Domenica della 2.a Tempo Ordinario – S. Felice di Nola; S. Nino; S. Malachia pr.

Domenica 14 Gennaio 2018

2.a Tempo Ordinario – Anno B

S. Felice di Nola; S. Nino; S. Malachia pr.

1Sam 3,3b-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13c-15a.17-20; Gv 1,35-42

Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.

Casula: VERDE

Liturgia delle Ore: Vol. III – Settimana II

 

ANTIFONA D’INGRESSO
Tutta la terra ti adori, o Dio, e inneggi a te: inneggi al tuo nome, o Altissimo.

COLLETTA
Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

PRIMA LETTURA
Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta.
Dal primo libro di Samuele 1Sam 3,3b-10.19
In quei giorni, Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuele!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuele!»; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuele!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuele: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuele andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE (Dal Salmo 39)
R. Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato, .ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio. R.
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo”. R.
Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo. R.
Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai. R.

SECONDA LETTURA
I vostri corpi sono membra di Cristo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1Cor 6,13c-15a.17-20
Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!
Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO (Gv 1,41.17b)
R. Alleluia, alleluia.
“Abbiamo trovato il Messia”:
la grazia e la verità vennero per mezzo di lui.
R. Alleluia.

VANGELO
Videro dove dimorava e rimasero con lui.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni 1,35-42
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
Parola del Signore.

OMELIA
Come esseri umani e ancor più come credenti dovremmo orientare tutta la nostra vita in una continua, assidua ed incessante ricerca di Dio. Trovarlo e conoscerlo dovrebbe essere lo scopo primario della nostra vita. Dal Vangelo e da tutta la scrittura sacra apprendiamo che prima ancora che noi ci muoviamo verso di Lui, egli è già alla nostra ricerca. Gesù, additato da Giovanni battista come l’Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo, suscita immediatamente l’attenzione di uno dei discepoli del battezzatore. È Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli si mette senza esitazione alla sequela di Cristo. Ha creduto alla testimonianza del suo primo maestro ed è sicuro ormai che l’Agnello di Dio e il Messia atteso. La buona notizia, il felice incontro non può essere taciuto; il neodiscepolo si trasforma subito in testimone. Incontra il fratello Simone e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia che significa Cristo e lo condusse da Gesù». Ecco un bell’esempio per ognuno di noi che ci diciamo cristiani: dopo aver incontrato e conosciuto Cristo dobbiamo impegnarci attivamente con la genuinità della nostra testimonianza, a condurre da lui i nostri fratelli. Questa è la vocazione del credente: assumere gli insegnamenti del Signore, viverli coerentemente, farli diventare testimonianza ed esempio per gli altri. Non basta quindi dire «Eccomi, Signore, parla che il tuo servo ti ascolta» come afferma Samuele, chiamato dal Signore, occorre che dopo la chiamata orienti tutta la vita in conformità all’invito ricevuto. Una delle più belle espressioni della nostra fede, una delle migliori conseguenze derivanti dall’aver trovato Cristo, è proprio l’impegno di farlo conoscere ad altri. Per secoli la chiesa ha intessuto una splendida catena di trasmissione mediante la quale, dagli apostoli fino a nostri giorni, il messaggio di Cristo si è diffuso e si diffonde ancora in tutto il mondo. Quando questa catena s’inceppa ne soffre la chiesa, che viene così meno al suo primario dovere di essere missionaria con tutti i suoi membri. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha fatto riscoprire questo ruolo anche ai laici, chiedendo loro un apporto più incisivo nella vita della chiesa. Forse per troppo tempo l’annuncio è stato ritenuto una prerogativa quasi esclusiva dei preti e dei religiosi. La chiesa ha urgente bisogno di testimoni autentici e numerosi e nessun fedele può ritenersi dispensato o escluso.
(Padri Silvestrini)

PREGHIERA SULLE OFFERTE
Concedi a noi tuoi fedeli, Signore, di partecipare degnamente ai santi misteri perché, ogni volta che celebriamo questo memoriale del sacrificio del tuo Figlio, si compie l’opera della nostra redenzione. Per Cristo nostro Signore.

ANTIFONA ALLA COMUNIONE
Giovanni Battista vide Gesù e disse: “Ecco l’Agnello di Dio!”. E i discepoli seguirono Gesù. (Gv 1,36-37)

PREGHIERA DOPO LA COMUNIONE
Infondi in noi, o Padre, lo Spirito del tuo amore, perché nutriti con l’unico pane di vita formiamo un cuor solo e un’anima sola. Per Cristo nostro Signore.

