La libertà

Signore, cosa vuoi che io faccia?


libertàTi scrivo da Spoleto e, mentre i miei compagni d’arme si stanno dirigendo baldanzosi verso le Puglie, io sto preparando la mia roba perché torno a casa. Hai proprio capito bene, me ne torno ad Assisi. Pensi che sia pazzo? Allora senti che cosa mi è accaduto ultimamente! Quando riacquistai le forze dopo la lunga malattia che mi aveva colpito, mi accorsi che nel mio cuore qualcosa era cambiato. Un cavaliere che si rispetti deve essere forte, teme­rario, coraggioso, ma deve anche essere cortese, soccorrere i poveri, combat­tere per la giustizia. E questo me lo fece capire forse il vento o forse un’allodola con cui parlai a lungo tempo fa.

Un giorno incontrai lungo la via un famoso cavaliere, nobile di casato, un tempo acclamato e portato in trionfo, ma ora disprezzato e ridotto in povertà. Provai per lui una profonda misericordia, sapendo che gli eventi della vita sono al di sopra di tutte le nostre volontà e risorse, così gli donai i miei vestiti. Pensai che con i miei panni quell’uomo potesse meglio na­scondere la vergogna di cavaliere e alleviare la sua miseria.

Poi, una notte, poco prima di lasciare la mia città, feci un sogno stra­nissimo: sognai di essere stato chiamato da un uomo, lo seguii ed egli mi portò in uno splendido palazzo. Sulle pareti delle enormi stanze erano ap­pese armature stupende, scudi ornati, spade intarsiate… insomma, cose me­ravigliose. Gli chiesi a chi appartenesse tutto ciò e l’uomo rispose che era tutto mio e dei miei cavalieri. Figurati in quale stato mi risvegliai! Per poco non mi ruppi una gamba quando scesi le scale di casa! … Finalmente, dopo aver consolato la mia dolce madre, incoraggiato da mio padre, potei partire con altri giovani pieni di speranze.

Quello strano sogno mi ritornava sempre alla mente. Ero ormai sicuro che la mia scelta fosse giusta, il fato lo confermava. Sicuramente, anche senza cavallo, avrei viaggiato a un metro dal suolo! Arrivammo a Spoleto tra un canto popolare e un lauto pasto, come avviene quasi sempre in queste cir­costanze, e qui di nuovo mi ammalai. Questa proprio non ci voleva! Dopo tanta attesa, tanti preparativi, tanto parlare, ero di nuovo bloccato. Passai così alcuni giorni curato sommariamente dai miei compagni, sperando continuamente di potere seguitare il viaggio.

Ma se ho deciso di tornare ad Assisi è perché forse quel fato che mi aveva infuocato l’animo mediante quel sogno premonitore adesso me lo raggelava all’improvviso, con una doccia fredda. Stanotte, nel dormiveglia, una voce mi ha detto: “Francesco, dove vai?”. Io gli esposi fieramente le mie intenzioni. Ma quella voce replicò: “Francesco, chi può esserti più utile, il padrone o il servo? Il ricco o il povero?”. “Il padrone”, risposi. “E allora per­ché lasci il signore per il servo, Dio così ricco per l’uomo così povero?!”. Chiesi: “Signore, cosa vuoi che io faccia?”. La voce disse: “Torna a casa, nella tua città, e là saprai cosa devi fare”.