Un uomo dei dintorni di Gerusalemme, a proposito di Giuda

Giuda venne nella mia casa quel venerdì, vigilia di Pasqua; picchiò alla mia porta con forza.
Quando entrò lo guardai: aveva il viso terreo e le mani gli tremavano come fuscelli al vento; bagnati, i vestiti, come se fosse appena uscito da un fiume: infuriava una grande tempesta quella sera.
Mi guardò, e nelle orbite simili a antri tenebrosi gli occhi erano iniettati di sangue.
E disse: «Ho consegnato Gesù di Nazareth ai nemici suoi e miei».
Poi, torcendosi le mani, disse: «Gesù affermava che avrebbe sgominato tutti i suoi nemici e i nemici della nostra gente. E io gli credetti e lo seguii.
Quando ci chiamò a se la prima volta, ci promise un regno vasto e potente, e noi, prestandogli fede, cercammo di guadagnare il suo favore, così da ottenere alti ranghi alla sua corte.
Già ci vedevamo, principi anche noi, trattare questi romani come loro ci avevano trattati. Molte cose disse Gesù riguardo al suo regno, e io pensavo che mi avesse scelto come capitano degli aurighi e comandante delle sue truppe. E lo seguivo con gioia.
Ma scoprii che non era un regno quello che Gesù cercava, e non era dai romani che voleva liberarci. Il suo regno non era null’altro che il regno del cuore. Lo udivo parlare d’amore e di carità e di misericordia, e le donne fermandosi ai lati della via ascoltavano con gioia, ma io m’indurivo, e il mio cuore si colmava di amarezza.
Il mio promesso re di Giudea sembrava divenuto d’improvviso un suonatore di flauto, per sedurre viandanti e vagabondi.
L’avevo amato come l’avevano amato altri della mia tribù. Avevo visto in lui una speranza di riscatto dal giogo degli stranieri. Ma quando non volle muovere un dito né pronunciare una parola per liberarci da quel giogo, quando giunse a dire di restituire a Cesare quel che era di Cesare, mi invase la disperazione e le mie speranze morirono. E dissi: Chi mette a morte le mie speranze sarà messo a morte, perché le mie speranze e le mie attese sono più preziose della vita di chiunque».
Digrignò i denti, Giuda, e piegò la testa, e quando riprese a parlare disse: «L’ho consegnato. E’ stato crocifisso oggi… Eppure là, sulla croce, è morto da re. E’ morto nella tempesta come muore un liberatore, come gli uomini immensi che vivono al di là del sudario e della pietra.
E mentre moriva era ancora benevolo, era ancora magnanimo; e il suo cuore era colmo di pietà. Anche per me aveva pietà, per me che l’avevo tradito».
E io dissi: «Giuda, hai commesso un grave torto».
E Giuda rispose: «Ma è morto da re. Perché non è vissuto da re?».
E io dissi di nuovo: «Hai commesso un grave crimine».
E si sedette là, sulla panca, e stava immobile come una pietra.
Io invece andavo su e giù per la stanza, e ancora una volta dissi: «Hai commesso una grande colpa».
Ma lui non disse parola. Rimase muto come la terra.
E dopo un poco si alzò in piedi e l’ebbi di fronte e sembrava più alto, e quando parlò la sua voce era come il suono di un vaso incrinato, e disse: «Non era nel mio cuore la colpa. Questa notte stessa mi recherò nel suo regno, e mi porrò alla sua presenza e chiederò il suo perdono.
Lui è morto da re e io morirò da criminale. Ma nel mio cuore so che avrò il suo perdono».
Dopo aver detto queste parole, si avvolse nel mantello fradicio e disse: «E’ stato un bene che io sia venuto questa notte, anche se ti ho dato disturbo. Vorrai anche tu perdonarmi?
Dì questo ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli: Giuda Iscariota ha consegnato Gesù di Nazareth ai nemici perché credeva che Gesù fosse nemico della sua gente.
E dì anche che Giuda, nello stesso giorno del suo tragico errore, seguì il re sui gradini del trono per consegnare la propria anima ed essere giudicato.
A lui dirò che anche il mio sangue anelava la terra, e il mio spirito mutilato cercava la libertà».
Poi Giuda si appoggiò al muro e gridò: «O Dio, il cui nome terribile nessuno può pronunciare prima che le sue labbra siano sfiorate dalle dita della morte, perché mi hai incendiato con un fuoco senza luce?
Perché hai suscitato negli abitanti della Galilea la passione di una terra sconosciuta, e perché mi hai posto sulle spalle il fardello di un desiderio a cui non sfugge nessuna razza, nessun focolare? E chi è quest’uomo, questo Giuda, che ha le dita bagnate di sangue?
Prestami una mano per spogliarmi di lui, di quest’abito vecchio, di questa bardatura lacera.
Aiutami a farlo questa notte.
E lascia che io esca da queste mura.
Sono stanco di questa libertà senz’ali. Chiedo una prigione più grande.
Voglio riversare un torrente di lacrime nel mare amaro, voglio essere un uomo schiavo della tua misericordia, piuttosto che bussare alle porte del mio stesso cuore».
Così parlò Giuda, e subito dopo aprì la porta e nuovamente usci nella tempesta.
Tre giorni dopo mi recai a Gerusalemme, ed ebbi notizia di tutto quello che era accaduto. E seppi anche che Giuda si era gettato dalla sommità della Rocca Alta.
Ho riflettuto a lungo, da quel giorno: comprendo Giuda. Concluse la sua breve vita, sospesa come un velo di nebbia su questa terra asservita ai romani, mentre il grande profeta ascendeva alle vette.
Un uomo vagheggiava un regno in cui poter essere principe.
Un altro uomo desiderava un regno dove tutti gli uomini sarebbero stati principi.