Il dolore

Fratello mio, Fuoco


doloreRieti è famosa perché vi operano i medici più esperti nella chirurgia spe­cifica delle malattie agli occhi, ed è per questo che ora sono all’eremo di Fonte Colombo, presso questa cittadina. Vorrei inviarti queste righe personal­mente, ma ormai sono quasi cieco e mi è impossibile farlo, così un fratello si è prestato a farmi da segretario, trascrivendo sulla carta le parole che gli detto. Il medico che mi ha operato è uscito da poco, ma credo che anche questo estre­mo tentativo di porre fine a una delle mie gravi malattie sarà inutile.

Dal tempo della mia prigionia nel carcere perugino, la mia salute è stata incerta, tanto che al ritorno ad Assisi, come ti ho già raccontato, dovetti trascorrere giorni e giorni curato dolcemente da mia madre. La febbre della malaria è terribile e lascia un segno indelebile. Da allora il mio corpo è logorato da malattie e dolori atroci. Il fegato, la milza e lo stomaco sono fuori uso; l’idropisia, una malattia che riempie di liquido la cute e gli organi cavi, mi gonfia le gambe impedendomi di camminare, tanto che durante i viaggi devo spesso essere trasportato sulla groppa di un somarello. Dall’orien­te, poi, oltre al corno da caccia regalatomi dal sultano, ho portato un altro ricordo che mi accompagnerà per il resto della vita, una tremenda malattia: la congiuntivite tracomatosa. E’ veramente difficile convivere con essa. Con­tinuamente i miei occhi lacrimano causandomi un disagio enorme e impeden­domi lentamente di osservare il più piccolo spiraglio di luce. I frati mi hanno confezionato un grande cappuccio sul quale è stata cucita una fascia di lana e di lino che tengo costantemente sugli occhi ormai avvolti nelle tenebre.

Tuttavia ho imparato a convivere con le sofferenze e i dolori, e sovente sono proprio essi a darmi la forza di continuare a credere che veramente sono un dono di Dio, un lasciapassare per raggiungere, alla fine della vita, la gioia eterna. Non sono d’accordo con me i miei superiori, tanto che sia il vescovo di Ostia, sia frate Elia, nostro ministro generale, hanno insistito a tal punto, che, alla fine mi hanno ordinato di trasferirmi qui a Rieti per essere sottoposto alla cauterizzazione, ultimo tentativo di guarigione almeno dalla malattia agli occhi.

E poco fa dunque è arrivato il medico con il ferro per eseguire il delicato intervento. Fece accendere un fuoco e ve lo mise dentro per farlo diventare rovente. Per rinforzare il mio spirito contro la paura, parlai così al fuoco: “Fratello mio Fuoco, nobile e utile fra le creature dell’Altissimo, sii cortese con me in quest’ora. Io ti ho sempre amato, e ancora più ti amerò, per amore di quel Signore che ti ha creato. E prego il nostro Creatore che temperi il tuo ardore, in modo che io possa sopportarlo”. Poi feci su di esso un segno di croce. Alla vista di ciò, i fratelli che mi assistevano furono presi da panico e, piangendo, corsero fuori dalla cella poiché temevano di non essere in grado di sopportare tale situazione.

La cauterizzazione in effetti era lunga, dai pressi dell’orecchio al soprac­ciglio, perché, diceva il medico, occorreva incidere tutte le vene per arrestare il liquido che giorno e notte usciva dai miei occhi. Quando il ferro incandescente si appoggiò sulla carne, sentii soltanto il suo crepitare e un odore acre. Erano le sue parole di conforto alle mie sofferenze, mi sosteneva dolcemente emanando quel profumo che soltanto lui era capace di far scaturire con il suo contatto. Non sentii nessun dolore fisico, forse perché ero troppo attento a contemplare il dono e le parole che fratello Fuoco mi regalava … Ter­minata l’operazione, i miei compagni rientrarono lacrimanti e io dissi rivolto a loro: “Paurosi e uomini di poca fede, perché siete scappati? In verità vi dico che non ho provato nessun dolore, nemmeno il calore del ferro infuocato. An­zi, se non sono ben cotto, mi si cuocia meglio”. L’oculista, trasecolato, disse ai miei compagni: “Fratelli, vi dico che non solo costui, che è così debole e malato, ma una bruciatura simile non riuscirebbe a sopportarla neppure un uomo vigoroso e sano, come già ho sperimentato in alcuni casi”.