MEDITAZIONE
Questa domenica, la parola di Dio ci fa percepire le armoniche della nostra salvezza: la Chiesa, tempio e corpo di Cristo; Cristo stesso dimora di Dio; noi stessi, esseri creati ad immagine e somiglianza di Dio, templi dello Spirito nel nostro corpo mortale. Da questo triplice mistero della dimora di Dio fra gli uomini nella Chiesa, in Cristo, nel nostro corpo, riceviamo una luce su una questione decisiva per la nostra epoca, la cui attualità non vi sfuggirà: Che cos’è, in fondo, l’uomo? Che cos’è un uomo nella sua condizione corporale? Oggi che il nostro grande sapere e potere sulla genetica umana ci fanno brancolare nel buio, come ciechi, perché non sappiamo più che cosa, in questo ammasso di carne che l’uomo manipola e domina, sia umano e che cosa non lo sia. Oggi che i progressi dell’intelligenza umana nella comprensione della sua condizione pongono interrogativi inquietanti. Oggi che la luce divina sulla condizione umana è indispensabile per salvare ciò che deve essere salvato della dignità dell’uomo e della sua esistenza. La Chiesa, Cristo, l’uomo e il suo corpo si richiamano l’un l’altro. Ne sono convinto: il modo in cui oggi trattiamo la Chiesa è il segno del modo in cui oggi trattiamo Cristo; e il modo in cui trattiamo Cristo è la prova della maniera in cui trattiamo noi stessi. L’ultima frase che ho letto dal Vangelo, la dichiarazione di Gesù a Simone, figlio di Giovanni, mi spinge a partire da questa considerazione. Gesù, fin da questo primo incontro, si associa nel suo compito, nella sua missione, i suoi compagni e li sceglie senza indugio. Cambia il nome di Simone e gli impone il nome aramaico “Cefa”, Pietro. In quel momento Gesù riceve dal Padre suo la “pietra” di fondazione del tempio spirituale, della dimora di Dio promessa al compimento dei tempi. Idea e immagine costanti nell’Antico Testamento e nel messaggio di Gesù. Si tratta di un tempio vivente, fatto di “pietre vive”, perché siamo noi a costituirlo. La sua unità, pienezza e coesione, è realizzata dallo Spirito Santo che ci ha scelti e che non solo ci dà la coesione di un edificio, l’entità di un corpo unito, ma fa di noi tutti il tempio vivente e santo di Dio. La Chiesa è questa costruzione fondata sugli apostoli, le dodici colonne della Chiesa, come dicono le Scritture (Gal 2,9) ed è il luogo in cui dimora la gloria di Dio. Ormai, nessun edificio umano avrà la stessa grandezza, la stessa pienezza, la stessa storia della nuova dimora edificata dallo Spirito Santo. Perché i templi, anche il Tempio santo di Gerusalemme, dove risiede la gloria di Dio al di sopra dei cherubini, secondo la visione del profeta Isaia, questi templi costruiti dalla mano dell’uomo sono, per definizione, templi finiti la cui perfezione stessa è riflesso dell’intelligenza umana, che non può concepire le cose se non a sua misura. Questo edificio in cui ci troviamo, e che ha una sua bellezza affascinante, la riceve in parte dal fatto che la nostra intelligenza, spinta al di là dei nostri sguardi, trova intuitivamente, proprio in questo spazio limitato, la sicurezza di uno spazio che abbiamo costruito noi, e che noi possiamo delimitare in quanto non fissato per sempre, anche se i limiti stimolano indefinitivamente la nostra sensibilità e se, ad ogni passo, ad ogni sguardo, intravediamo sempre nuovi aspetti. Ora, caratteristica peculiare del tempio che Dio costruisce con quelle pietre viventi che sono le nostre vite, è il fatto che nessuno può farne il progetto se non Dio stesso; nessuno può dargli coesione se non lo Spirito che vi dimora. La sua costruzione sarà terminata solo al termine della storia; poiché si aggiungono sempre nuove pietre. Al punto che questo edificio è paragonato a un corpo in crescita; al punto che, corpo costituito da uomini che fanno parte di questa creazione, esso ottiene la sua perfezione dall’amore infinito di Dio che lo abita e lo costruisce. Non ha nessun’altra misura se non il progetto dell’amore infinito. Al punto che lo splendore del tempio spirituale, “non costruito dalla mano dell’uomo”, che è la Chiesa, ci sfugge, mentre di un edificio di pietra percepiamo la bellezza con i nostri occhi, le nostre mani, i nostri sensi. Infatti questo tempio comprende non solo