Meditazione sul Vangelo di Lc 6,12-19

Martedì – 23.a Tempo Ordinario

Ne scelse dodici, a cui diede il nome di apostoli.

II brano della chiamata dei Dodici ha ben tre redazioni nei vangeli, rispettivamente in ognuno dei tre sinottici; quindi appartiene ad una fonte comune, da considerarsi senza dubbio tra le più antiche. Ogni evangelista la riporta con molta fedeltà, ma anche con qualche tocco di originalità, che ne rivela la specifica prospettiva teologica. Per quanto riguarda Luca, è l’unico a raccontare che Gesù ha chiamato gli apostoli dopo un’intera notte passata in preghiera. Forse è opportuno soffermarsi non tanto su quello che il terzo evangelista dice, ma su quello che né lui né Marco né Matteo dicono, e cioè: perché Gesù ha scelto proprio quei dodici discepoli e non altri, per formare il gruppo degli apostoli? Luca non dice che Gesù li ha scelti perché erano particolarmente dotati, in quanto molto intelligenti o estremamente generosi o affidabili e capaci. Certo, anche nel racconto lucano essi appaiono sinceramente appassionati alla “causa” e alla persona di Gesù, al punto da lasciare tutto per seguirlo. E però nel loro andargli dietro, spesso li scopriamo meschinamente attaccati ai loro interessi, impenetrabili alla logica della croce, ambiziosi e inguaribilmente litigiosi. L’unico motivo che l’evangelista lascia intuire per una scelta così singolare e stupefacente è un grande amore di predilezione da parte di Gesù: li ha scelti perché li ha amati; non li ha amati perché erano uomini “scelti”, cioè persone straordinarie, eccezionali. È lo stesso amore preveniente e gratuito che ha spinto Dio a scegliere Israele (Dt 7 ,7ss.); non perché Israele ne fosse meritevole e degno, ma perché era nella povertà e nel bisogno. Anche noi siamo stati chiamati non perché eravamo migliori dei nostri compagni o dei nostri coetanei. Siamo stati chiamati perché siamo stati amati. Questa certezza non dovrebbe mai appannarsi nel nostro cuore e dovrebbe portarci a sconfiggere decisamente dentro di noi ogni logica del merito, per rimanere fedeli all’unica logica evangelica: quella della grazia. Quella logica che ci porta a non sentirci mai in credito con Dio, ma solo e sempre in debito; a non atteggiarci per nessun motivo come salariati sottopagati, ma sempre e solo come lavoratori inadeguati eppure sovrastimati; mai come mercenari che si ritengono indispensabili, ma unicamente come servi che si sanno inutili. Chiediamo al Signore la grazia del Magnificat: che non vediamo nessuna chiamata a responsabilità nella Chiesa come una ricompensa che ci è dovuta, ma solo come una grazia immeritata, smisurata, del tutto sproporzionata.