La morte

Le allodole non volano mai alla sera


morteSorella Morte sta arrivando. Sento che ormai il mio corpo stanco e malato vuole riposare in pace. Dio mi perdoni per tutte le volte che l’ho maltrattato, quando, nel momento del bisogno, non l’ho soccorso … Come tanti anni fa mi spogliai davanti a mio padre in segno di povertà assoluta per ini­ziare il cammino terreno, così ora sono nudo, sdraiato sulla nuda terra, per iniziare il cammino celeste nello stesso modo in cui ho vissuto fino ad ora.

Voglio rimanere così, abbracciato a questa terra di Assisi che mi ha visto giovane e baldanzoso, pieno di sogni di gloria mai raggiunti. Che ha sofferto con me quando, prigioniero nel carcere di Perugia, sentivo il mio cuore che parlava durante le notti di febbre alta. Quando dentro a quella grot­ta buia piangevo e pregavo Dio che illuminasse il mio spirito, e quando il suo Figlio crocifisso mi parlò nel silenzio della piccola chiesa di S. Damiano. Quando mettevo una pietra sull’altra di quella misera chiesetta, ora divenuta tempio cosmico del Signore per mezzo di Chiara e delle sue sorelle. Quando schifato mi tappavo il naso alla vista dei lebbrosi, e quando scesi da cavallo per abbracciarne uno in segno di pace. Quando la gente della mia città mi derideva e mi gettava sassi e fango, e quando Bernardo e Pietro Cattani mi abbracciarono forte in segno di fraternità mai spezzata. Quando a Rivotorto coi miei primi compagni non riuscivamo a dormire dalla fame e dalle sco­modità, e quando in un capitolo generare erano presenti più di cinquemila frati. Quando a Roma il papa ci benedisse, e quando rinunciai al comando dell’Ordine per essere fedele al mio ideale. Quando nei momenti di sconforto i miei occhi piangevano e quando sul monte della Verna Dio in persona mi consolò rendendomi simile a suo Figlio morto sulla croce.

Ho benedetto la mia città, la sua gente generosa, il profumo dei suoi pra­ti, i suoi tramonti rosso fuoco, i suoi uliveti che scendono a valle. Ho benedetto i fratelli che attorno a me piangono, spezzando il pane per l’ultima volta e dicendo loro: “Io ho fatto la mia parte, la vostra Cristo ve la insegni”.

Ho scritto a Chiara, la mia “pianticella!”, anch’ella inferma e rattristata per il timore di non potermi più vedere. La mia benedizione sarà la sua consolazione e la certezza che prima della sua morte potrà rivedere il mio cor­po, ormai spento, per l’ultima volta.

E ho pensato a te, che mi hai seguito per tutto questo tempo. Quando vor­rai potrai continuare a scrivermi sulle pagine del tuo cuore. Stai certo che ti risponderò sempre!…

Qui a S. Maria degli Angeli è giunta da Roma una mia cara amica di nome Jacopa di Settesoli. Mi ha portato del panno grezzo color cenere per confezionare la tonaca che indosserò dopo la morte e un dolce fatto di mandorle, zucchero e miete, che amavo molto mangiare quando, tanti anni fa, andavo a trovarla. Sulla tonaca ho voluto che venissero cucite delle pezze di sacco, in segno ed esempio di povertà e di umiltà. Il dolce che tanto mi piaceva l’ho soltanto assaggiato, poiché sono talmente debole che non ho nemmeno la forza di aprire la bocca e masticare. Voglio che quel cibo prelibato venga distribuito alle sorelle allodole, che amo molto poiché hanno il cappuccio come i religiosi. Sono molto umili e se trovano qualche chicco di grano nel letame, lo tirano fuori e lo mangiano. E volando, lodano il Signore, proprio come i buoni religiosi che, disprezzando le cose mondane, vivono già in cielo. Il loro piumaggio è color terra, così esse danno esempio a noi di non cercare abiti eleganti e fini, ma di tinta smorta, come la terra.