Manesse, uomo di legge di Gerusalemme

Sì, li ascoltavo, i suoi discorsi. C’era sempre una parola pronta sulle sue labbra.
Ma lo ammiravo di più come uomo che come capo. Predicava qualcosa che andava al di là del mio gradimento, forse al di là della mia ragione. E io non amo che mi si rivolgano prediche.
Ero dominato dalla sua voce e dai suoi gesti, ma non da quanto diceva. Mi affascinava, senza però convincermi; troppo vago, troppo distante e oscuro, inaccessibile alla mia mente.
Conosco uomini simili. Mai costanti né coerenti. E’ con l’eloquenza, e non con i princìpi, che affascinano per qualche istante l’orecchio e il pensiero, mai l’intimo del cuore.
E’ un peccato che i suoi nemici l’abbiano affrontato, precipitando gli eventi. Non era necessario. La loro animosità, ne sono certo, lo innalzerà e trasformerà in potenza la sua mansuetudine.
Non è strano? Contrastando un uomo gli si conferisce coraggio, e gli si donano ali rimanendo ai suoi piedi.
Non conosco i suoi nemici, ma sono certo che la loro paura ha reso forte e pericoloso quell’uomo inoffensivo.