Breviario Laico, L’ABITUDINE

L’amore che non si rinnova ogni giorno e ogni notte diventa abitudine e lentamente si trasforma in schiavitù.

Khalil Gibran

Questa frase di Khalil Gibran dice una verità scontata, anche se ben ardua da praticare. Non solo in amore ma anche nella fede e un po’ in tutte le cose c’è un nemico sempre in agguato, apparentemente meno pericoloso dell’odio o dell’incredulità: il suo nome è «abitudine». Certo, un pizzico di consuetudine è necessario, come accade nella vita quando compiamo mille e mille azioni per inerzia ed è nell’ordine delle cose (non potremmo sopravvivere senza l’automatismo che ci fa eseguire infiniti gesti, a partire dallo stesso respiro). C’è, però, una routine che progressivamente attanaglia i sentimenti e i pensieri e li soffoca.

È quando si perde ogni fremito, si cancellano le parole, si spegne il dialogo, si inaridiscono gli affetti, ci si trascina in una relazione stantia, senza il seme dell’umanità, della tenerezza, delle attese comuni. È il lento scivolare nella mera «convivenza» che purtroppo inquina i rapporti di molte famiglie: ciascuno entra ed esce di casa, senza un saluto; si risponde all’altro con un grugnito; ci si siede a tavola e si accende subito il televisore; si è insieme ma solo fisicamente, non più con la mente e col cuore. Per superare questo stato che passo per passo conduce al sapore dell’amore e, alla fine, alla sua morte, è necessario tornare indietro ancora passo per passo. Sono i piccoli gesti da riscoprire, i segni minimi, le attenzioni quotidiane. A ragione lo scrittore americano ottocentesco Mark Twain affermava che «l’abitudine non puoi d’un colpo sbatterla fuori dalla finestra; bisogna farle scendere le scale un gradino alla volta».

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori