La santità

Cosa desiderano questi frati?


santitàPapa Onorio III, successore di Innocenzo III, ha approvato solennemente con una bolla la nostra Regola di vita. Per il nostro Ordine, ormai esteso a dismisura, è un traguardo importante. I miei fratelli e quelli che verranno dopo di loro, avranno così una solida base su cui costruire le proprie espe­rienze di vita. Inoltre, tale Regola bollata, essendo un riconoscimento uffi­ciale della chiesa, sarà un “lasciapassare” per chi vorrà abbandonare il ter­ritorio italiano, per andare tra altri popoli ad annunciare la parola di Dio. Ma anche se ringrazio il Signore per questo dono che ci ha fatto, il mio cuore ha un velo di tristezza …

Tempo fa ebbi una rivelazione divina: mi pareva di aver raccolto da terra delle minutissime briciole di pane, per distribuirle a molti frati affamati che mi stavano intorno. Avevo paura che, nel distribuirle, quelle briciole così piccole mi cadessero dalle mani. Ma una voce mi disse: “Francesco, con tutte queste briciole fa’ un’ostia sola e porgila a chi vorrà mangiare”. Così feci, ma notai che coloro che non ricevevano il dono con devozione o che, dopo averlo ricevuto, lo disprezzavano, subito si distinguevano dagli altri, perché divenivano lebbrosi. A lungo riflettei sul significato di quella visione, poi sentii una voce che mi disse: “Francesco, le briciole che hai visto la notte scorsa sono le parole del Vangelo, l’ostia è la Regola, la lebbra è l’iniquità”.

Seguendo il consiglio divino, mi ritirai con frate Leone e frate Bonizo da Bologna su di un monte per comporre una nuova Regola. Digiunai per molto tempo a pane e acqua e, guidato dallo Spirito Santo e dalla preghiera costante, scrissi la Regola che avrebbe dovuto guidare la moltitudine dei fra­telli. Scendemmo a valle e consegnai il testo a frate Elia, a quel tempo vicario del nostro Ordine. Tuttavia, dopo qualche giorno, egli venne da me dicen­domi che purtroppo quelle pagine non si trovavano più. Rammaricato per la trascuratezza del vicario, insieme ai due fedeli compagni, ritornai sulla mon­tagna, e con pazienza riscrivemmo parola per parola la Regola perduta.

Molti ministri, venuti a sapere ciò e temendo che la scrivessi troppo ri­gorosa così che non tutti potessero osservarla, si riunirono e andarono a parlare con frate Elia. Gli dissero: “Vogliamo che tu vada su da lui e gli dica che non intendiamo essere obbligati a quella Regola. Se proprio vuole, la componga per sé, non per noi”. Elia, temendo di essere rimproverato, non voleva dare loro ascolto, ma viste le loro ferme intenzioni, decisero di raggiungermi tutti assieme. Li sentii arrivare da lontano e il mio vicario mi chiamò a voce alta. Vedendo tutti quei ministri radunati, chiesi loro: “Cosa desiderano questi frati?”. E frate Elia: “Questi sono i ministri che, avendo saputo che stai facendo una nuova Regola e temendo che sia troppo severa, dicono e protestano che non vogliono sentirsi obbligati a essa, e perciò tu la faccia per te, non per loro”. In quel momento mi parve che il cielo crollasse su di me. Alzai gli occhi e parlai così con Dio: “Signore, non ti dicevo giu­stamente che non mi avrebbero creduto?”.

Ma Colui che mi aveva soccorso durante tutta la vita, Colui che mi ave­va parlato attraverso il lebbroso e il Crocifisso di s. Damiano, non mi abbandonò neppure in questo momento di sconforto e rispose: “Francesco, nulla vi è di tuo nella Regola, poiché tutto quello che vi sta è mio. E voglio che sia osservata alla lettera, senza commenti!”. E soggiunse: “So bene quan­to può la fragilità umana, ma so anche in quale misura intendo aiutarla. Quelli dunque che non vogliono osservarla escano dall’Ordine!”. Tutti sen­tirono quelle parole divine, così dissi loro: “Avete udito? Avete udito? Volete che ve lo faccia ripetere?”. I ministri e frate Elia, riconoscendo la propria col­pa, se ne andarono confusi. Il testo fu confermato dal papa, anche se con qualche modifica non voluta da me, e per farla osservare con fervore dai miei frati dicevo che quelle parole non erano mie, ma venute da Dio, nostro Padre.