gli uomini che sono oggi sulla terra, ma anche, altrettanto vivi e presenti, tutti quelli che, innumerevoli e sconosciuti, sono stati presi dalla morte e vivono con Cristo. Altrettanto presenti e, anzi, per il peso della loro vita e del loro amore, ancora più presenti degli esseri che oggi affollano questo suolo e parlano con una voce umana. Esso comprende infine, nella speranza, la folla immensa degli uomini e delle donne che Dio ama e che, al di là di quello che possiamo saperne, egli chiama e riunisce per costituire questo tempio spirituale che è la Chiesa, vera e propria dimora di Dio. Così, a partire da questo episodio narrato dal Vangelo di san Giovanni, i discepoli vengono ad abitare con Cristo, nella casa di Cristo, la cui dimora è il tempio di Dio, la casa di suo Padre. Ora, la maniera stessa in cui noi, cristiani, consideriamo il tempio spirituale che Cristo riceve e che Dio costruisce con le pietre viventi, che siamo noi, per costruire la Chiesa, ci permette di essere testimoni di una realtà ancora più concreta: il tempio che è il “corpo di Gesù”. Perché, secondo un’altra immagine usata da Cristo, noi costituiamo il suo corpo. San Giovanni ce lo fa capire quando ci riferisce, prima della passione, questa sfida enigmatica di Gesù davanti al tempio di Gerusalemme: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19). Proposito provocatorio e assurdo alle orecchie dei suoi uditori, incomprensibile – almeno nell’immediato – per i discepoli; dice infatti l’evangelista: “Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”. Egli parlava dunque del suo proprio corpo che, per amore nei nostri confronti, si immerge nella nostra morte per darci la vita. In che modo adoriamo e amiamo questo corpo infinitamente santo del Verbo di Dio che si è fatto carne, nel grembo della Vergine Maria, unigenito Figlio di Dio fatto uomo, figlio di Adamo che noi riconosciamo come nostro fratello: mistero stesso della presenza, nella nostra umanità, del Dio inconoscibile e infinito rivelato nel suo Figlio? Corpo di Cristo offertosi per noi, nostro cibo nel sacramento eucaristico, sangue versato per riscattarci – a quale prezzo – dai nostri peccati, sorgente di risurrezione e di vita divina in noi. Corpo di Cristo nostro fratello, figlio di Abramo; corpo di Cristo, Verbo eterno, Figlio di Dio, da cui noi siamo resi divini e in cui noi possiamo diventare figli di Dio. Vita divina presente nell’umanità che sottrae la condizione umana non solo alla sua debolezza mortale, ma anche alla sua perdita e che le dà la comunione con Dio, vita eterna. Sì, come noi trattiamo la Chiesa, trattiamo Cristo: prova infallibile della verità della nostra fede in Cristo. Chi disprezza questo corpo che noi costituiamo come dimora divina di Dio e dello Spirito – la Chiesa corpo di Cristo che ne è il capo – non può dire di credere realmente che il corpo di Gesù, nato dalla Vergine Maria, sia il corpo del Figlio di Dio. La prova della fede in Cristo, Dio e uomo, è la nostra fede nella presenza divina dello Spirito in questo corpo di Cristo che noi formiamo. Forse pensate che siamo ancora all’interno di quello stretto cerchio in cui la fede è una luce che illumina soltanto la logica dell’amore con il quale il credente si appresta a seguire, capire e conoscere Cristo. Forse pensate che questa meditazione, in fondo, non ha senso se non per il discepolo di Gesù e non ha nessun’altra validità. Ora, in questi due misteri (corpo di Gesù nato dalla Vergine Maria e corpo ecclesiale di Cristo) è racchiusa la salvezza dell’uomo. Quale salvezza? Da che cosa abbiamo bisogno di essere salvati? Da molte cose, ahimé! Ma vengo al punto preciso su cui vorrei che terminassimo la nostra meditazione. Noi dobbiamo essere salvati dalla nostra propria distruzione. Dobbiamo essere salvati dal rifiuto, al quale siamo quasi fatalmente spinti, di considerare la divina grandezza dell’uomo in generale e di ogni uomo in particolare. In effetti, quando la ragione umana, che è riflesso dell’intelligenza
