Breviario Laico, TRECENTO PAROLE

Il Padre nostro, il Salmo 22, il discorso di Lincoln a Gettysburg sono tre grandi perle letterarie che dureranno in eterno. Ebbene, nessuno dei tre arriva alle trecento parole. Con simili esempi di quanto sia importante la brevità, è incredibile che gli oratori non imparino a essere brevi.

Bruce Barton

Confesso di aver anch’io guardato con terrore lo spessore dei fogli di quegli oratori che parlano leggendo un testo, il più delle volte in maniera monotona; così forse non mi sono accorto – nell’infinito numero di conferenze che ho tenuto – di coloro che invece sogguardavano non i miei fogli (perché non uso mai leggere) ma il loro orologio. Mark Twain, scrittore americano ironico, durante un discorso, ammonì un suo ascoltatore annoiato così: «Caro signore, capisco che Lei ogni due minuti guardi il suo orologio; ciò che mi infastidisce è che Lei se lo porti anche all’orecchio per verificare se è fermo». È di un politico e autore americano, Bruce Barton (1886-1967), anche il testo che sopra ho citato e che riguarda una dote preziosa, la brevità.

Intendiamoci. Non è che di sua natura l’essere brevi nel comunicare, alla maniera dell’«Obbedisco» garibaldino, sia sempre segno di perfezione. C’è chi non dice nulla sia parlando un minuto sia tirando avanti per un’ora perché vuoti sono il suo cuore e la sua mente. Sta di fatto, però, che il fogliame troppo lussureggiante delle parole può alla fine penalizzare i frutti. Un proverbio arabo ricorda in modo inequivocabile che «quando l’intelligenza aumenta, le parole diminuiscono», perché gli oratori chiacchieroni quello che non sanno darti in profondità te lo rifilano in lunghezza. Ritroviamo, allora, un po’ tutti l’ascesi della parola, la purificazione del linguaggio, la riduzione del vaniloquio.

Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori