Il valore delle piccole cose

Chi mi darà una pietra?


valore delle piccole coseMi trovo a S. Damiano, e avendo un attimo di tempo libero, ho pensato a te. Sto restaurando la vecchia chiesetta con l’aiuto di alcune persone volonterose, poiché il lavoro è duro e faticoso e da solo sarebbe un’impresa veramente difficile, visto e considerato che, oltretutto, non sono mai stato un esperto capomastro!

Dopo aver abbandonato ufficialmente la mia famiglia, come ti ho già raccontato, tornai a S. Damiano con l’intenzione di consolidare quelle mura decrepite. Al mio arrivo, il vecchio prete che dimorava in quel luogo mi salutò caldamente ma sotto sotto capivo che era particolarmente “agitato”, visto il caos che gli avevo creato precedentemente. Subito lo confortai e gli raccontai ciò che era accaduto davanti al vescovo: gli feci capire che ormai ero libero da qualsiasi vincolo familiare e che mio padre non sarebbe più venuto a cercarmi. Così si tranquillizzò. Subito dopo mi confezionai un abito da eremita; indossatolo, sorrisi, pensando che un tempo un vestito simile l’avrei usato sì e no per pulire la sella del mio cavallo … Uscii fuori, scrutai a lungo l’edificio e valutai il modo di procedere con i lavori di ristrutturazione.

Anzitutto mi occorrevano delle pietre, così decisi di andarle a recuperare ad Assisi. Attraversando le strade e le piazze della città, gridavo a gran voce: “Chi mi darà una pietra, avrà una ricompensa; chi due pietre, due ricompense; chi tre, altrettante ricompense!”. Molte persone mi deridevano, pensando che mi avesse dato di volta il cervello: altre mi scrutavano in silenzio e nei loro occhi vedevo chiaramente lo sforzo che compivano per cercare di capire il perché del mio strano comportamento. Quando poi avevo racimolato un po’ di materiale, ritornavo a S. Damiano, sfinito ma felice. Il sacerdote mi osservava con simpatia e quasi sempre mi preparava dei pasti particolarmente curati, sapendo in che modo ero vissuto in precedenza.

Un giorno, però, mi chiesi se avrei trovato sempre un sacerdote che si prendesse cura di me; oltretutto l’ideale di vita che avevo abbracciato era all’insegna della povertà e non trovavo giusto ricevere simili servigi. Pensai che come i poveri vanno di porta in porta a chiedere la carità, anch’io avrei dovuto fare altrettanto: domandare l’elemosina in nome di Cristo che, nato nella miseria, visse poverissimo e venne sepolto in una tomba non sua.

Da quel momento iniziai ad accattare il cibo con una scodella. Bussavo a tutte le porte della città e quando la scodella era colma, mi sedevo su di un sasso o sul bordo di una fontana per mangiare quelle delizie. Non sto scherzando: per me quell’intruglio di carne avanzata, pane secco e altre cose era veramente gustoso. Se devo dirti la verità, la prima volta che vidi quella poltiglia per poco non vomitai, ma sforzandomi, riuscii a deglutire tutto. Da allora, qualsiasi cosa mi venga offerta la considero come una pietanza prelibata, un pranzo sontuoso, perché è la generosità di Dio che me la porge.

A volte incontravo mio padre, il quale appena mi scorgeva, si rattristava e a volte mi insultava. Molte persone che prima mi deridevano, vedendo tutto ciò, rimasero colpite, e quando le incontravo per la strada anziché sorridere, iniziarono a salutarmi. Io ero felice e ringraziavo Dio. Un giorno, mentre chiedevo un po’ di olio da fare ardere davanti al Crocifisso di S. Damiano, in una casa intravidi dei miei amici. Mi vergognai di elemosinare davanti a loro e rimasi immobile per qualche istante nascosto dietro al muro di sasso. Poi mi accorsi che stavo peccando di viltà, entrai deciso e, confessata la mia debolezza umana, chiesi loro la carità. L’olio che portai quel giorno, mi parve illuminasse maggiormente il Cristo in croce…