Un filosofo

Quand’era insieme a noi, guardava noi e il nostro mondo con occhi di meraviglia, perché non erano velati dagli anni, i suoi occhi, e tutto quello che vedeva era luminoso di giovinezza.
Conosceva la profondità della bellezza, eppure ogni volta si stupiva per tanta maestà e tanta pace: e al cospetto della terra sembrava il primo uomo di fronte al primo giorno.
Noi, che abbiamo i sensi intorpiditi, fissiamo lo sguardo nella piena luce del giorno, eppure non vediamo. Con le mani facciamo conca alle orecchie, ma non udiamo; e tendiamo le braccia, ma non tocchiamo. E anche se brucia incenso d’Arabia, andiamo avanti per la nostra strada senza percepire alcun profumo.
Non vediamo l’agricoltore che a sera torna dai campi; non udiamo il flauto del guardiano di greggi mentre conduce le pecore all’ovile; non tendiamo le braccia per toccare il tramonto; non hanno più fame ormai, le nostre narici, delle rose di Sharon.
No, naturalmente noi non tributiamo onori a re privi di regno! E non udiamo suono d’arpa se non quando vengono pizzicate le corde; e non vediamo un giovane ulivo nel bimbo che gioca nel nostro uliveto. E le parole, tutte, devono provenire da labbra di carne: altrimenti ci riteniamo l’un l’altro muti e sordi.
In realtà noi guardiamo senza vedere e ascoltiamo senza udire; mangiamo e beviamo senza percepire sapori.
E in questo consiste la differenza tra noi e Gesù di Nazareth.
I suoi sensi si rinnovavano ad ogni istante, e il mondo gli appariva sempre un nuovo mondo.
L’informe balbettio infantile aveva, per lui, lo stesso peso del grido dell’umanità intera, mentre ai nostri orecchi non è altro che un balbettio informe.
La radice di un ranuncolo era per lui un anelito a Dio, mentre, per noi, non è altro che una radice.