divina e dono di Dio, non si percepisce più come ricevuta da Dio e si appunta, in modo sovrano ed efficace, sulla nostra condizione storico-corporale per cercare di sapere che cos’è un essere umano, all’improvviso non sa più cosa dire. Chi è un essere umano? L’embrione è un essere umano? Il vecchio o il malato che non è più padrone dei suoi gesti è un essere umano? Il nemico è un essere umano? L’uomo diverso da noi, di cui abbiamo paura e che definiamo selvaggio, è un essere umano? Chi è definito “deviante” è un essere umano? Chi è detto pazzo è un essere umano? Chi è disprezzato da tutti perché creduto perverso, e forse lo è, è un essere umano? Chi deciderà che cos’è l’uomo? Chi deciderà chi è un uomo? Perché rispettare di più questo fragile ammasso di cellule piuttosto che un altro qualsiasi ammasso di cellule provenienti da un altro qualsiasi essere vivente? Quali argomentazioni portare a favore? Come dare delle leggi su ciò? Come comprendere, pur essendo così sapienti e avendo tanto potere, quale rispetto sia dovuto all’uomo e chi meriti questo rispetto incondizionato? Io non pretendo di entrare qui in un ambito in cui i ricercatori, i giuristi, gli uomini di sapere possono esercitare la loro sagacia. Io vi parlo come apostolo di Gesù Cristo, come testimone della parola di Dio, incaricato della salvezza dell’uomo. Vedete da che cosa abbiamo bisogno di essere salvati? Da questa falsa sapienza che potrebbe condurre l’uomo a non sapere più chi sia. Ora, ecco il “più” che noi siamo: il tempio di Dio, ciascuno, nella nostra condizione corporale. “Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo”, dice san Paolo (1Cor 6,19), facendo eco alle parole di Gesù: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3), se non rinasce cioè da Dio, dallo Spirito. Noi siamo il tempio dello Spirito Santo come la Chiesa corpo di Cristo, come Cristo nato dalla Vergine Maria, Figlio eterno di Dio. Ognuno di noi, il più disprezzato come il più famoso, il più grande come il più debole, il più degno agli occhi degli uomini come il più indegno, il più diverso da noi, comunque egli sia, in punto di morte o non ancora nato, insomma ogni essere che appartenga alla condizione umana è infinitamente sacro, perché è la dimora di Dio fra gli uomini, e deve essere trattato con il rispetto infinitamente sacro del nostro Creatore e Redentore. Ogni essere che appartenga alla nostra specie è chiamato a essere ed è il tempio e la dimora di Dio. Certo noi siamo peccatori, accecati fino all’omicidio, che è il primo peccato dei figli di Adamo. Omicidio, cioè fratricidio, quando Caino uccide suo fratello Abele. Ma il mistero della redenzione di Cristo che assume i nostri peccati e che, sulla croce, ci libera e ci strappa alla morte, è la misura più piena della liberazione e della salvezza che Dio vuole operare in noi. In Cristo nostro fratello, i fratelli nemici ricevono il comandamento di amarsi. Voi capite, amici miei, l’importanza profetica, parola umana che pronuncia la parola di Dio, l’importanza profetica, dico, di questo mistero del corpo ecclesiale, tempio di Dio, nel quale abita Cristo, la cui carne è quella della divinità del Verbo eterno e che fa di noi i templi dello Spirito Santo per ricordarci la nostra condizione divina. Noi dividiamo questa fede con i discepoli di Cristo, che sanno chi è il Padre, chi è il Figlio, chi è lo Spirito, e che credono in un solo Dio. Ma dal momento che, discepoli di Gesù, sappiamo che l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a essere il tempio dello Spirito Santo, noi sappiamo anche di dover difendere, con le armi della ragione, della libertà e del rispetto, la dignità divina e assoluta di ogni uomo, di ogni essere umano. Non come un’opinione privata, ma come una certezza che si basi sulla nostra fede nell’amore del nostro Creatore e Padre. E per questo, noi dobbiamo “obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29). Con la stessa fedeltà di Gesù che ha offerto in sacrificio la sua vita per la nostra redenzione e per la nostra vita. È dunque una parola piena di speranza che oggi la Chiesa ci fa ascoltare; piena di forza, di bellezza, di rigore, per capire quale fatica, come quella del Redentore, sia quella dell’Agnello di Dio che porta i peccati del mondo, come ci dice oggi il Vangelo che abbiamo ascoltato. Ma in questa fatica e in questa pena, guardate quale gioia ci è data perché la testimoniamo al mondo!
Card. JEAN-MARIE LUSTIGER