Il Natale

Greccio divenne così la nuova Betlemme


NataleE’ la notte di Natale, ma di un Natale speciale. Ormai è notte fonda qui a Greccio, una cittadina a me cara. La gente è tornata alle proprie case, le fiaccole si sono spente, le voci tacciono, regna sovrano il silenzio. Ma i miei occhi rivivono quei momenti meravigliosi e solenni appena trascorsi, le mie orecchie sentono ancora la melodia delle lodi che abbiamo cantato esul­tanti al Signore. Questo Natale non verrà dimenticato, rimarrà per sempre impresso nei nostri cuori…

Una quindicina di giorni fa, mi trovavo a soggiornare presso l’eremo di Greccio. Da sempre desideravo vedere con i miei occhi i disagi in cui il bambino Gesù si era trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia sul fieno, tra il bue e l’asinello. Così chiamai un amico di nome Giovanni, uomo nobile più nello spirito che nella carne, che abitava in quella città, e gli esposi il mio desiderio. Al ter­mine aggiunsi: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù in tal modo, precedimi e prepara tutto quanto è necessario”. Esultante di gioia, Giovanni si allontanò velocemente per predisporre tutto ciò che occorreva in quella notte santa. Chiamai a me molti frati, in modo da celebrare degna­mente l’avvenimento e in breve tempo la notizia si sparse tra le contrade e i casolari, tanto che ogni persona, uomo o donna, bambino o vecchio che fos­se, attendeva con impazienza quel giorno così importante.

Nell’eremo in cui vivevo, nel frattempo, giunse un ministro del nostro Ordine e i frati, in occasione della festa e per riguardo all’ospite, prepararono la mensa con cura, coprendo la tavola con belle tovaglie bianche e bicchieri di vetro. Quando scesi dalla mia cella per desinare e vidi tale ri­cercatezza, presi il cappello e il bastone di un mendicante che quel giorno era passato da noi e, dopo aver avvisato sottovoce un fratello, andai fuori dall’eremo senza farmi notare. I frati intanto, non vedendomi arrivare, come avevo ordinato loro da sempre, si misero a tavola tranquillamente.

Poco dopo bussai e il mio compagno mi aprì la porta. Entrai con il cap­pello sul dorso e il bastone in mano e dissi: “Per amore del Signore Dio, fate l’elemosina a questo povero pellegrino malato”. Il ministro e gli altri commensali mi riconobbero subito. Egli rispose: “Fratello, siamo poveri an­che noi, ma per amore del Signore che hai invocato, entra e divideremo con te le elemosine che Dio ci ha mandato”. Così mi accostai alla tavola, il mi­nistro mi porse la scodella da cui mangiava e del pane. Preso il cibo mi se­detti in terra vicino al fuoco, di fronte ai fratelli che stavano a mensa in alto e dissi loro sospirando: “Quando vidi questa tavola preparata con tanto lusso, ho pensato che non era la mensa dei poveri frati che vanno ogni giorno a que­stuare di porta in porta. Adesso, mi sembra, io sto a mensa come si addice a un frate”. A tali parole essi arrossirono pensando a come li avevo corretti con tanta ragione.

Arrivò finalmente la notte tanto sospirata. Ognuno secondo le possibilità giunse con un cero o una fiaccola per illuminare le tenebre, come un tempo brillò splendida nel cielo la stella. Preparammo la greppia, ponendoci del fieno e facemmo entrare il bue e l’asinello. I frati intonarono lodi scelte al Signore, poi il sacerdote celebrò solennemente l’eucaristia e io, vestito di paramenti diaconali, cantai con voce sonora il santo Vangelo… Un uomo ebbe una visione: gli sembrava che un bambino giacesse privo di vita nella mangiatoia e io, avvicinandomi a lui, lo destavo da quel sonno profondo. Forse fu proprio così. Nel cuore di quegli uomini e di quelle donne con il capo chinato, negli occhi luccicanti dei giovani che brillavano nella notte, illumi­nati dalle fiaccole, nelle mani tenere dei bambini che abbracciavano le madri, nel silenzio triste dei vecchi appoggiati ai loro bastoni, una certezza ormai dimenticata da tempo era risorta: Gesù questa notte era davvero nato per noi! Greccio divenne così la nuova Betlemme.