Breviario Laico, FELICITÀ E ORGOGLIO

È più facile rinunciare alla propria felicità che al proprio orgoglio.

Paul Claudel

È una frase breve quella che trovo in calce a una pagina di rivista, al termine di un articolo, incorniciata con un motivo floreale. L’autore a cui la si attribuisce è il poeta francese Paul Claudel, noto soprattutto per il suo dramma L’annunzio a Maria. Un po’ tutti dobbiamo confessare che, ad esempio, pur di non riconoscere di esserci sbagliati, ledendo così il nostro orgoglio, siamo talora precipitati in situazioni difficili, faticose e persino amare. Non per nulla il primo dei sette vizi capitali è la superbia e, nella tradizione, molti l’hanno considerata come la radice e la regina di tutti gli altri peccati. Il peccato «originale», infatti, ruota attorno a quel sogno diabolico: «Sarete come Dio … ».

Eppure questa tentazione, che si avvolge in un manto dorato, trascina con sé tanta infelicità. Si pensi solo all’ansia per il successo, alla disperazione per un fallimento, alle vili bassezze che si commettono per la carriera, alla perdita di dignità a cui ci si sottopone pur di raggiungere un po’ di visibilità televisiva, alle umiliazioni che si affrontano per conquistare un posto più in alto nel proprio ambiente, al ridicolo a cui si va incontro nell’illusione di farsi lodare e ammirare. È lunga la lista delle fatiche, delle asperità, delle pene che bisogna accettare per raggiungere forse solo un bagliore di gloria e di successo. La via della semplicità è troppo lineare per chi ama l’ostentazione; l’umiltà è una parola ormai polverosa, da manuale ascetico, sbeffeggiata dalla scienza altezzosa e persino dalla psicologia. Eppure a tanto orgoglio corrisponde una dose parallela e sostanziosa di insoddisfazione e infelicità.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori