Meditazione sul Vangelo di Mt 20,1-16

Mercoledì – 20.a Tempo Ordinario

Sei invidioso perché io sono buono?

Ancora una volta un vangelo di rottura. C’è aria di scandalo attorno a Gesù; a molti “giusti” che fanno ressa attorno al rabbi di Nazaret non va proprio giù che il maestro se la faccia con i peccatori, e tanto meno suona “politicamente corretta” quella scandalosa inversione dei termini tra i “primi e gli ultimi”, che egli continuamente e quasi ossessivamente ripropone. Ma tira aria di scandalo anche dentro la comunità dell’evangelista, dove va crescendo il numero degli ex pagani. Gesù è accanito nell’infrangere ogni complesso di superiorità e il suo agire è a tolleranza-zero; non può benedire l’invidia dei presunti giusti di fronte alla bontà di un Dio che si mostra Padre misericordioso per tutti i suoi figli. Qui sta il cuore della parabola, nell’annuncio di questa scandalosa misericordia di Dio, che può stabilire una vera parità tra i suoi figli solamente abolendo ogni privilegio e solamente agendo in base al criterio della più pura gratuità, contro ogni forma di meritocrazia. Perché – non dobbiamo dimenticarlo – quel padrone della parabola e Dio Padre e gli operai della vigna sono tutti suoi figli e i suoi figli sono tutti peccatori. E’ un vero padre non calcola il merito dei figli, ma ne coglie il bisogno. Del resto quale merito puoi rivendicare tu, di quali opere ti puoi vantare se hai ricevuto tutto, direbbe uno come Paolo che aveva dovuto rinnegare completamente la sua logica di fariseo osservante. Tutto è dono, tutto è grazia, e anche “i nostri meriti sono suoi doni”, esclama il cantore della grazia, Agostino; è per grazia che ci è dato perfino di meritare. È Dio che “opera il nostro volere e il nostro operare, secondo la sua grazia” (Fil 2,14); “quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia” (Rm 9,16). Qual è allora il margine in più di ricompensa per chi ha lavorato fin dal mattino? Il vantaggio dei primi è quello di aver amato il Signore, di aver lavorato per lui, di aver avuto l’impagabile onore di essere stati sempre con lui, come il figlio maggiore – nella parabola del padre misericordioso, secondo Luca 15 – dice: “Figlio, tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo”. Se i primi non accettano questa logica superiore, scivolano sul piano inclinato del giustizialismo più spietato e del più miope fiscalismo: o Dio è il tuo merito, o il tuo merito sarà il tuo dio.