Phumiah, somma sacerdotessa di Sidone

Prendete l’arpa e lasciate che io canti.
Sfiorate le corde, l’argentea e la dorata;
voglio cantare l’uomo intrepido
che sterminò il drago della valle,
poi lo guardò colmo di pietà.

Prendete l’arpa e insieme a me cantate
la Quercia che si staglia sulla vetta;
aveva cuore di cielo, e mani d’oceano,
e baciò le pallide labbra della morte
e ora freme sulla bocca della vita.

Prendete l’arpa e cantiamo
il Cacciatore intrepido dei monti;
mirò alla belva e scoccò frecce invisibili,
e corna e zanne si abbatterono al suolo.

Prendete l’arpa e con me intonate il canto:
la sua valorosa giovinezza
conquistò le città dei monti;
e le città del piano, annodate
come serpi nella sabbia.
Non combatteva contro i pigmei, ma contro gli dèi,
che hanno fame della nostra carne,
che hanno sete del nostro sangue.
E come il primo Falcone d’Oro
si misurava solamente con le aquile,
immensa e fiera la sua ala,
non voleva far ombra al volo dei più piccoli.

Prendete l’arpa e con me intonate il canto,
cantico gioioso di mare e di scogli.
Morti, gli dèi giacciono immobili
nell’isola di un mare dimenticato.
Siede sul trono quello che li ha uccisi.
Non era che un fanciullo.
La primavera lo lasciò imberbe
e nel suo campo era giovane l’estate.

Prendete l’arpa e con me intonate il canto,
come tempesta lui squassa la foresta
e spezza il ramo secco e senza foglie
e spinge la radice vivente ad annidarsi
più profonda nella terra.

Prendete l’arpa e con me intonate il canto,
cantico immortale di uno che amavamo.
No, compagne, fermate la mano.
lasciate l’arpa.
Non possiamo cantare di lui, ora.
Non può giungere alla sua tempesta
e non può penetrare la maestà del suo silenzio
il nostro esile sussurro di canzoni.

Lasciate l’arpa e venite intorno a me,
vi ripeterò le sue parole,
vi narrerò le opere sue:
l’eco della sua voce è più profonda della nostra passioneiorno fino all’ultimo dei miei giorni, all’aurora e al tramonto vedrò il mio Signore sorgere in maestà e ascolterò la sua parola.