segno di dipendenza e di povertà, e loro contraccambiano il nostro gesto donandoci una giara colma d’olio.