Sarkis, un vecchio pastore greco detto “il folle”

Ho visto in sogno Gesù e il mio dio Pan seduti fianco a fianco nel cuore della foresta.
L’uno rideva ai discorsi dell’altro, e al loro riso si univa il torrente che scorreva poco distante, e il riso di Gesù era il più gaio. E conversarono a lungo.
La terra e i segreti della terra, i suoi fratelli con gli zoccoli ai piedi e le sue sorelle con le corna sul capo: di tutto questo narrava Pan. E parlava dei sogni. E parlava delle radici e di come si scavano il nido, e della linfa che si desta e si alza cantando all’estate.
E Gesù parlava dei germogli giovani della foresta, e dei fiori e dei frutti, e del seme che custodiscono per le stagioni a venire.
Narrava di uccelli che si librano negli spazi e dei loro canti nel mondo superiore.
E diceva di bianchi cervi che vivono nel deserto, dove Dio si prende cura di loro.
Piacevano a Pan i discorsi del nuovo dio, e fremevano le sue narici.
E nello stesso sogno li vidi farsi entrambi immobili e silenziosi nel silenzio dell’ombra verdeggiante.
E Pan prese il flauto e suonò per Gesù.
Fremettero gli alberi e tremarono le felci, e io fui pervaso da terrore.
E Gesù disse: «Fratello caro, ci sono rocce e radure nel tuo strumento».
E Pan porse il flauto a Gesù e disse: «Suona tu, ora. E’ il tuo turno».
E Gesù disse: «Le canne del tuo strumento sono troppe per la mia bocca. Suonerò questo flauto».
E prese il flauto e l’accostò alle labbra.
E alle mie orecchie giunse il suono della pioggia tra le foglie, e udivo cantare i torrenti tra i monti e cadere la neve sulle cime.
Il mio cuore, che un tempo pulsava nel vento, veniva restituito al vento, e tutte le mie onde di un tempo rifluivano sulla mia spiaggia, ed io tornavo a essere Sarkis il pastore, e il flauto di Gesù era lo zufolo di pastori senza numero che a greggi innumerevoli lanciavano i loro richiami.
Disse allora Pan a Gesù: «la tua giovinezza si addice al flauto più dei miei anni. E ho già udito il tuo canto e il sussurro del tuo nome.
Ha un bel suono, il tuo nome; non gli sarà difficile salire ai rami con la linfa, e correre con gli zoccoli tra le colline.
E non mi è estraneo, il tuo nome, sebbene mio padre non mi abbia chiamato così. E’ stato il tuo flauto a richiamarlo alla mia memoria.
E ora suoniamo insieme».
E suonarono insieme.
E cielo e terra furono percossi dalla loro musica, e ogni essere vivente fu vinto dal terrore.
Un muggito di belve, la fame della foresta, ecco quel che si udiva. E si udiva il grido degli uomini in solitudine, e il lamento di quelli che tendono verso qualcosa che non sanno.
E si udiva il sospiro della giovane innamorata, e l’ansimo del cacciatore che insegue vanamente la preda.
E poi fu pace nella loro musica, e cantarono all’unisono i cieli e la terra.
Tutto questo ho veduto nel mio sogno, tutto questo ho udito.